L’indubbio successo delle primarie del Pd, a prescindere dal vincitore, porta oggi questo strumento partecipativo ad essere al centro dell’attenzione mediatica e dei cittadini come metodo principe di democrazia diretta. In effetti come strumento propagandistico s’è rivelato efficacissimo, facendo volare il Pd nei sondaggi ben oltre il 30% dei consensi quando fino a poche settimane fa questa quota sembrava irraggiungibile. Ma è davvero quella delle primarie la più democratica delle pratiche di selezione della classe dirigente?

Benché la democrazia diretta sia oggi di gran moda, perorata a gran voce da Beppe Grillo, la democrazia rappresentativa, a mio modesto avviso, è ancora lo strumento migliore per garantire la libertà degli individui e della società senza sforare in populismi spesso anche pericolosi e la selezione di una classe dirigente adeguata. La democrazia rappresentativa però necessita dei Partiti per garantire la selezione e la formazione di questa classe politica. Questa selezione in effetti negli ultimi anni, o decenni forse, è degenerata in una selezione in peggio, i cui risultati sono stati, tra l’altro, i vari Fiorito, i Belsito ed i Lusi, ma  non solo. Tale degenerazione però non è da ascriversi solo ai partiti in quanto tali, ma piuttosto alla deriva non democratica che queste organizzazioni hanno avuto negli ultimi anni, accelerata e moltiplicata da quella sciagurata legge elettorale che è il Porcellum.

La possibilità, da parte dei capi bastone di partito, di evitare il confronto interno nominando gli eletti tra i fedelissimi ha rapidamente trasformato le classi dirigenti dei partiti in piccole oligarchie autoreferenziali e dispotiche. Nessuno dei maggiori partiti italiani sembra infatti più capace di svolgere veri e propri congressi di partito, democratici e competitivi. L’esempio lampante è il Pdl che congressi nazionali non ne ha mai svolti dalla sua nascita, si ritrova un segretario nazionale nominato e quindi privo di qualunque reale autorevolezza ed un padre padrone che fa e disfa a suo piacimento senza dover rendere conto a nessuno.

Anche l’espediente a cui ricorre il Pd delle primarie è quindi un surrogato alla normale pratica democratica interna ad un partito, che è quella del congresso e per questo è una forma di democrazia in realtà minore e forzata. Se infatti la pratica delle primarie è comprensibile per definire candidature a cariche monocratiche, quali i sindaci, i presidenti di provincia o di regione, e pure il presidente del consiglio, non è però adatta a selezionare democraticamente una classe dirigente.

Anche nel Pd, dopo le primarie, la classe dirigente sarà ancora una volta “nominata”, con l’unica differenza che a nominare saranno Bersani e Renzi in proporzione ai voti presi.

Onore quindi a Partiti, seppur piccoli, come il PLI che ai congressi non rinunciano, che sono capaci di celebrarli in modo vero, combattuto ed aspro, ma democratico, e che tramite questo strumento riescono a selezionare una classe dirigente degna di questo nome, che le cariche se le guadagna sul campo anziché ottenerle come nomina, per servilismo verso il ras di turno.

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