Dopo vent’anni, sul palcoscenico della politica italiana va in scena lo spettacolo di sempre. “Politica all’italiana” potrebbe essere il titolo. Ciò non vuol dire fare di tutta l’erba un fascio, ma i fatti sono talmente evidenti che la tentazione è inevitabile. Non a caso, a ridosso dei recentissimi fatti italiani, Joseph Daul, capogruppo del Ppe al Parlamento europeo, ha affermato: “Per l’euro e per l’economia non ci possiamo permettere una politica spettacolo, serve una politica rigorosa”.

Gli attori principali sono sempre gli stessi, a volte anche con gli stessi costumi di scena e recitano, pressappoco, i medesimi copioni in cui promettono cambiamento, innovazione, facce nuove, meno tasse, meno sacrifici, prosperità e benessere. Gli italiani però “non sono sprovveduti”, come ha affermato il Professore, bensì sono consapevoli che il dopo le urne è, molto spesso, ben diverso dalle promesse fatte in campagna elettorale.

Dopo le primarie del centrosinistra gli avvenimenti politici si sono rivelati a dir poco sconvolgenti. Si è entrati, all’improvviso, in un clima da campagna elettorale, con una sinistra che sembra aver già dato il suo nuovo premier al Paese ed una destra che, ancora indecisa tra primarie si o primarie no, propone un leader disposto a tornare in campo per vincere, non curante del parere dei dubbiosi (anche tra i suoi) e degli scettici. Parole su parole, slogan calcistici che trasformano la politica – ciò che nell’accezione più nobile corrisponde all’amministrazione della ‘Res publica’ – in una partita di calcio in cui l’unico problema è fare gol, più che giocare bene e in maniera corretta e leale.

Di certo fare gol è fondamentale, ma lo è nel calcio. In politica occorre mettere in campo dei valori più forti che, purtroppo, non si possono costruire dal nulla. L’immagine di certi partiti è il risultato del nulla che c’è sotto, della loro mancata consistenza culturale e politica, per l’appunto. Si tratta di partiti di carta, che vivendo sull’onda dei media, ed essendo nati in quello specifico ‘humus’, pensano che qualsiasi messaggio da rivolgere ai cittadini sia simile ad un messaggio pubblicitario, il cui primo obiettivo è conquistare la mente e il portafoglio (il voto elettorale) del consumatore.

Il governo, minacciato da un cavaliere che sembra sfoggiare un cavallo più veloce del solito, presto perderà il suo timoniere che, giustamente indignato dalle parole maldestre di una parte dei suoi vecchi alleati, ha deciso di lasciare la barca, promettendo però al Paese di non abbandonarla. Data l’attuale ‘impasse’ politica, “mi dimetto”. È stata questa la dolorosa conclusione di Mario Monti, tempestivamente comunicata al capo dello Stato. Il Professore ha efficacemente sintetizzato la situazione che tutti gli italiani hanno sotto gli occhi (ormai da anni), e che, ogni volta, viene rinominata ‘impasse’ politica, cercando di attenuarne gli effetti nocivi per il Paese. È noto però che il termine ‘impasse’ cela forti e dolorose difficoltà da affrontare nel presente e nel futuro prossimo, ha inoltre un suono pericoloso e provoca un’eco profonda.

Il Paese Italia si trova così di fronte alla ‘solita’ impasse politica in cui dopo una parentesi di rigore ‘tecnico’ il populismo sembra aver ripreso il sopravvento e le riforme, anzi le bozze di riforma, rimangono sui tavoli dei parlamentari, inadempiute. Del resto  è molto semplice nascondere le riforme sotto lo sabbia in un clima così burrascoso in cui prevalgono le parole sferzanti, delle vere e proprie picconate, che trasformano il Parlamento in un Vietnam, come ha affermato Bersani, e in cui è molto semplice perdere a bussola.

Il calendario dei provvedimenti da approvare entro gennaio 2013, stilato dalle diverse forze politiche durante l’incontro con il capo dello Stato, avvenuto prima del tracollo – la cosiddetta road map che Napolitano auspicava rispecchiasse “un percorso costruttivo e corretto” sul piano politico e istituzionale “nell’interesse del Paese e della sua immagine internazionale” pur nel rispetto “delle diverse sensibilità politiche” – contiene la Legge di stabilità che i partiti si sono impegnati ad approvare prima delle vacanze natalizie ma contiene anche la riforma elettorale che, pur non essendo stata espunta dal calendario, dopo mesi di estenuante braccio di ferro appare molto difficile vederla realizzata in pochi giorni. Resta solo la speranza che la volontà non sia di lasciare tutto com’è ma di arrivare alle urne con un sistema di voto adeguato ad un Paese liberale e democratico.

