Un anno fa, facendosi da parte di fronte alla catastrofe finanziaria imminente e al venir meno della sua maggioranza alla Camera, Berlusconi dette un segno di responsabilità forzata, alla quale ha seguito per un anno il sostegno, spesso a denti stretti, all’azione del Governo Monti. Ma sarebbe stato troppo chiedere al Cavaliere di continuare a lungo a mettere l’interesse del Paese avanti ai propri interessi patrimoniali e personali. Per varie settimane abbiamo assistito al tragicomico balletto di primarie-si, primarie-no, mi-ritiro-si, mi-ritiro-no, che da solo basterebbe a squalificare qualsiasi uomo politico in qualsiasi Paese serio, e con lui a far perdere di faccia e di dignità allo squallido coretto degli Alfano, Cicchitto, Gasparri e compagnia, costretti a ballare al suono di una musica scordata e a dimostrare in tutte lettere che nel PDL c’è un solo padrone e lui decide, per ultimo e inappellabilmente, e tutti gli altri si adeguino o se ne vadano.

D’altra parte, chi credeva veramente che il vecchio capocomico, sempre più imbellettato e ritinto, accettasse di farsi da parte, restando esposto ai suoi tanti nemici e ai falsi amici pronti, nella sua cupa fantasia, a pugnalarlo? Chi poteva credere che un ego così smisurato accettasse di buon grado e con eleganza una verità che in tutte le elezioni del 2011 e del 2012 è apparsa evidente, e cioè che la gente gli ha voltato le spalle e che il suo ciclo è finito?  Ed eccolo aggrapparsi, non più ai sondaggi che gli sono avversi, ma a mitiche richieste di un gruppetto di fedelissimi, che magari esistono come il famoso giapponese che continuava a combattere senza accorgersi che la guerra era finita. Ora, è difficile immaginare che il Cavaliere sia tanto ingenuo dal credere di farcela ancora una volta, ripartendo da quel 15-16% che i sondaggi attualmente gli attribuiscono; per cui la sola conclusione è che tutto quello che vuole è rimanere il capo indiscusso di una pattuglia, decimata ma comunque presente in Parlamento, di gente pronta a fare quadrato a sua difesa, ed essere eventualmente lui, in caso di stallo parlamentare, a negoziare una via d’uscita in cambio della salvaguardia di sé stesso, della propria libertà, dei propri beni..

Ma tutto sommato, se il suo partito lo accetta, peggio per lui e ha ragione Bersani a gongolare: meglio avere come avversario Berlusconi che qualcuno di più presentabile e meno facilmente attaccabile; un qualcuno, tra l’altro, che non sia stato condannato da una sentenza di primo grado per un grave reato contro la Pubblica Amministrazione e interdetto dai pubblici uffici e contro cui non sia in corso un processo per atti immorali: una manna, per chi dovrà fare la campagna contro di lui.

La cosa più grave è che, nel far planare minacciosamente la prospettiva del suo ritorno in campo, Berlusconi non ha resistito a vibrare l’ultima coltellata al Paese, mettendo in crisi anzitempo e indebitamente un Governo che ha almeno il merito di aver salvato l’Italia dal precipizio in cui lui l’aveva spinto. Coltellata proditoria, meschina e in fondo gratuita, perché comunque alle elezioni ci si stava ormai andando, settimana più settimana meno. Utile, quindi, solo a sfogare il vendicativo livore del Cavaliere, a fargli rincorrere un nuovo asse con la Lega e magari qualche improbabile sfondamento tra i seguaci di Grillo, e intanto a evitargli quello che a lui non fa comodo: una legge sulla ineleggibilità degli indagati e condannati  e una nuova legge elettorale che gli tolga il potere di designare a dito i candidati al Parlamento, in modo da disporre di una banda di scherani ai suoi ordini.

