E’ possibile che in un Occidente in cui democrazia significa innanzitutto omologazione e, sempre più violentemente, globalizzazione, ci sia ancora un paese che perde la testa per un bimbo (o una bimba) di cui si sa ad oggi poco o nulla, se non che un giorno regnerà sul trono più antico d’Europa? E’ possibile che le persone, per strada, non commentino la partita di calcio di ieri sera ma si lancino in disquisizioni araldiche su quale sia il nome più appropriato da dare al Regale Pargoletto?

Non solo è possibile, ma è assolutamente ovvio. Benvenuti in Gran Bretagna, signori, dove il sogno e la fiaba convivono con la finanza più moderna ed agguerrita. Uno dei pochi luoghi del mondo occidentale in cui il diritto ereditario non è percepito (non del tutto, perlomeno) come un sopruso ma come una garanzia di stabilità.

In effetti la prima valutazione che un imparziale osservatore dovrebbe annotare sul suo Moleskine da viaggio è proprio questa: Tony Blair si sbarazzò non troppi anni orsono – era il 1999 – della Camera dei Lord per come un millennio di storia inglese l’aveva conosciuta, ovvero come abitata da quei “Pari del Regno” che erano pari tra loro ma tutto tranne che uguali al resto della popolazione. Quel migliaio di famiglie che possedevano (e in gran parte possiedono tutt’ora, come dice bene Antonio Caprarica nel suo La classe non è acqua) il 70 % della terra coltivabile d’Inghilterra e Scozia e che per tre secoli (dalla Gloriosa Rivoluzione del 1688) avevano gestito e guidato le sorti di tutto l’Impero Britannico.

L’Inghilterra è stufa del privilegio di casta? Assolutamente no. Lo stesso Blair non aveva compreso, di certo non del tutto, il vero spirito che anima gli inglesi, siano essi quelli del seicento o quelli del nuovo millennio. La Camera Alta rimane “blindata”, con un assetto capace di ammettere solo “Lords” nominati dal monarca, di volta in volta eminenti personaggi della cultura, della politica, delle professioni. In altre parole, i rappresentanti eletti degli inglesi, a cui era stato demandato il compito di riformare la Camera, hanno scelto di non riformarla affatto; come a dire che una camera elettiva basta e avanza.

Ecco che allora ben si comprende l’eccitazione che in questi giorni serpeggia per le strade britanniche e per le vie del web: la notizia che i Duchi di Cambridge aspettano un bambino ha rapidamente scalato la vetta delle hit news del momento.

E’ utile sfrondare il campo dalle illazioni della carta stampata italiana, notoriamente pochissimo ferrata su quanto attiene alle dinamiche di Corte ed al funzionamento dell’istituto monarchico in genere. Svariati giornali nostrani hanno scritto, in questi giorni, che il lieto evento aprirebbe una possibilità, per la Regina, di “saltare” (e bisognerebbe capire come se le sognano, certe panzane costituzionali) il figlio Carlo, attuale Principe di Galles ed Erede Apparente al trono, al fine di “conferire” il titolo di Re al di lui figlio principe William (ed al suo erede).

Baggianate. Pinzillacchere. Fandonie nel più scelto stile del pressapochismo all’italiana. Qualsiasi monarca sa – glielo inculcano sin dalla culla – che il suo diritto a regnare poggia saldamente non già sul consenso popolare ma sul rispetto della linea ereditaria: nemmeno fosse presa dalla follia che animava il suo antenato Giorgio III, la Regina proverebbe a scardinare un istituto millenario come questo per porre sul trono William in ragione di un suo supposto (giacché sono perlopiù i media italiani ad immaginarlo) maggior gradimento tra la gente rispetto al padre Carlo.

Ciò che in Italia difficilmente si comprende è proprio questo aspetto. Per l’inglese medio la monarchia non è, come per noi eredi della Rivoluzione Francese, il simbolo dell’ arbitrio di uno sui molti. Al contrario, essa rappresenta l’unica vera garanzia costituzionale, al punto che l’uomo della strada di Manchester piuttosto che di Leeds, richiesto sul perché gli Inglesi siano un popolo libero (di esprimersi, di votare, di parlare), ci risponderebbe inevitabilmente che ciò è possibile perché c’è la Regina saldamente assisa sul suo trono.

Del resto, l’unico ed ultimo episodio repubblicano in queste isole data al “fanatico” Cromwell e allora, forse, si capisce pure perché non si ami ricordarlo.

© Rivoluzione Liberale

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