Sabato 28 maggio al Grand Hotel Parco Dei Principi di Roma si è tenuta la convention nazionale Laici, liberali e socialisti nel nuovo Risorgimento. La sfida della modernizzazione”.

Nella ricorrenza del 150° dell’Unità d’Italia, l’incontro è stato un’occasione per gettare le basi per un progetto culturale e politico che renda il dovuto spazio al grande patrimonio della cultura laica, liberale e socialista di cui, mai come ora, si sente la mancanza dall’agone politico.

Organizzato da Liberali e Socialisti  per festeggiare il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia il seminario è stato presieduto da Paolo Franchi che ha dato la parola ai due relatori introduttivi, il Professor Marco Gervasoni e il Senatore Luigi Compagna. Di fronte ad una folta assemblea, è stata affrontata la questione dell’evoluzione del pensiero liberale e socialista nel corso di questi 50 anni che ha visto, dopo molti errori del passato, un progressivo avvicinamento tra le due scuole di pensiero. Il Segretario Nazionale del PLI Stefano de Luca ha rivolto un grato e deferente pensiero al Capo dello Stato, al quale ha attribuito il merito di aver imposto, superando molte resistenze, la celebrazione del centocinquantesimo anniversario. Allo stesso tempo, Napolitano ha garantito dignità ed equilibrio nei rapporti istituzionali.

Tutti gli intervenuti hanno rilevato come il colpo di stato mediatico-giudiziario, del 92/94, abbia cercato di cancellare le culture liberale e socialista per dar vita ad un bipolarismo da stadio, finalizzato alla gestione del potere. Di fronte all’ormai prossimo fallimento di questa esperienza, i Liberali e i Socialisti hanno il dovere di rilanciare il ruolo di una politica che si fondi su valori e progetti, per offrire un’opportunità alle giovani generazioni. In primo luogo è stato sottolineato il ritorno in campo delle culture liberale e socialista, avviando una stagione di verifica della concreta attenuazione delle differenze tra i due pensieri, per presentare un progetto di modernizzazione del Paese.

La discussione si è poi sviluppata attraverso gli interventi di Carlo Scognamiglio, Gianni De Michelis, Renato Altissimo, Alessandro Battilocchio, Biagio Marzo, Massimo Teodori e del Presidente del Consiglio Nazionale del PLI Enzo Palumbo che ha sostenuto come i liberali ed i socialisti, a settanta anni dal manifesto liberalsocialista di Calogero e Capitini, possono oggi stare bene insieme, per riportare le culture politiche al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica. Ma essi non devono commettere l’errore di dividersi sulle alleanze innaturali offerte dall’attuale quadro politico. Le ragioni dello stare con gli altri pregiudicano le ragioni dello stare insieme, e per essere uniti occorre fare insieme una grande battaglia per ridare rappresentatività reale al sistema politico, con una nuova legge elettorale che superi l’attuale forzoso bipolarismo, che ha ucciso la politica ed ha riesumato le lotte tribali per la conquista del potere.

A conclusione dei lavori, gli intervenuti si sono dati appuntamento per un prossimo incontro, mirato più concretamente all’attualità, di fronte al disastro del bipolarismo all’italiana.

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5 COMMENTI

  1. Sono felice e commosso per questa convention, confesso che non speravo più di poter rivedere il Sole dopo tanti anni oscuri chiusi in un bipolarismo innaturale per il nostro paese che ha disastrato in maniera terribile l’agone politico. Liberali e Socialdemocratici rappresentano una forza propulsiva mancante da troppo tempo per la nostra democrazia parlamentare malata e vituperata da anni. Soprattutto essi contribuiscono a costruire il dialogo politico non a distruggerlo, non lo dico io, è la storia che insegna, altri non possono dire altrettanto tanto a destra quanto a sinistra: questa è la forza dei grandi partiti che si riconoscono nel confronto parlamentare e nella democrazia costituzionale.

