Bozze e ‘canovacci’ d’intesa, quella in discussione attualmente è la ventesima bozza. Dopo circa undici mesi di estenuanti discussioni non si è compiuto nessun passo in avanti a proposito di riforma del sistema di voto. Manca ancora il testo definitivo da proporre in Senato perché i partiti sono impegnati a discutere di premi, premietti, soglie di maggioranza più o meno consistenti, preferenze o collegi, listini bloccati e tanto altro ancora, senza però raggiungere un’intesa costruttiva per restituire ai cittadini il diritto di scegliere i loro rappresentanti. La sinistra chiede alla destra dei chiarimenti, tantoché Bersani afferma: “Il Pdl, per favore, ci faccia sapere cosa pensa esattamente sul piano politico della legge elettorale perché non lo capiamo più. Siamo di fronte alla ventesima proposta, ma non sappiamo di cosa parlano”. “In questo momento il dossier più importante è quello sulla legge elettorale – sottolinea il novello premier del centrosinistra – soprattutto perché ci preoccupa lo sfaldamento del centrodestra”. In sostanza, i democratici considerano le incertezze piedielline il vero punto di arresto a proposito di superamento del ‘porcellum’ e qualora dovesse resistere la vecchia legge elettorale sarebbero intenzionati a replicare l’esperienza delle primarie, sperimentate a livello territoriale, nelle elezioni politiche.

Un rimpallo continuo di voci e una deludente scarsità di iniziative da parte di entrambi i fronti non fanno comunque intravedere nemmeno l’ombra di un nuovo sistema di voto. L’approdo in Aula della bozza di legge viene rinviato di settimana in settimana – il prossimo termine è mercoledì 5 dicembre – e ogni settimana ci si augura che l’estenuante ‘trattativa’ sulla riforma elettorale si concluda, per tramutarsi presto in legge.

La ventesima bozza prevede un modello in cui vige il sistema proporzionale, con uno sbarramento al 4 per cento per i coalizzati e del 5 per cento per chi corre da solo; un premio di maggioranza al 40 per cento ed un eventuale bonus al primo partito, pari al 27 per cento dei seggi che ha ottenuto. Regna inoltre il sistema delle preferenze, in virtù del quale verrebbero eletti due terzi dei parlamentari mentre il terzo che resta sarebbe il risultato dei listini bloccati.  

Alla vigilia dell’ennesima discussione in Aula, ossia nella giornata di martedì 4 dicembre, la suddetta bozza Calderoli (la ventesima) è stata però messa in crisi da una nuova bozza firmata da Quagliarello e Malan, che prevede un premietto fisso di 50 seggi (e non più variabile come la proposta dell’‘ascensore’ di Calderoli) e una soglia del 40% per le coalizioni che vogliono ottenere il premio di maggioranza. Nel caso in cui nessuna coalizione raggiungesse la soglia del 40%, il premietto fisso sarebbe assegnato al primo partito che si sarebbe assicurato il 30% dei voti. Il capogruppo dei democratici in  Senato, Anna Finocchiaro, ha subito dichiarato: “La bozza Quagliarello non ci piace proprio, dobbiamo cambiarla. Ormai siamo in una condizione di sabbie mobili. Il Pdl cambia continuamente le carte in tavola”. “Se non facciamo un accordo – sottolinea la Finocchiaro – come andiamo in aula? Ormai il metodo Calderoli dell’ascensore è saltato, ora  noi rilanciamo e chiediamo di tornare all’accordo che avevamo fatto  molto prima. Almeno mettiamoci d’accordo sull’entità del premietto senza più discutere del testo Calderoli. Noi lavoriamo per un premio che consenta al primo partito un timone saldo per governare il Paese. E per farlo occorre fare i conti con i numeri”.

In questa situazione di stallo, caratterizzata da un’indecisione profonda e minacciata da ripetuti segnali di rottura, il presidente della Repubblica ha richiamato i partiti all’ordine (anche in questo caso per l’ennesima volta) invocando il loro senso di responsabilità, che a proposito di riforma elettorale si è finora rivelato davvero insufficiente. Il Capo dello Stato ha preso la palla al balzo scrivendo una lettera  al deputato Pd Roberto Giacchetti, che circa quattro mesi fa ha iniziato uno sciopero della fame proprio per manifestare il suo dissenso nei confronti dei lavori sulla riforma elettorale, con la speranza di sollecitare gli animi dei suoi colleghi, ovviamente senza ottenere alcun risultato. Giacchetti, a sua volta, ha dichiarato che in verità le diverse forze politiche “si vogliono tenere il Porcellum”. “È questo l’obiettivo recondito”, ha sottolineato il deputato Pd.

