In uno Stato democratico e liberale il Presidente della Repubblica è l’ago della bilancia. In particolare, in un momento storico e in un frangente politico delicato come quello che l’Italia sta vivendo, il Capo dello Stato sembra assumere in maniera più consistente il ruolo di mediatore istituzionale. Riflettere sul ruolo del Presidente della Repubblica rappresenta, inoltre, una riflessione sull’intero sistema politico italiano e, più concretamente, in quale modo questo sistema possa garantirsi un ordine e un equilibrio.

Non occorre sottovalutare, ad esempio, il condizionamento e l’incidenza della legge elettorale sulle funzioni del Presidente. Nello specifico, in un contesto politico contrassegnato da un forte bipolarismo le dinamiche della formazione della maggioranza nei due rami del Parlamento sono condizionate da tecniche normative che impongono, necessariamente, la costituzione di due schieramenti contrapposti – bruciando, in pratica, la possibilità di un terzo polo (dato che la legge elettorale non lo premia per definizione). Nel caso in cui il premio di maggioranza sia significativo, il bipolarismo impone delle scelte quasi obbligate, costringendo, in diversi casi, il Presidente della Repubblica ad esercitare un ruolo che non è più solo quello di garante ma in qualche maniera di arbitro. Ciò acuisce l’articolazione di un ruolo già di per sé complesso, la cui gestione comporta delle conseguenze molto spesso gravose e di enorme responsabilità.

Lo stesso premier, di fronte alla possibilità di un Monti-bis che ora il professore sembra non escludere, dichiara: “Rifletterò su tutte le possibilità nessuna esclusa in cui eventualmente io ritenga di poter dare il mio contributo al migliore interesse dell’Italia e qualunque decisione sarà inevitabilmente mia ma mi affiderò molto alle valutazioni e a ciò che il Capo dello Stato avrà da dire in generale e a me in particolare”. Parole decise e precise che Mario Monti ha pronunciato in diretta tv. Nel nostro Paese, ha inoltre sottolineato il premier in carica, “il problema non è quello di chi guida il governo o di chi preside la Repubblica italiana, ma è se si riesce in Italia a far evolvere la cultura dell’economia e della politica in un modo abbastanza radicalmente diverso da quello che vediamo oggi prevalere”.

Un’analisi che richiama quella fatta dal presidente Napolitano nel corso di una cerimonia, organizzata dall’Istituto di studi storici a Napoli, in occasione del sessantesimo anniversario della scomparsa di Benedetto Croce. Il Capo dello Stato ha esaltato e riportato le parole dell’illustre uomo politico liberale, rievocandone gli “inviti” appassionati rivolti alle forze politiche per la ricostruzione dell’Italia dopo le rovine della guerra e del fascismo. Analisi, quelle di Napolitano, nutrite di buon senso liberale. Il Capo dello Stato non perde mai l’occasione per sottolineare la necessità di un’Italia liberale, libera e democratica, in cui il Presidente della Repubblica non sia solo colui che è chiamato a tagliare i nastri durante le inaugurazioni. Non si tratta di una presa di posizione bella e buona, ma di un richiamo alla mediazione e alla concordia, al rispetto profondo delle istituzioni sul quale si fonda, necessariamente, uno Stato liberale e democratico. Napolitano ripercorrendo la lezione di Croce, “Concordia nella discordia”, ha infine sottolineato le seguenti parole ben auguranti dello studioso partenopeo d’adozione: “In avvenire i partiti si combatteranno a viso scoperto e lealmente perché tutti essi, terranno sacra la libertà così come avranno davanti agli occhi l’Italia e nel bene dell’Italia troveranno di volta in volta il limite oltre il quale non deve spingersi la loro discordia”.

“Sono insegnamenti da meditare”, ha affermato Napolitano, che non ha inoltre dimenticato di sottolineare l’attualità della lezione crociana. Con lo sguardo rivolto all’oggi, il presidente della Repubblica ha così affermato che “ci sono sfide e problemi che esigono che si individui un limite oltre il quale la discordia non possa spingersi”. Porsi un limite perché “se non avviene in questa fase così critica e cruciale per l’Italia, quando dovrebbe avvenire?”, ha ammonito il Capo dello Stato.