“Stiamo attenti a non mandare tutto a picco”, ha ammonito il capo dello Stato quando il Professore non aveva ancora operato la sua scelta, ma il “percorso costruttivo e corretto” auspicato da Napolitano, la sua leale linea di azione, è stata infranta in poche ore dallo strappo del Pdl.

Per chi, come il capo dello Stato, mette al primo posto l’interesse generale del Paese, ora la priorità più urgente è non disperdere il patrimonio di fiducia e di credibilità internazionale che l’Italia ha faticosamente riconquistato durante un anno di governo Monti e, soprattutto, grazie ai sacrifici di molti italiani che di certo non meritano una simile ‘bagarre’ politica.

Nella situazione attuale non è più assicurata la conclusione “ordinata” e “non convulsa” della legislatura auspicata dal capo dello Stato prima delle dimissioni del Professore. I partiti si sono realmente impegnati ad approvare la Legge di stabilità ma, molto probabilmente, non faranno al Paese altri regali per Natale, primo fra tutti la riforma del ‘porcellum’, anche se solo nella riforma dell’incostituzionale premio di maggioranza, reclamato dalla Consulta.

Nel giro di poche ore si è avverato ciò che era additato come il peggio che sembrava ormai scongiurato, ossia la caduta del governo e una simile ‘impasse’ politica, mentre lo scioglimento delle Camere, che fino a poche settimane fa sembrava una soluzione estrema, è ora un’ipotesi che, si sa, presto acquisterà una sua concretezza.

Uno spettacolo ricco di continui colpi di scena quindi, in cui non è semplice immaginare il finale. Delle tre “R” in cui secondo l’ultimo Rapporto Censis sembrano rifugiarsi gli italiani (Risparmio, Rinuncio, Rinvio), la classe politica privilegia la terza. Rinviando riforme e provvedimenti fondamentali per la salute del Paese ‘reale’ la classe politica non fa altro che alimentare il malcontento dei cittadini nei suoi confronti. Dalla lettura del Rapporto emerge così un’Italia tristemente impoverita e profondamente arrabbiata, che rivolge la sua collera soprattutto contro la classe politica la cui datata mancanza di progettualità ha fatto sprofondare gli italiani nel baratro della crisi economica. Di fronte al dilagare del debito pubblico, alle mancate rinunce della casta, restia a diminuire i volumi del proprio tornaconto, di fronte all’aumento dei sacrifici richiesti ai cittadini, gli italiani mettono in evidenza il profondo squilibrio tra il Paese reale e il Paese legale, lo stesso divario denunciato, nel suo tempo, da un illustre padre del liberalismo italiano del Novecento, Gaetano Salvemini, del quale i politici dell’oggi dovrebbero ascoltare la lezione di “concretismo”, un composto di intransigenza e di rigore morale, per cui esistono solo fatti e problemi concreti. I problemi, in particolare, non vanno evitati o ‘rinviati’ ma occorre affrontarli e sviscerarli con “fare piano in ogni parte”, sosteneva Salvemini, adottando un metodo d’analisi sperimentale e una prassi  aderente alla realtà. Occorrerebbe invece evitare i voli pindarici e gli slogan ad effetto ricercando l’unita attorno ai problemi concreti.

In questa dura e confusa ‘impasse’ politica le forze centriste e liberali potrebbero rappresentare le energie giuste per riempire il vuoto provocato da vent’anni di ‘Politica all’italiana’. Tra destra e sinistra vi è quindi quella che, nella seconda metà del Novecento, Gaetano Salvemini nominava la Terza Forza la quale, anche oggi, fatica a trasformarsi in una realtà politica attiva, pur trasmettendo alle generazioni future un alto contributo di cultura politica liberaldemocratica, oggi ulteriormente documentata sul piano storico dato che il patrimonio liberaldemocratico rappresenta forse il più interessante contributo di cultura politica del Novecento italiano. Tale realtà liberale e democratica, strutturalmente radicata nel tessuto storico-politico italiano, identifica il Professore come un nuovo possibile leader liberaldemocratico, che anche l’Europa esorta a restare in scena.

© Rivoluzione Liberale

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