Qualcuno potrebbe chiedersi: ma se il Governo Monti stava terminando comunque il suo mandato, che male c’è nello staccargli ora la spina? La risposta è multipla: perché vi era ancora un lavoro da terminare, a cominciare dalla Legge di Stabilità e da quella di Sviluppo, per non parlare di quella elettorale, che ora sembra sempre più un’utopia, e perché la maniera in cui il PDL ha annunciato la fine del “ciclo Monti” mettendone sotto accusa la politica finanziaria è tale da gettare nei mercati e tra i nostri partner e alleati gravi dubbi sulle intenzioni di un possibile governo della destra e, difatti, ha immediatamente fatto risalire lo spread: ma che importa a Berlusconi, che importa ai suoi valletti, qualche miliardo di euro in più a carico dei contribuenti? Che importa, quando ciò che solo conta è difendere a denti stretti gli interessi patrimoniali e quelli giudiziari del pifferaio di Arcore? E che importa a questi, preoccupati solo di evitare la galera, che, per esempio, il Premier Monti vada al vertice europeo del 12 dicembre, un vertice di grande importanza, senza più maggioranza alle spalle e in stato di virtuale crisi?

Sarebbe però stato meno grave se la coltellata fosse stata vibrata dal solo Berlusconi e si fosse vista una parte almeno del suo partito reagire, facendo vincere il buon senso; ma, con l’eccezione di Frattini e una decina di altri, l’intera corte si è intruppata dietro di lui, a cominciare dalla banderuola Alfano, che, se mai avesse avuto un’oncia di credibilità e di dignità, se l’è giocata tutta. E fa specie vedere per la prima volta accomunati nella stessa canea anti-Monti il PDL e il suo arcinemico Di Pietro, il cui faccione durante l’intervento contro il Premier a Montecitorio scoppiava d’incontenibile livore rivolto a chi è tanto superiore e migliore di lui.

Tiriamo qualche conclusione: la fine della legislatura è comunque prossima e poco importa se si vota a febbraio o a marzo. C’è solo da sperare che la saggezza del Capo dello Stato conduca le cose in modo ordinato, salvando il salvabile (Legge di Stabilità, Legge di Sviluppo) ed evitandoci altre pessime figure internazionali. Monti può serenamente dire di aver fatto quello che la situazione gli permetteva e ne esce a testa alta e credo senza preoccupazioni quanto al suo futuro, che sarà certamente all’altezza delle sue qualità; ma  Berlusconi e il suo partito hanno dato l’estrema dimostrazione della loro completa inaffidabilità; riproponendosi come leader supremo, il Cavaliere si è inoltre sparato sui piedi, allontanando definitivamente qualsiasi prospettiva di un accordo con il Centro e di fatto potrebbe spingere quest´ultimo a un’intesa post-elettorale con la sinistra se, come appare probabile, la linea divisoria essenziale fosse pro o contro l’Europa e tutto ciò che essa significa di serietà e di rigore: da un lato la muta urlante dei Berlusconi, Maroni, Grillo, dall’altra quelli che nell’Europa e nei suoi valori si riconoscono e credono.

In conclusione, è sempre più vero quello che qui si viene scrivendo da tempo: solo se dalle elezioni uscirà un Centro liberale, riformatore, europeo, abbastanza ampio e forte da imporre la propria linea come parte determinante di qualsiasi accordo di governo e se del caso riequilibrare il peso della sinistra radicale, l’Italia avrà un futuro; altrimenti, sarà destinata allo sbando. L’appello è dunque a tutti quelli che del Centro si sentono parte, cattolici e laici, liberali e repubblicani, Italia Futura, i radicali, la grande stampa borghese, e tutti quegli altri che hanno veramente a cuore l’avvenire comune e non i propri miserabili interessi, perché sappiano trovare un minimo comun denominatore, fuori dei personalismi e dei vecchi steccati ideologici, per offrire una sponda a quella vasta parte dell’elettorato moderato che si sente tradita dal pifferaio di Arcore e dai suoi valletti e sente vergogna per il loro irresponsabile populismo. Ma occorrono per questo generosità, intelligenza e lungimiranza, e una campagna a tutto campo, senza risparmio di sacrifici, condotta con tutti i mezzi oggi disponibili, nelle poche settimane che ancora restano disponibili per offrire un avvenire dignitoso all’Italia.

© Rivoluzione Liberale

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