La tregua firmata tra Israele e Hamas è fragile come tutti gli accordi in quella zona di umori volatili e di svolte impreviste, ma in quella tragedia permanente è già molto se le parti per qualche tempo non si sparano addosso e non muoiono tanti innocenti, che sono le vere vittime della follia altrui.

Come ho scritto commentando alcune note apparse su questo giornale, per buona parte della mia vita professionale ho dovuto occuparmi del conflitto mediorientale, all’ONU, a Roma, alla NATO, alla Cooperazione Politica Europea che per cinque anni ho diretto. Non sto qui a ricordare i tanti incontri, le tante discussioni, i tanti tentativi, le tante illusioni, perché occorrerebbe un libro intero. Mi sia permesso invece di andare alle conclusioni, sconsolate forse ma, temo, realistiche: il problema è di quelli che sfidano la capacità di intervento e di mediazione della Comunità internazionale e può risolversi solo se  ambedue le parti coincidono, una buona volta, nel volere una vera pace. Ricordiamo che a questa coincidenza si è andati a un certo punto abbastanza vicini, ma è poi  sopravvenuto qualcosa che ha mandato tutto all’aria: Rabin, che aveva fortemente voluto un accordo, è stato assassinato e a Ghaza ha prevalso Hamas, che la pace non la vuole, come non la vuole il suo sponsor, l’Iran, che dichiaratamente vuole la distruzione di Israele. Finché non si elimineranno, o almeno si isoleranno, gli estremisti delle due parti, ogni tentativo di mediazione, anche autorevole, è destinato a fallire.

Se questo rappresenta il requisito necessario perché si giunga alla pace, è bene sgombrare il campo da alcune idee di comune circolazione.

La prima idea da scartare è che serva andare alle origine ormai lontane del problema e dirimere torti e ragioni, che in realtà sono equamente ripartiti tra le due parti. Occorre invece guardare alla situazione qual è oggi, hic et nunc, e che è piuttosto chiara: ci sono due popoli, quello israelita e quello palestinese, che coesistono in uno spazio assai ridotto. Ambedue hanno diritto di esistere, nel quadro di due Stati separati e indipendenti  ed entro frontiere sicure e garantite. Ciò è stato sancito dal CdS dell’ONU in una Risoluzione degli anni ’60, mai alterata, e tale principio è ampiamente accettato dalla comunità internazionale, Unione Europea e Stati Uniti in testa, ma non da alcuni Paesi islamici, tra cui l’Iran, e non solo lui, e dagli estremisti di Hamas. È  verissimo che a un accordo di tale tipo si oppongono, di fatto, anche gruppi estremisti israeliani (per lo più di matrice religiosa), ostinati nel mantenere una irresponsabile colonizzazione ebrea della Cisgiordania e una linea esclusivista su Gerusalemme, ma a questi gruppi l’estremismo islamico fornisce una comodissima sponda, un alibi di ferro, che impedisce che essi finiscano isolati nel seno di una società civile israeliana che in maggioranza, vuole, si,  la sicurezza, ma capisce che essa dipende alla lunga solo da una vera pace. Finché palestinesi e arabi in generale non metteranno in minoranza gli estremisti nel loro seno e non li metteranno in condizione di non nuocere, ogni speranza è destinata a essere frustrata. Ma se sapranno farlo, avremo allora la concreta possibilità di ottenere altrettanto da  Israele.

Il secondo punto da rilevare è che andare in piazza a manifestare contro i bombardamenti israeliani è stupido e ingiusto: Israele reagisce – e magari iperreagisce – agli attacchi al suo territorio e all’incolumità del suo popolo. È terribile vedere alla TV le immagini dei bambini palestinesi morti, vittime innocenti di una follia disumana, ma la responsabilità primaria sta in chi lancia missili sul territorio israeliano, sapendo bene che Israele reagirà, e magari calcolando proprio questa reazione per segnare  punti a suo vantaggio nel gioco spietato della propaganda,agli occhi di un’opinione internazionale che ragiona spesso condizionata da confuse ideologie ed è portata a dare torto all’ultimo che spara, anche se lo fa in difesa propria.

