L’Italia è un Paese fragile. Non soltanto relativamente alle sue economie e più generalmente alle sue ormai scomposte articolazioni sociali. Ma anche per la sua sedimentata non volontà di attendere alla cura del suo Paesaggio. Città nelle quali si continuano ad aggiungere parti che nessun beneficio portano al riequilibrio delle difformità. Edifici, complessi, anche architettonicamente pregevoli ma urbanisticamente insignificanti. Se non deleteri. Aree esterne ai centri storici nelle quali si saturano nuovi, importanti, spazi. Territori devastati da un’urbanistica diffusa, voracemente interessata a costruire. Rispondendo a logiche che a dispetto di rassicuranti varianti ai PRG e a sanatorie ad hoc, si fondano sull’illegalità. 

Decenni e decenni di storia del Paese contraddistinta da un consumo di suolo progressivamente maggiore. Circostanza questa che ha pesato non poco anche sull’agricoltura. Sempre più marginale nei cosiddetti asset italiani.

Come noto il ddl presentato a settembre dal Ministro dell’Agricoltura Catania ha cercato di creare un freno a questa tendenza. Divenuta ormai quasi naturale. Con il Disegno di legge quadro in materia di valorizzazione delle aree agricole e di contenimento del consumo del suolo. Seguendo il modello della Germania ogni dieci anni un decreto fisserà ”l’estensione massima di superficie agricola edificabile nazionale”, cioè la quantità di terreno coltivabile che può essere cementificata. Viene poi introdotto il divieto di mutamento di destinazione. I campi per i quali sono stati concessi aiuti di Stato o europei non possono essere usati in modo diverso per cinque anni. Il terzo punto, il più tecnico, ma anche il più importante. Viene cancellata la possibilità di utilizzare i cosiddetti oneri di urbanizzazione per le spese correnti degli enti locali. Insomma, i soldi incassati dai Comuni potranno essere usati soltanto per portare i servizi nei nuovi quartieri.

Venerdì 16 novembre il Consiglio dei Ministri ha approvato definitivamente il Disegno di legge quadro. Un ddl che introduce delle modifiche, rispetto al documento concordato a fine ottobre dalla Conferenza unificata Stato-Regioni, che contemplava diverse “osservazioni e proposte”. Così all’articolo 1 comma 1 è sparito il richiamo all’articolo 44 della Costituzione, che recitava “al fine di conseguire il razionale sfruttamento del suolo e di stabilire equi rapporti sociali, la legge impone obblighi e vincoli alla proprietà terriera privata”. Così come sono stati omessi i richiami agli articoli 11 e 191 del Trattato di Lisbona.

Ancora, si è modificata la prevista “moratoria” sul consumo di nuovo suolo agricolo, prevista all’articolo 8, comma 1. Nel testo del 30/10/2012 si prevedeva in ogni caso un “blocco” al consumo di suolo agricolo per 3 anni, per poter arrivare ad attuare tutto l’iter dell’articolo 3 del medesimo decreto. Mentre, ora si è previsto il “blocco” solamente fino alla data di adozione del Decreto interministeriale di cui al comma 1 dell’art. 3 e comunque non oltre il termine di 3 anni. Inoltre allo stesso comma è stato inglobato il precedente comma 2 del testo del 30/10/2012, in parte modificandolo. Soprattutto si sono “fatti salvi” gli interventi già autorizzati e quelli già previsti dalla vigente pianificazione. Quindi tutte le vigenti previsioni per salvare i cosiddetti “diritti edificatori acquisiti”, oltreché i lavori già inseriti negli strumenti di programmazione delle opere pubbliche e per le infrastrutture strategiche.

Insomma una specie di annacquamento dell’originario testo. Peraltro già alleggerito dalle Regioni. Le più penalizzate certo, stando ai numeri, dalla perdita di terreni agricoli. Ma al contempo anche corresponsabili di questo status quo. La black liste parla chiaro. In cima alla assai poco invidiabile classifica c’è la Lombardia. Poi, il Veneto, la Campania, il Friuli Venezia Giulia e, quindi, l’Emilia Romagna. Regione che ha guadagnato quel posto lasciando che nascessero non solo edifici ad uso abitazione nei contorni di centri piccoli e grandi. Ma anche tanti capannoni industriali. Quegli stessi, molti dei quali, segnalati dall’abbattimento del recente terremoto. Eppure la lezione non sembra sia stata capita. Dura a morire l’idea che non passi attraverso soluzioni come quelle prospettate dal ministro Catania la salvaguardia del territorio. Come dimostra Vasco Errani, presidente della confederazione delle Regioni ma anche Governatore, di lungo corso, dell’Emilia Romagna. Durante la campagna elettorale per le regionali, sicuro nel dichiarare che “Dobbiamo fare una scelta radicale, ma dobbiamo farla. Basta consumare territorio, in questa regione, investire sulla qualificazione urbana, sul recupero degli spazi, ma il territorio è una risorsa finita”. Salvo, più di recente, cambiare sostanzialmente idea. Sostenendo che “Noi abbiamo detto che vogliamo fermare… il consumo del territorio. Pensate che possiamo farlo, semplicemente con una legge? No è impossibile farlo con una legge, dobbiamo essere realisti”.

Il problema è che il suolo, i territori, gli spazi delle città, sono da molto tempo qualcosa di diverso da quel che dovrebbero essere. Sono diventati, spesso, merce di scambio. Il luogo delle illegalità diffuse. L’albero dal quale prendere frutti e tagliare rami. Quasi senza chiedere.

Speculazione e abusivismo sono fenomeni tutt’altro che recenti, cresciuti. Alimentati da quanti detengono la gestione dei territori. In primis, proprio le Regioni. Quindi le Province.

Qui la situazione mostra criticità ancora maggiori. Eppure nulla. Nonostante Monza-Brianza abbia toccato il 54% della superficie edificata, Napoli il 43%, Milano il 37%, Varese il 29%, Trieste il 28%, Padova il 23%, Roma il 20%, Como e Treviso il 19% e Prato il 18%.

 Le eccezioni da parte delle Regioni al ddl Catania bipartisan. Per qualcuno quel decreto risultava “innaplicabile”. Come il Coordinatore degli assessori regionali all’Agricoltura Dario Stefano, di Sel. Per altri, forse, sarebbe potuto anche andare bene. Ma intanto promuoveva la sanatoria per gli abusi edilizi della Campania. Come faceva Nitto Palma commissario regionale del Pdl.

Ora superato anche l’esame delle regioni e approvato dal Consiglio dei Ministri inizia l’iter parlamentare. Soltanto se sarà celere si potrà sperare si faccia in tempo prima della fine della legislatura. All’Italia non servono nuove palazzine, che rimarranno invendute, nelle periferie delle città e nelle campagne. Molto più utile sarà riqualificare l’esistente, senza procedere ancora ad una densificazione senza ragione. Ricominciando a recuperare all’agricoltura lo spazio che deve avere. Non servono città intelligenti ma amministratori capaci di scelte non opportunistiche. Anche nel campo della programmazione urbanistica. Nelle città e nei territori tutto nasce.

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