  2. Concordo sui danni causati dalla scriteriata “passata di falce” eseguita da Tangentopoli, ma confesso di essere stato da sempre e ancor più dopo il 1994, un entusiasta sostenitore del bipolarismo. Un sistema politico che, a mio avviso, avrebbe potuto funzionare, ma che ha pagato non solo la pochezza culturale e lo scadimento morale della nuova classe politica, ma soprattutto il fenomeno definibile come berlusconismo.

    La colpa maggiore del cosiddetto “cavaliere” non è stata solo l’essere entrato in politica per salvarsi dai suoi guai con la giustizia e per risollevarsi da immensi debiti accumulati dal suo patrimonio aziendale, quanto più quella di aver minato, grazie al suo potere mediatico e col suo concetto di esistenza, la consapevolezza sociale e politica della maggior parte degli italiani, che in svariate occasioni ha deciso di votarlo.

    Lo ripeto, senza questo terremoto culturale, il bipartitismo avrebbe potuto essere utile a dare ordine a una politica che, prima, mescolava il buono (vedi il glorioso Partito liberale capitanato da Renato Altissimo e composto da uomini di radicata cultura e congenita signorilità), al cattivo (i vecchi partiti formatisi o rinnovatisi nel dopoguerra che, seppure condotti da prestigiose personalità, hanno trascinato il Paese in fondo a un baratro soprattutto economico).

    • Alla base dell’introduzione del sistema maggioritario, nel 1993, dopo il referendum, c’era l’idea che il sistema elettorale avrebbe semplificato il sistema dei partiti, secondo un meccanismo ideale che avrebbe portato i partiti del centro democratico (quello che allora era il pentapartito) e/o i loro elettori ad unirsi in ragione della loro similitudine, per successive approssimazioni (i liberali coi laici, i socialisti coi socialdemocratici, poi gli uni e gli altri insieme, ed infine tutti loro coi popolari); ciascuno dei nuovi soggetti politici si sarebbe poi distinto dagli altri in ragione della rispettiva diversità.
      L’esperienza ha dimostrato che è avvenuto esattamente il contrario.
      I liberali, i laici, i socialisti, i popolari, piuttosto che unirsi tra di loro, si sono divisi al loro interno, sino al limite della diaspora, in ragione della necessità (generata dal sitema elettorale) di vincere la posta in gioco.
      E’ cioè accaduto che le ragioni dello “stare cogli altri” hanno finito per prevalere sulle ragioni dello “stare insieme”.
      Le conseguenze insite nel nuovo sistema elettorale non sono state comprese da coloro che l’hanno approvato nel Parlamento di allora, mentre sono state comprese immediatamente da Berlusconi, che ne ha subito approfittato, inventandosi due coalizioni diverse (a nord il Polo delle Libertà con la Lega, a sud il polo del Buongoverno con AN), e vincendo la competizione contro l’Alleanza dei Progressisti e contro il Patto per l’Italia, nelle cui due formazioni tutti gli ex partiti del centro democratico (laici, liberali, socialisti, popolari) piuttosto che unirsi si erano frammentati sino al limite dell’irrilevanza.
      La situazione è poi peggiorata con la legge elettorale del 2005, che ha dato luogo ad un bipolarismo assolutamente svincolato dai meccanismi della rappresentanza (che invece erano in qualche modo presenti nella legge elettorale del 1993), trasformando la competizione politica in una vera e propria guerra tra bande organizzate per la conquista del potere, sulla base del principio che per conquistare quel solo voto in più ogni cosa è lecita.
      Che è poi lo spettacolo che è sotto gli occhi di tutti negli ultimi anni, senza che il Paese riesca ad individuare una via d’uscita, che non è consentita proprio in ragione della legge elettorale che ingessa il sistema (da qui le difficoltà del terzo polo, che, in un sistema bipolare, incontra oggettive ed insuperabili difficoltà ad affermarsi).
      Ovviamente, l’unico a beneficiare di questo sistema bipolare è proprio Berlusconi, al quale il sistema è stato regalato dall’insipienza della classe politica del 1993, e che lui è riuscito a perfezionare a suo uso e consumo nel 2005.
      Come risultato, non poteva essere peggiore.
      Siccome sono abituato a procedere secondo il metodo popperiano del tentativo e dell’errore, la conclusione che mi sento di trarne è abbastanza naturale.
      Se il bipolarismo forzato provoca un certo risultato, e se quel risultato non è quello originariamente auspicato, anzi ha peggiorato la situazione facendo prevalere le frange estreme e belligeranti piuttosto che l’Italia di mezzo ragionevole e riformista (come allora si sperava) allora vuol dire che lo strumento individuato al fine era sbagliato e va cambiato.
      Da qui la necessità di rivedere tutto alla luce dell’esperienza, dovendo per prima cosa prendere atto che le ragioni dello “stare cogli altri” pregiudicano le ragioni dello “stare insieme”.
      Se Laici, Liberali e Socialisti vogliono stare insieme, creando una classe dirigente riformista che possa sostituirsi alle odierne tifoserie da stadio, devono rinunziare alla pregiudiziale dello “stare cogli altri”, fare la loro strada anche da soli ed al contempo battersi, nei modi possibili, per cambiare il sistema elettorale che li condanna alla irrilevanza.