Nella lettera inviata a Giacchetti, Napolitano ha ricordato, non a caso, gli incontri con le diverse forze politiche nel gennaio 2012 quando “si erano tutti dichiarati convinti della necessità di modificare la legge del 2005”. “Incontri da me promossi – sottolinea il capo dello Stato – con gli esponenti dei cinque partiti rappresentati in Parlamento”. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti, ma “purtroppo – ammonisce Napolitano – a dieci mesi di distanza, non si sa se si stia avvicinando la conclusione di questo interminabile braccio di ferro, giuoco degli equivoci, ripetuto alternarsi di opposti irrigidimenti”. Una situazione che sottopone ad un “grave rischio il mantenimento di un impegno assunto da tutte le forze politiche in risposta ad aspettative più che comprensibili diffuse tra i cittadini-elettori”.

Il presidente della Repubblica rimarca così la mora alla quale sottopone, ormai da mesi, l’intera classe politica, sottolineando che sulla legge elettorale del 2005 grava il peso di una sentenza della Consulta che l’ha definita “una anomalia costituzionale” per l’assenza di una soglia del premio di maggioranza. Napolitano sterza aspramente e mette nero su bianco il concetto di ‘tradimento’: “Continuo a ritenere essenziale nell’interesse della nostra vita democratica che quell’impegno di riforma e quelle aspettative non vengano tradite”, ammonisce il capo dello Stato, il cui pressing sui partiti si prefigura senza tregua. Egli assicura infatti di continuare ad esercitare la dovuta “sollecitazione istituzionale”, un annuncio che secondo alcuni nasconderebbe l’ipotesi di un messaggio alle Camere. Qualora si realizzasse questa ipotesi sarebbe la dimostrazione del fallimento della dialettica parlamentare. Del resto in Senato sono ormai undici mesi che si discute e la legge è ancora una bozza sulla quale dibattere. Il testo verrà licenziato, nella migliore delle ipotesi, entro l’8 o il 9 dicembre, ma tutto ciò, dati i fatti verificatisi finora, è solo fantapolitica. Per di più, occorre considerare che pur giungendo a Montecitorio la prossima settimana il testo dovrà comunque essere discusso. Si arriverebbe così ben presto al periodo natalizio, e magari l’Aula di Montecitorio andrebbe convocata proprio tra Natale e Capodanno. Un’ipotesi, quest’ultima, davvero improbabile che, inoltre, si potrebbe verificare presupponendo l’assenza di ogni minimo incidente di percorso e in presenza di una forte volontà politica (ciò che non si è verificato finora) volta ad approvare una nuova legge elettorale prima dell’entrata del nuovo anno.

Di certo per arrivare alle prossime elezioni con un nuovo sistema di voto non basta l’ammirevole e lodevole forza di resistenza del capo dello Stato. I partiti devono necessariamente uscire dal “giuoco degli equivoci” e invece di arrovellarsi sui conti matematici a proposito di soglie di maggioranza, premi e premietti, dovrebbero rendersi conto che ogni ennesimo rinvio mette a dura prova le ‘magnifiche sorti e progressive’ della democrazia liberale nel nostro Paese.

© Rivoluzione Liberale

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1 COMMENTO

  1. A me sembra che dovremmo dire e denunciare chiaramente le ragioni di questo nuovo tormentone italiano: da una parte c’é il PD che, pensando di poter arrivare con SEL a una consistente maggioranza relativa, cerca in tutti i modi di trasformarla in maggioranza assoluta, perfettamente dimentico di tutto quello che il PC disse e fece contro la “legge truffa”. Dall’altra c’é il PDL che non glielo vuole concedere. E ambedue, in sostanza, al di lá delle chiacchiere, sarebbero ben contenti di tenersi il procellum, che permette di indicare a dito i candidati. Se cosí non fosse, i partiti si sarebbero giá accordati su una prima deroga al porcellum, che preveda il voto di preferenza. Il Capo dello Stato é persona di grande equilibrio e senso delle istituzioni, ma ha limiti costituzionali evidenti, a meno che non abbia il coraggio di denunciare apertamente le ragioni dell’atteggiamento dei partiti, compreso il PD da cui proviene e che lo sostiene.

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