Di fronte al dilagare dell’antipolitica, della protesta sociale, di fronte allo straripamento verbale dei grilli parlanti che vorrebbero radere al suolo la politica, il Capo dello Stato cita un altro concetto-chiave espresso dal padre liberale Benedetto Croce, nel gennaio del 1944, al primo congresso dei partiti uniti nei Comitati di Liberazione: “Senza politica nessun proposito pur nobile che sia, giunge alla sua pratica attuazione”. “Nessuno meno di me – ammoniva Croce – che ho tenacemente difeso in campo dottrinale l’autonomia e l’originalità può pensare di prendere la parola per negare l’ufficio e l’importanza della politica nella vita dei popoli come degli individui”.

Il pensiero rivolto all’oggi è evidente. Il Capo dello Stato attraverso le parole di Benedetto Croce sembra voler richiamare le varie forze politiche non solo all’ordine e alla responsabilità – come ha fatto in più occasioni negli ultimi mesi, soprattutto riguardo alla realizzazione di riforme chiave (come la riforma elettorale che è ancora sotto i ferri) – ma sembra voler sottolineare anche la necessità di risvegliare un orgoglio nazionale, identitario, laddove l’identità non vuol dire chiusura verso l’esterno ma, al contrario, rappresenterebbe la forza necessaria per tornare ad essere un Paese in cui le decisioni sono il frutto di una dialettica politica e non di colpi di maggioranza o, ancora peggio, di spinte populistiche e, molto spesso, nichiliste.

In questo particolare momento storico e politico il buon senso, non solo quello liberale ma il normale buon senso civico, che dovrebbe rappresentare una forza naturale della politica e dei suoi attori, sembrano doti straordinarie che appartengono solo agli eroi.

Il difficile ruolo di un Presidente in uno Stato che vuole essere liberale non è, di certo, quello di indirizzare la politica – pur svolgendo un ruolo d’indirizzo – ma è, come avviene, quello di difendere e di riportare in auge le radici storiche e culturali della tradizione liberale e democratica che contraddistingue il nostro Paese fin dai tempi della ricostruzione. Un passato difficile e doloroso, in cui la conquista della libertà – che oggi sembra essere quasi un valore ‘scontato’ ma non sempre certo e consapevolmente adottato – è il frutto di un lungo lavoro politico e istituzionale che perdura ormai da decenni.

Sono trascorsi più di sessant’anni dall’instaurazione della Repubblica, da quel 2 giugno 1946 che segnò la fine dell’istituto monarchico e la scelta del regime repubblicano. Sessantasei anni di storia travagliata, quella dell’Italia nella seconda metà del XX secolo, in cui il Quirinale non è mai stato estraneo. I diversi Presidenti della Repubblica hanno tutti svolto un ruolo peculiare nell’ambito dei profondi mutamenti che hanno coinvolto il nostro Paese, un ufficio non sempre e necessariamente di mera rappresentanza ma, come vuole la nostra Costituzione, di impulso, di stimolo e di moderazione rispetto a tutti gli organi costituzionali ed a tutte le funzioni dello Stato. L’estensione e l’intensità di tali poteri non sono determinate in modo specifico dalle norme costituzionali e, molto spesso, la riduzione o l’intensificazione di tali poteri dipendono, in gran parte, dalla personalità che ricopre la carica e dal contesto storico-politico nel quale il singolo Presidente si trova ad operare. L’elasticità delle previsioni scritte è comunque necessaria affinché il Presidente possa espletare, nel migliore dei modi, il suo essenziale compito di equilibrio costituzionale, nel quale convergono e si fondono tutte le attribuzioni peculiari del suo ufficio. Non è facile predeterminare l’equilibrio in rigide formule, ma esso deve essere spesso costruito e valutato “sul campo”, con lo sguardo rivolto alla contemporaneità, in cui occorre comunque assicurare la difficile garanzia della separazione dei poteri e la loro armonica integrazione. Solo in questo modo la ‘figura statica’ del Capo dello Stato, quale sembra emergere dalle norme costituzionali, convergerà con il suo ‘ruolo’ attivo, pragmatico, quale si delinea e si sviluppa nella prassi istituzionale e politica quotidiana. Dalla sintesi delle due posizioni si ricaverà la concretezza dell’azione presidenziale, iscritta nel quadro generale della tutela della legalità costituzionale ed esplicata al meglio dal nostro attuale Presidente della Repubblica che ha sempre lo sguardo rivolto alla coesione e all’unità nazionale, ciò che costituzionalmente, per l’appunto, è chiamato a difendere e rappresentare (art. 87 Cost.).

