[Qualche giorno fa Teodoro Klitsche de la Grange pubblicava sul sito “Carlogambesciametapolitics” un suo intervento nel dibattito dedicato al cosiddetto “decreto salva ILVA” del Governo. Abbiamo allora chiesto all’autore di scrivere per il nostro giornale un breve approfondimento al suo scritto che riportiamo in coda allo stesso articolo in forma di “postilla”. NdR]

.

La totalità dei commenti comparsi sulla vicenda ILVA che mi è capitato di leggere si può ricondurre al repertorio degli idola mediatici e delle ovvietà del teatrino della politica. La scena è contesa tra i personaggi della magistratura salva-salute e del governo salva-impresa. Al fine di chiarirlo il Governo (o la stampa – fa quasi lo stesso) ma subito battezzato il suo decreto salva-ILVA. A conferma che questo governo che di cristiano non ha granché ne ha tuttavia la vocazione “soteriologica”: dalla nascita, non fa che salvare qualcosa (o qualcuno).

Contrariamente a molti commentatori non parteggio né per la decisione della magistratura tarantina né per l’ILVA, né per il Governo. Lo stupore di fronte alla chiusura con la carta bollata di un grande stabilimento, non può far dimenticare il dato di comune esperienza che, proprio perché così grande e stante il tipo di lavorazioni, l’aria lì intorno non dev’essere granché salubre, e probabilmente ha provocato e contribuito a provocare danni notevoli alla salute dei tarantini. Il provvedimento del magistrato non mi pare appartenga cioè alla categoria di altri provvedimenti giudiziari finiti sulla stampa che sono apparsi prima che bizzarri, inverosimili.

Pertanto il fatto che, per tutelare il bene-salute, gli uffici giudiziari tarantini abbiano preso un provvedimento clamoroso e lesivo di altri interessi tutelati (anche perché non hanno – né possono avere – a disposizione la gamma di soluzioni che può mettere in campo il potere governativo-amministrativo), non può suscitare scandalo: il giudice opera in base alla massima fiat justitia pereat mundus.

Ma è qua che la vicenda dell’ILVA coinvolge una questione d’importanza fondamentale che è rimossa (o accantonata o sottovalutata) da gran parte degli “addetti ai lavori”.

Se un provvedimento, pur giuridicamente corretto, si rivela foriero di danni enormi, occorre rispettarlo ed eseguirlo, perché preso da giudici competenti in base a norme vigenti, ovvero derogare, sospendere, modificare la legge e/o gli effetti del provvedimento medesimo? E’ il quesito che si ripete (almeno) da quando lo Stato moderno cominciò a muovere i primi passi.

Tant’è che se lo pone Machiavelli nei Discorsi (riguardo alla dittatura romana); Bodin, e tanti altri fino a Jhering, Schmitt e Santi Romano. La risposta è univoca: il potere politico (il “governo”), che ha come funzione la protezione della comunità e come principio salus rei publicae suprema lex, deve, se necessario “rompere gli ordini” (come scriveva il Segretario fiorentino) e derogare alla normativa vigente, onde evitare di compromettere l’essere – e il benessere – della comunità. E se – come nella specie – più interessi, pubblici e meritevoli di tutela sono in conflitto, è compito di questo ri-comporli, di guisa che non pereat mundus per fare justitia (che nella specie non è quella di S. Agostino, ma la legalità dello Stato moderno).

E’ conseguenza della reiterata opera di manipolazione del sentire comune che la questione non sia avvertita in questi termini, semplici quanto chiari, espressi dai pensatori prima ricordati.

Si discute di conflitto di attribuzioni e violazione della Costituzione, identificando la costituzione con quella formale, deliberata nel ’47 e tralasciando altri concetti di costituzione, e, soprattutto, le concezioni che vedono nella necessità una fonte di diritto (Santi Romano), la ragione ultima per provvedere nello stato d’eccezione (Jhering e Schmitt), come nella legalità e nella legge uno strumento relativo (de Maistre), perchè non idoneo a padroneggiare e risolvere ogni situazione concreta.

Se si pone nei termini “correnti” la questione, la tesi, tra gli altri, del “governatore” della Puglia, che il Governo abbia commesso uno strappo alla Costituzione (formale), ha diverse chances di essere plausibile: ma se si parte dall’altra, ossia dalla concezione “classica” non si può che aderire per l’appartenenza di tali decisioni del governo. Anche perché in uno Stato che abbia come compito anche il benessere, e così il governo dell’economia, l’esigenza di salvaguardare una grande industria rientra negli scopi da perseguire e nelle situazioni d’emergenza.

