Si è tenuto pochi giorni fa a Roma, presso l’Associazione Casse di Risparmio Italiane, l’incontro tra i big del capitalismo bancario italiano sulla questione che da settimane smorza i toni dei banchieri nostrani: la conversione delle azioni “privilegiate” in “ordinarie” detenute dalle Fondazioni bancarie nel capitale della Cassa Depositi e Prestiti.

Cerchiamo di capire meglio: le Fondazioni bancarie entrarono nel capitale della Cassa Depositi e Prestiti nel 2003, con azioni privilegiate del valore di un miliardo di euro, acquisendo il 30% del capitale e partecipando a una complessa strategia dell’allora Tremonti che, bisognoso di liquidità per l’azione del Governo, per le infrastrutture e per il mantenimento della macchina statale, vide nelle Fondazione di origine bancaria lo strumento ideale (e privato) per “puntellare” lo Stato nella sua avanzata “verso il milione” – e in periodo di tempesta.

Le azioni privilegiate delle Fondazioni bancarie garantivano un rendimento del 3% e attribuivano ai detentori il diritto di voto nelle assemblee straordinarie e ordinarie, il diritto di prelazione nell’assegnazione degli utili e nella ripartizione del patrimonio in caso di scioglimento della società, oltre ad assegnare loro l’indicazione del presidente (fino ad oggi l’ex ministro Bassanini). Condizioni molto vantaggiose, queste, figlie del tempo che correva e delle necessità dell’allora Governo Berlusconi. Condizioni che oggi il ministro Grilli, a braccetto con Bassanini, non intende assolutamente replicare, proprio in vista della scadenza dell’azionariato di fine 2012. Un niet chiaro e secco partito da Via XX Settembre e giunto fin sui tavoli delle Fondazioni bancarie: il Governo e la Cassa, a questa cifra e con questi vincoli, non ci stanno. Per il rinnovo dell’azionariato privato delle Fondazioni in CdP (30%) dunque, il Tesoro (socio di controllo con il 70%) ha chiesto nelle scorse settimane un conguaglio significativo alle Fondazioni bancarie, consono al peso della Cassa in Italia e in linea con le rinnovate condizioni istituzionali della CdP (gli impegni assunti per la politica industriale del Paese). Un aggiustamento dell’ordine dei cinque miliardi di euro a cui le Fondazioni hanno opposto un muro e riposto con ardore.

Un passaggio prezioso, dunque, quello del conguaglio che ha portato l’establishment della Cassa e i vertici di Via XX Settembre a una netta frattura con il mondo delle Fondazioni bancarie, legate a doppio filo con la politica, i partiti e Montecitorio, quell’aula che ancora oggi garantisce la maggioranza al Governo dei tecnici e approva i disegni di legge e la linea dell’Esecutivo.

Da una parte, dunque, le Fondazioni, sul piede di guerra per evitare qualsiasi tipo di esborso miliardario. Dall’altra il Tesoro, ansioso di bilancio e con le antenne dritte alla ricerca di un sostituto credibile da innestare nel capitale della Cassa, qualora il banco con le Fondazioni dovesse in qualche modo saltare (si parla della Bank of China).

Nel bel mezzo del calderone c’è finito il Parlamento, chiamato a legiferare sulla materia e su  cui è percepibile l’intervento delle Fondazioni, delle lobby e della politica, quest’utlima impegnata a spostare la materia dal Governo al Legislatore.

In tutto ciò, dai rumors, dalla stampa e dagli umori della Piazza si capisce che il ruolo delle Fondazioni bancarie, in Italia, deve rimanere grande e l’inserimento di un socio straniero nel fortino di Stato (CdP) non è assolutamente da contemplare, proprio per la strategicità dei pacchetti azionari che la Cassa ha in pancia e che non devono in nessun modo essere oggetto di speculazioni o scorribande.

La guerra tra le parti, però, è ancora aperta e di verdetti, per il momento, nemmeno l’ombra. Dal board delle Fondazioni fanno sapere che un aumento dell’impegno finanziario in CdP, dell’ordine di poche centinaia di migliaia di euro è forse possibile, mentre il Parlamento, in queste ore, è chiamato a decidere su una materia che tanto ha di politico ma forse tanto meno di interesse nazionale e pubblico. Una cosa è data per certo: se l’esborso delle Fondazioni dovesse superare il miliardo di euro, la Compagnia Sanpaolo potrebbe decidere di esercitare il diritto di recesso e sulla stessa linea di Torino sarebbero anche altre fondazioni. 

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