In modo ciclico, il Mali ha conosciuto momenti di rivolta nella sua parte settentrionale. Quello di quest’anno è però atipico, sia nella sua forma, che nella composizione degli attori che vi sono implicati. Infatti, per la prima volta, gruppi jihadisti si sono alleati ai secessionisti per destabilizzare il Paese dalle fondamenta.

Questa crisi si distingue dalle altre non solo per la diversità degli attori, ma per la divergenza dei loro interessi. Il MNLA (Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azwad) è composto essenzialmente da Tuareg, molti dei quali soldati provenienti dalle milizie di Gheddafi. Hanno quasi tutti la doppia cittadinanza (Mali e Libia) e sarebbero dovuti tornare in Libia non appena se ne fosse andata la NATO, per combattere il CNT e Saif El Islam. Il Mali doveva servirgli come base. Ma Saif El Islam è stato catturato in Niger – e il suo numero due ha subito la stessa sorte in Mauritania – e questi soldati, ben addestrati e ben dotati di armi, si sono ritrovati improvvisamente senza comando e senza risorse. Non si sono però persi d’animo e hanno  organizzato una rete di contatti con i compatrioti del Mali di stessa fazione, in vista di una guerra per la “liberazione” dell’Azawad, una ricca (ma non ancora sfruttata) e vasta regione del Nord. Accanto al MNLA abbiamo AQMI (Al Qaeda nel Maghreb Islamico). Si tratta di un gruppo composto da salafisti collegato al Gruppo  Salafista per la Predicazione del Combattimento (GSPC) algerino e conta 600 uomini, che vuole fare del Mali una propria zona di approvvigionamento e una base dove ripiegare in caso di pressioni di parte dell’Algeria e della Mauritania, soprattutto nella loro lotta contro il banditismo organizzato e i tentativi di destabilizzazione. Il MUJAO è un’ala dissidente di Ansar Diné, votata, come Aqmi, al terrorismo. Queste due organizzazioni hanno interesse a che il Nord del Mali diventi una zona di non diritto. Questo gli da l’opportunità, complici i narcotrafficanti colombiani e i fondamentalisti musulmani , di avere il via libera per sviluppare ogni traffico possibile: droga, sigarette, armi e ostaggi. Infine c’è Ansar Diné, che non è un movimento a tutti gli effetti – è un gruppo islamista armato che fino a poco tempo fa dominava con gli altri due gruppi jihadisti Aqmi e Mujao – ma dal quale si è dissociato rinnegando eversione e terrore (ma non la sharia). La situazione di insicurezza non è fortuita e si spiega per le questioni legate alle risorse minerarie e alla posizione geografica del nord del Mali. Riserve di petrolio, gas, fosfati e uranio che fanno sì che le potenze straniere si interessino al Paese. Uno dei grandi progetti è quello di collegare il bacino di Taudeni (gas) dalla Nigeria al Mediterraneo. Inoltre, gli Stati Uniti vorrebbero il controllo (anche se molto discreto) della zona per combattere efficacemente AQMI e i narcotrafficanti. Quanto all’Unione Europea, la supervisione di questa zona gli permetterebbe di meglio monitorare i flussi migratori verso il Mediterraneo.

Come risolvere dunque la crisi? Con un intervento armato come auspicano a gran voce Parigi (che ha sette connazionali nelle mani di AQMI e MUJAO e ancora grandi interessi in Africa) e i suoi amici della CEDEAO (Comunità Economica degli Stati d’Arica dell’Est), che l’11 Novembre scorso ad Abuja hanno approvato un piano per la riconquista militare del Nord del Mali, o con il proseguimento del dialogo fra i principali attori? I ribelli Tuareg e Ansar Diné sembra stiano tentando di evitare un intervento militare. I Tuareg hanno detto di aver rinunciato per il momento all’indipendenza del Nord del Mali, mentre il gruppo di estremisti islamici Ansar Diné ha promesso di rinunciare alla violenza, all’estremismo e al terrorismo. Le concessioni fatte da MLNA e Ansar Diné durante i colloqui che si sono tenuti nei giorni scorsi a Ouagadougou con i membri del Governo del Mali sembrano avere come obiettivo di evitare un intervento armato, ma è difficile sapere se tutte le fazioni ribelli del Nord Tuareg e islamiche, rispetteranno i patti. Inoltre AQMI, molto presente e attivo nella zona, non era neanche seduto al tavolo dei negoziati, così come non lo era MUJAO. Negoziare senza di loro lascia il tempo che trova. C’è poi la crisi istituzionale del Paese da risolvere, una priorità assoluta se il Governo vuole essere credibile agli occhi degli alleati, chiunque essi siano. Per ora le autorità non hanno seguito una linea politica e diplomatica coerente: mentre una parte parla con i secessionisti, l’altra chiede all’ONU di intervenire. Potrebbe essere una strategia per mettere sotto pressione i gruppi ribelli, ma i responsabili del Mali rischiano di seminare la confusione totale, in una situazione già poco chiara. Ci si chiede se questa ambivalenza da parte delle autorità di transizione non sia il riflesso delle divergenze tra i diversi gruppi d’interesse e personalità ora alla guida del Paese. Questo comportamento non rassicura certamente i partner internazionali.

Ad oggi la situazione è questa. La riunione che si è svolta in Burkina Faso è riuscita a creare un quadro per i negoziati futuri, anche se i comunicati che hanno seguito i colloqui non hanno precisato se il Governo del Mali avesse fatto promesse o concessioni. La crisi ha provocato appelli ad un intervento armato da parte dell’Africa Occidentale con il sostegno della Francia e Stati Uniti, ma senza truppe occidentali dispiegate sul terreno. L’Unione Africana ha approvato un piano militare che prevede lo schieramento di 3.300 soldati africani per liberare il Nord del Mali. Le Nazioni Unite stanno esaminando il piano dell’UA, anche se il Segretario generale dell’ONU, Ban Ki-Moon ha dichiarato che prima di lanciare una qualsiasi azione militare, bisognava porre l’accento sul dialogo politico e sulla risposta alle richieste dei Tuareg. D’altro canto, il comandante delle Forze americane in Africa, il generale Carter Ham, ha recentemente sottolineato la pericolosità di un’azione militare avventata e prematura, anche se, come ha precisato lui stesso, gli estremisti legati ad Al Qaeda hanno rafforzato la loro influenza nella parte nord del Paese. Qualsiasi intervento militare lanciato oggi sarebbe votato al fallimento e peggiorerebbe una situazione già fragile.

Il ricordo dell’Afghanistan fa ancora male e le similitudini con la crisi del Mali sono molte – l’estremismo islamico, infiltrazione di combattenti “stranieri” tra i quali cellule del gruppo nigeriano Boko Haram, l’assenza di Stato, il territorio, le armi – è giusto puntare sul dialogo, ma finora la diplomazia ha avuto un atteggiamento piuttosto “disarmonico” sulla questione, una pericolosa perdita di tempo nella risoluzione di un problema non solo politico, ma anche umanitario. Il proseguimento del dialogo con i ribelli non deve rallentare l’organizzazione di un’eventuale azione militare, che potrebbe servire a far piegare i gruppi più radicali.

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