Il Presidente della Repubblica è posto dalla Carta come soggetto istituzionale di coesione, su cui grava la responsabilità di evitare le contrapposizioni eccessive, di smussare gli opposti – ma spesso compresenti – pericoli della disgregazione particolaristica e della semplificazione carismatica.

Il Presidente è organo politicamente neutrale, ma non nel senso ottocentesco che debba limitarsi a garantire dall’esterno un equilibrio statico delle istituzioni e della società, ma nel senso che debba essere sempre presente nel processo di attuazione dei principi costituzionali, senza tuttavia assumere posizioni di parte. È su tale forma giuridica dei valori che si fonda il liberale ‘pactum societatis’, limite invalicabile da qualunque maggioranza politica.

Le istituzioni liberali moderne sono inoltre tenute a tener presente l’avvertimento di Montesquieu: la tentazione eterna dell’uomo è quella di abusare del proprio potere, finché non trovi un altro potere che lo arresti e lo limiti. La separazione e l’equilibrio tra i poteri richiedono quindi un soggetto arbitro che non sia portatore di interessi particolaristici, né rappresentante di interessi specifici, anche se collettivi, ma sia, al contrario, in grado di svolgere l’essenziale funzione di ‘regolatore’, pronto a porre rimedio a perduranti lentezze o a violente accelerazioni, entrambe estremamente dannose per le istituzioni liberali e democratiche.

Nell’ordinamento costituzionale italiano, al Presidente della Repubblica è affidato il delicato compito di verificare, quotidianamente, la tenuta e il funzionamento del sistema, un impegno non facile che, molto spesso, richiede un parziale e virtuale allontanamento dagli atti formali previsti dalle norme costituzionali scritte e, proprio per questo motivo, è, a volte, oggetto di vivaci polemiche. Per svolgere al meglio il suo ruolo il Capo dello Stato deve però intervenire continuamente per precisare, correggere, ammonire, nell’intento di preservare e, se occorre, ripristinare il circuito di fiducia tra le istituzioni e i cittadini, senza il quale la stessa democrazia rappresentativa verrebbe svuotata del suo contenuto sostanziale e liberale.

Un tale compito implica il superamento del livello puramente formale del ‘controllo’ di atti e comportamenti – ciò che è affidato ad altri organi di garanzia quali Corte Costituzionale, Csm, giudici ordinari e speciali – ma ha prevalentemente il compito di vigilare sulla ‘correttezza’ degli stessi atti e comportamenti, senza tuttavia straripare nel campo delle scelte discrezionali. Quanto sia difficile, in concreto, non superare tale linea divisoria e, nello stesso tempo, non rinchiudersi in una posizione meramente notarile, lo dimostra la storia costituzionale italiana degli ultimi sessant’anni. Nel modo di affrontare e superare questa sostanziale difficoltà si sintetizzano sia la ‘figura’ sia il ‘ruolo’ pratico dell’organo istituzionale, interpretati e messi in atto da ogni singolo Presidente, che con il suo peculiare stile svolge l’essenziale funzione di tutore dell’unità del Paese e, nel contempo, dà voce alla Costituzione italiana.

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