E per questo il decidere spetta al Governo, tra l’altro perché competente alla decretazione d’urgenza, pensata – e disciplinata – soprattutto in vista delle circostanze eccezionali, non risolvibili con i mezzi ordinari, come questa.

E, anche per questa “lezione pratica” di diritto costituzionale, lo dobbiamo ringraziare.

.

Postilla:

Continua la polemica sull’ILVA: secondo alcuni il provvedimento di sequestro è intangibile con decreto-legge (ma nella tesi è implicito “anche per legge”). Con i decreti-legge si può quindi fare di tutto, dalla guerra in giù, ma non toccare le decisioni del potere giudiziario.

Tale tesi stimola due considerazioni: l’una quanto sia labile la memoria degli operatori del diritto; l’altra quanto certe concezioni hanno in comune con le coperte corte: che se riscaldano la testa, lasciano scoperti i piedi e viceversa.

Cominciamo dalla memoria: dopo l’unificazione italiana s’incominciò a discutere se i giudicati (cioè le decisioni irrevocabili perché non impugnate o non più impugnabili dei giudici e  non i sequestri) dovessero obbligare l’amministrazione (qua si tratta invece – ed è assai “peggio” – del potere legislativo, cioè di quello le cui decisioni devono applicarsi dai giudici). Un valente amministrativista come Cammeo riteneva che l’amministrazione potesse rifiutarsi di eseguirlo e che tale rifiuto dovesse considerarsi atto politico non impugnabile avanti al Consiglio di Stato. Così i giudicati diventano non più degli obblighi, ma dei consigli per il potere esecutivo. Questa era la regola per Guicciardi, ad avviso del quale l’obbligo dell’amministrazione, davanti ad un giudicato, consiste unicamente nel riesaminare l’atto ritenuto lesivo di un diritto, tenendo conto anche del giudicato, per poi fare quanto riteneva opportuno. Anche dopo la Costituzione repubblicana – almeno per i primi decenni – la situazione cambiava poco. Massimo Severo Giannini, vista la difficoltà di conciliare comandi giudiziari e decisioni amministrative, sosteneva che con le competenze di merito date al Consiglio di Stato per l’esecuzione dei giudicati si volevano perseguire due risultati: la possibilità di ottenere l’adempimento della sentenza, ma “insieme dare ad un giudice l’esame dell’opportunità del comportamento inottemperativo dell’amministrazione al fine di approntare una giustificazione ufficiale e formale all’esercizio del potere ablatorio dell’utilità riconosciuta all’amministrato dal giudice”, cioè la scusa per non eseguire. Anche se tali, diffusissime, convinzioni fossero discutibili e spesso, anche se parzialmente erronee, erano opinione comune e di gran lunga prevalente. Con buona pace del potere giudiziario e delle sue decisioni.

Quanto poi alla coperta corta, è noto che non sono soggetti a giurisdizione (del Consiglio di Stato) gli atti (amministrativi) “emanati dal Governo nell’esercizio del potere politico”. Norma già presente nell’art. 31 r.d. 1054/1924 e confermata di recente dall’art. 7 D.lgs. 2010/104. Malgrado la non conformità di tale norma (sicuramente di carattere eccezionale)  al dettato degli artt. 24, 103 e 113 della Costituzione, il precetto ha brillantemente superato il XX secolo e il primo decennio del XXI. C’è da chiedersi perché. La ragione più plausibile la indicò un costituzionalista attento come Barile: tali atti non sono sindacabili per la natura delle cose. Ovvero perché se fossero sindacabili atti emessi nell’esercizio del potere politico da parte degli organi politici, la Repubblica italiana cesserebbe d’essere uno Stato “legislativo-parlamentare” per diventare quello che i giuristi tedeschi chiamano JustizStaat, cioè uno Stato giurisdizionale.

Quindi da un lato gli atti (politici) del potere governativo non sono sindacabili da quello giudiziario; dall’altro i provvedimenti di questo possono essere derogati da quello. Cioè l’inverso di quanto si sostiene da molti.

E lo stesso vale a ratione majus per la decretazione d’urgenza che nel testo costituzionale è (l’unico) strumento pensato (anche, anzi soprattutto) per risolvere le situazioni di crisi (pure se troppo spesso impiegato con generosa larghezza); se non vi fosse quello la Costituzione della Repubblica come Stato democratico e borghese, a forma di governo parlamentare, verrebbe meno, a favore di un’anarchia di poteri litigiosi, ma soprattutto impotenti, a garantire alla comunità un’ordinata esistenza politica e socio-economica, ovvero la funzione principale dell’Istituzione-Stato.

© Rivoluzione Liberale

CONDIVIDI