Sgombriamo poi il terreno da altre idee. L’ammissione della Palestina come osservatore all’ONU costituisce un atto dovuto, e bene ha fatto l’Italia a votare a favore, con la grande maggioranza degli europei, perché costituisce un passo in avanti significativo e irreversibile sulla strada del pieno riconoscimento internazionale della Stato palestinese, ma non risolve di per sé il problema,  se l’Autorità palestinese non ne trae incoraggiamento a comportarsi da ora in poi come un membro responsabile della Comunità internazionale e rispettare, e far rispettare al suo interno, le norme dello Statuto delle Nazioni Unite, comprese quelle sulla non aggressione. Ma se gli estremisti palestinesi proseguiranno, imbaldanziti dal successo, sulla strada della distruzione di Israele, il voto dell’ONU non sarà servito a molto, anzi, potrà avere effetti negativi, radicalizzando ancora il confronto, e questo specie se l’opinione pubblica israeliana si chiuderà ora a riccio in protesta contro un mondo considerato ingiusto e parziale. In sostanza, quello che conta è la lettura che le parti daranno della decisione societaria: se la prenderanno come un invito a comportarsi finalmente come membri responsabile di una Comunità internazionale organizzata e a tornare al negoziato, va bene. Se sarà invece letta dagli uni e dagli altri solo in chiave rispettivamente di una vittoria, o di una sconfitta, politica e propagandistica, le cose resteranno complicate e forse peggioreranno.

Sull’altro versante, altra idea generosa ma accademica è che occorra dare sicurezza a Israele ricevendolo nell’Unione Europea. In passato si era discussa la possibilità che quel Paese accedesse alla NATO (che dà garanzie di sicurezza ben superiori a quelle europee), ma l’idea cadde, sia perché il Trattato NATO limita esplicitamente la partecipazione ai soli Stati europei, oltre agli Stati Uniti e al Canada, ma anche perché vari membri dell’Alleanza stessa (dalla Francia alla Spagna, dalla Turchia alla Grecia) vi si sarebbero opposti. Lo stesso, mutatis mutandis, vale per l’Unione Europea, la cui appartenenza è, per definizione, riservata ai Paesi del Continente (come giustificare, se no, la permanente esclusione della Turchia?) e nella quale i Paesi meridionali sarebbero comunque contrari. Dubito comunque che un eventuale ingresso nell’UE placherebbe l’ansia di sicurezza degli israeliani e li renderebbe malleabili. Per una lunga e più volte confermata esperienza, so che Israele non crede nelle garanzie internazionali, sia dell’ONU che dell’Europa, e degli europei continua a diffidare, non sempre senza ragione. Ammesso, in estrema ipotesi, che fosse possibile convincere tutti e ciascuno dei membri dell’Unione (il cui assenso è necessario) ad aprirsi a Israele, l’Europa non farebbe che caricarsi di un conflitto di difficile soluzione ed al quale non è preparata, nè politicamente né militarmente (né economicamente; siamo per una volta onesti: il petrolio ci serve, eccome!), senza migliorare in nulla i dati del problema.

Questa considerazione vale anche per chi  si chiede “dove sta l’Europa” nel conflitto mediorientale.  L’Europa sta dove la tengono l’obbligo di tenere conto, per la politica estera, delle posizioni di tutti i suoi membri, che  tra israeliani e palestinesi sono divisi, e la realtà di una politica estera comune ancora imperfetta e inconclusa. Puó dispiacerci che sia così (e a me personalmente spiace) ma non si può forzare la realtà. L’Europa, nei quindici anni passati, ha potuto intervenire attivamente solo in situazioni in cui vi era unanimità  tra i membri, e con questa premessa assicurare anche una presenza militare (come nei Balcani) laddove l’essenziale era stato fatto da altri (ONU e NATO) e le parti lo accettavano. Ma non è in grado di imporre nessuna mediazione, nessun intervento, quando almeno una delle parti non l’accetta, ed essa stessa non ne ha né la coesione operativa, né la forza politica e militare. La signora Ashton non è la signora Clinton, che ha dietro le spalle la maggior potenza politica e militare del mondo. L’UE può e deve partecipare o appoggiare ogni serio e utile tentativo internazionale. Può e deve aiutare, come fa, i palestinesi di Ghaza a sopravvivere, e magari usare questo strumento per fare pressione sull’Autorità palestinese perché isoli gli estremisti (ammesso che sia in condizione di farlo). Può, e deve, reiterare le sue posizioni di fondo sul conflitto del MO, che dalla Dichiarazione di Venezia degli anni ’80 in poi sono chiarissime, ma chiederle di più è, purtroppo, irrealistico.