  3. E’ estremamente importante che tanto i liberali quanto i socialisti comprendano la necessità di una unità d’intenti comune che contrasti il “tifo da stadio” che oggi impera ad ogni tornata elettorale. La storia ci racconta delle difficoltà, fin dai tempi di Giolitti e Turati, per creare un fronte d’intenti comune considerando anche le stesse distruttive discordie intestine in primo luogo che precludevano qualsiasi possibilità di dialogo costruttivo. Dall’ultimo dopoguerra in poi, liberali e socialisti non sono stati certamente partiti in senso popolare o di massa e sostanzialmente si sono accontentati dell’etichetta di “partiti d’opinione”, etichetta spesso intesa in senso troppo elitaria e distaccata dalla gente. Oggi mancano i partiti d’opinione e si vede, il bipolarismo li ha accantonati definitivamente e proprio per questo è necessario per liberali e socialisti battersi insieme per modificare la legge elettorale in senso proporzionale (anche con correzione ovviamente) affinchè si ripristinisti il giusto dialogo parlamentare. Certo, non schierarsi oggi in uno dei due poli può significare anche la fine politica per liberali e socialisti come evidenziato dai precedenti interventi, ma a mio giudizio è un rischio che si deve correre e ricomporre le due diaspore potrebbe anche essere un altro momento importante e soprattutto bisogna crederci, altrimenti diventa tutto inutile.

  4. è indispensabile arrivare alla costituzione di un soggetto politico laico liberale e riformista se si vuoleì che questa cultura politica , che manca dalla scena da ormai vent’anni, torni ad incidere nella vita del nostro paese.
    Detto che il sistema bipolare ha mostrato tutta la sua inadeguatezza rispetto alle caratteristiche del sistema italiano, ed ha anzi inciso negativamente su di esso imponendo coalizioni artificiose quanto inconcludenti, il percorso proposto va comunque avviato anche permanendo la stessa, o analoga, legge elettorale (lo stesso partito di Casini dimostra come non sia impossibile rappresentare settori specifici della società e della politica).
    Sarebbe anzi importante allargare il ragionamento a repubblicani e radicali che assieme a liberali e riformisti sono da sempre parte importante della cultura che questo progetto si propone di rappresentare, così come occorre avere una “visione storica” di una operazione che ha come sbocco l’evoluzione delle diverse culture laico riformiste in una nuova sintesi (ed essere consapevoli che dal 46 le varie esperienze di unificazione, cartelli ecc. sono sempre state penalizzate al primo appuntamento elettorale).
    Non mi resta che formulare l’auspicio che a breve sia possibile il fattivo e concreto sviluppo di un così importante progetto

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