Fresco di rielezione, Barack Obama ha riservato all’Asia la sua prima visita ufficiale. Con una tappa, altamente simbolica, a Rangoon. Il messaggio va però molto al di là delle frontiere birmane.

Quella di Obama in Birmania è stata la prima visita di un Presidente americano, e segue di soli undici mesi il rapido scalo effettuato da Hillary Clinton, il primo di un Segretario di Stato americano. Due visite di tale portata, in un piccolo Paese, fina a poco tempo fa trattato da appestato, non devono ovviamente nulla al caso, visto che Obama ha affermato voler fare “ruotare” lo sguardo dell’America verso l’Asia e di riaffermare, in quella parte di Mondo, l’influenza americana di fronte agli appetiti di Pechino. Uno degli obiettivi era anche di sostenere il Presidente birmano Thein Sein – un ex generale “illuminato”, che ha da poco indossato la veste di liberale- nei confronti della vecchia guardia militare, in continuo furtivo movimento dietro le quinte. L’interesse? Innanzitutto democratico. Gli Stati Uniti (e l’Europa) hanno deciso di avere un ruolo significativo nella transizione di questo Paese, che sta cercando di uscire da mezzo secolo di dittatura militare, ricompensando ogni tappa (liberazione di prigionieri, elezioni libere, liberalizzazione della stampa…) con la soppressione di qualche sanzione. La Birmania viene considerata come un vero e proprio laboratorio. C’è poi un chiaro interesse economico. La Birmania è una riserva enorme di ricchezze (idrocarburi, minerali, pietre preziose…) devolute, fino a poco tempo fa, alla Cina: l’isolamento “obbligava” i generali-ladri della giunta birmana al faccia a faccia con Pechino, contemporaneamente protettore e predatore. Patrocinando la transizione, gli americani sperano in un qualche ritorno commerciale.

Il Presidente americano ha passato sei sole ore a Rangoon, capitale decaduta dal 2005 per la volontà megalomane di un anziano tiranno che aveva scelto di strappare alla giungla Naypydaw, facendone la nuova capitale, isolata, surreale creata per re-dei, ritiro-bunker riservato a generali spaventati dal nuovo Pianeta ( gli stessi generali che avevano rifiutato nel 2008, alle popolazione del delta dell’Irrawaddy devastato, gli aiuti internazionali spediti per battello), ma è riuscito ad ancorarvi saldamente l’idea di speranza. Una mezz’ora passata da Barack Obama all’Università di Rangoon, chiusa un anno si e un anno no per due decenni, chiusa come un rifiuto del sapere, dell’avvenire, dell’apertura ai giovani e al Mondo, una generazione deliberatamente sacrificata, ha poi fatto sognare gli studenti, non perché abbia promesso loro la luna, ma perché ha ricordato loro che la strada sarebbe stata lunga, piena di ostacoli promettendo però che avrebbe continuato a stare al loro fianco come ha fatto negli ultimi quattro anni.  Al Paese è stata concessa una seconda possibilità. Thein Sein non è più un ufficiale mascherato da civile, ma un governate “frequentabile”, che beneficia di un momento a lui favorevole e che deve però anche far fronte ad un compito sovrumano. Suu Kyi non è più agli arresti domiciliari, costretta al mutismo. Ora partecipa senza sosta alla vita politica, senza mai perdere la lucidità nei confronti delle sfide da intraprendere senza aver paura di doversi sporcare la mani per questo.

Dopo aver cercato una soluzione con l’aiuto di Hillary Clinton, Barack Obama ha finalmente trovato una breccia e l’ha sfruttata alla prima occasione. Stato canaglia fino a ieri, attirata dal nucleare nord-coreano, la Birmania non è più lo stesso Paese oggi. I suoi conflitti etnici, il ritardo delle sue campagne, i suoi deficit strutturali, il suo sottosviluppo non sono più statici. Parte da molto lontano, è vero, ma si muove. E tutto ad un tratto, la Cambogia che si modernizza, aperta a tutti, ai “buoni” come ai “cattivi”, ha visto i suoi governanti  rimproverati come cattivi allievi, sprofondati  nelle loro poltrone da nuovi ricchi nel tentativo di nascondersi. Sembrano avere un che di stantio. Sicuramente si giustificano a loro stessi ripetendosi che le lezioni di morale americana non durano in eterno e che quello che conta più di tutto è aver conservato qualche buon “amico” con le tasche piene. Ma in questo tipo di panorama molto ampio, le realtà sono molteplici e dalle mille sfaccettature, come quella della  Tahilandia che rimane fedele a se stessa, piantata nel bel mezzo della scena, che non dice mai di no, ma si accontenta, spesso, di osservare e basta. E’ chiaro che la posta in gioco non è limitata alla vallata dell’Irawaddy, e la Birmania sembra essere diventata una base di appoggio della politica americana nella Regione. Meglio ancora, una vetrina. Il messaggio lanciato è rivolto a tutti i suoi “vicini”, a cominciare dalla Cambogia, dove Obama ha assistito al summit dell’ASEAN e dove si è servito dell’esempio birmano per “tirare le orecchie” al Primo Ministro Hun Sen, già al potere sotto Ronald Reagan, e chiedergli di organizzare delle elezioni (veramente) libere e rilasciare i prigionieri politici. Senza queste premesse (e promesse) i rapporti tra i due Paesi non avrebbero potuto maturare.

I progressi della Birmania influenzeranno la Cambogia, il Laos, il Vietnam, sempre più legato agli americani per far fronte all’aggressività di Pechino nel Mar della Cina meridionale? Incoraggeranno le popolazioni di questi Paesi ad esigere la democrazia e i loro dirigenti ad optare per l’apertura piuttosto che per la via cinese? E peseranno infine sui gerarchi cinesi? A tutti questi regimi, l’esempio di Rangoon dimostra che non hanno che da guadagnarci. Barack Obama il rieletto, si è subito precipitato ad Est, cogliendo l’attimo: Vladimir Putin si è tirato indietro, Wen Jibao è un Primo Ministro in partenza, il Capo del Governo giapponese Noda non sopravvivrà alle elezioni appena annunciate, il Primo Ministro del Vietnam e molto controverso e il Presidente sud-coreano si appresta ad andare in pensione. Inoltre, se all’ASEAN si è arrivati ad una sorta di “intesa” sul rifiuto di “internazionalizzare” il contenzioso nel Mar della Cina, questo consenso è stato espresso in sordina e probabilmente verrà riassorbito da altre priorità per Cina e America: per i primi combattere il divario tra ricchi e poveri ed affrontare il pesante degrado ambientale, per i secondi risanare l’economia.

Mirando al lungo termine, Obama affronta già la conversione del suo impegno in Asia, insistendo più sugli aspetti economici che su quelli militari. Nessuno sembra aver voglia, per il momento, di farsi la guerra ed è una partita molto complessa quella che si sta riavviando. I punti segnati da Obama a Rangoon danno già da pensare a  Pechino. Anche se, dettaglio non da poco, i rapporti con il Pacifico, per quanto affermati possano essere, potrebbero essere sconvolti della questione mediorientale qualora la diplomazia, nei prossimi mesi, fallisse.

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