© Rivoluzione Liberale

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2 COMMENTI

  1. Dopo che questa nota era stata scritta, i fatti sono venuti puntualmente a confermarne alcune notazioni. La prima riguarda l’Europa: che senso ha chiederle una posizione piú attiva se i 27 non sono stati capaci di trovare una posizione comune sul voto (fosse eventualmente anche l’astensione in blocco)? D’altra parte, le regole della Politica Estara Comune sono quelle che sono, ogni Statio membro resta libero e non ci sono meccanismi di formazione delle decisioni a maggioranza. Se non si arriverá all’Unione Politica, l’Europa in politica estera resterá per forza di cose balbettante.
    La seconda notazione riguarda il comportamento delle parti. Euforia a Ghaza (comprensibile, ma attenti a nonlasciarsi andare a pericolose illusioni) e reazioni rancorose in Israele, che ha preso una decisione sbagliata e pericolosa, ampliando la politica di colonizzazione nei TO. Conclusione, pace, per il momento, piú lontana. Speriamo che torni il buonsenso, una merce sempre molto scarsa in quella zone.
    Ultima nota. Sul voto dell’Italia si é sollevato da noi il solito polverone, su linee ideologiche che ignorano il merito della questione. E la mia amica Margherita Boniver ha perso una buona occasione per stare zitta quando ha lamentato che il Governo non abbia consultato sul voto il Parlamento. Proprio lei, che é stata Sottosegretario agli Esteri, dovrebbe sapere che i voti all’ONU appartengono alla sfera di competenza dell’esecutivo, che puó – puó, non deve – riferirsi al Parlamento ed é bene lo faccia quando sono in gioco questioni di principio o di fondamentali orientamenti di politica estera e non, come in questo caso, il semplice riconoscimento di una realtá e, in sostanza, di un atto dovuto.

  2. Come volevasi dimostrare, i Paesi Europei hanno dimostrato la loro compattezza (!) sulla que- stione mediorientale nel votare in modo sparpagliato e disordinato all’ONU. Battuta a parte, vorrei esprimere qualcosa in merito.
    Intanto, l’Ambasciatore Jannuzzi dall’alto della esperienza pluriennale specifica maturata ha ben rappresentato nei due interventi effettuati (la nota e l’appendice) alcuni punti focali della questione in relazione all’atteggiamento degli Europei.
    Mi sento stimolato anch’io dalle mie piccolissime esperienze, vissute personalmente e poi atten- zionate nel tempo, per affermare che l’Europa in materia di politica estera esiste ben poco;così come ho voluto indicare ai piedi dell’articolo di Angeli, giorni fa, gli Stati egemoni europei conti- nuano ad agire individualmente per accaparrarsi fettine di potere (e di affari) nel mondo arabo. Non ho alcuna fiducia sul comportamento falso ed ondivago degli Europei, ivi compresi gli italiani.
    A tal proposito mi permetto di fare un salto all’indietro di appena cinquantanni quando giovani
    studenti eravamo entusiasti nel sognare di poter costituire l’Europa dei popoli accomunati in un solo Stato unito. Ricordo che sul foglio organo della G.L.I. di Palermo (fondato da Stefano e da me ):”Amici di Controcorrente” esprimevamo in dibattito idee nuove e rivoluzionarie nella scia di
    Piero Gobetti , spesso contrastati dai reazionari dirigenti del Partito. Sul tema dell’Europa unita
    ebbi a scrivere più volte, commentando ciò che accadeva nel panorama internazionale,su quali basi dovevano nascere gli U.S.E.:una politica economica comune senza egoismi o tentativi di supremazie, l’abbattimento non solo formale dei confini, l’assemblamento degli usi e costumi, il superamento delle diversità etniche, con un Parlamento attivo ed un governo formato con la partecipazione di cittadini competenti ed interpreti delle esigenze popolari. E una presenza
    decisa e positiva nell’agone internazionale in particolare nel Mediterraneo.
    Allora era un sogno, oggi è una realtà per certi versi sconcertante.

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