Gli effetti devastanti per il Paese dell’involuzione politica e culturale, rappresentata dalla moribonda Seconda Repubblica, sono sotto gli occhi di chiunque abbia abbastanza onestà intellettuale da volerli riconoscere. L’aspetto, però, sul quale soffermarsi a riflettere riguarda come la deriva populista e demagogica del ultimo ventennio abbia contagiato non solo la “casta parlamentare”, ma, come cancrena, tutti i livelli istituzionali tra i quali quello più vicino al cittadino, in termini gerarchici e di rappresentanza territoriale, che è il Comune.

I Servizi Sociali del Comune sono, da sempre, lo strumento con il quale le Amministrazioni entrano in contatto con il disagio sociale e le necessità materiali e psicologiche della popolazione. Come purtroppo sappiamo, però, per troppi la politica è pura immagine: propaganda spot, una certa concezione dei lavori pubblici e vuote iniziative d’immagine (utili solo per ottenere reazioni emotive dal cittadino) sono i soli riferimenti per i cacciatori di poltrone e per chi sgomita in politica avendo come unici obiettivi “vittoria” personale, autoreferenziazione ed occupazione del potere.

Il rampantismo e l’individualismo che hanno caratterizzato e, potremmo dire, egemonizzato il ventennio del berlusco-leghismo italiano hanno stravolto, a tutti i livelli, le logiche amministrative e di condotta umana e gestionale.

Lasciando perdere i mediocri ed i mentecatti che interpretano il ruolo di Assessore per sfruttare incontri con anziani e disabili solo per farsi ritrarre sorridenti in una foto da pubblicare anche solo sul giornale o giornaletto locale, il tutto condito da frasi vuote che non verranno seguite da iniziative concrete, sono svariate le riflessioni che possono indurre un profondo senso di delusione.

Il debole (disabile, anziano e povero su tutti) e le sue necessità sono spesso stati sfruttati, strumentalmente, da politicanti locali senza scrupoli per incanalare il consenso, così da favorire politiche di parte ed interessi estranei alle logiche della buona amministrazione. Nei meccanismi locali, deteriorati da una politica intellettualmente corrotta, tocca ad una propaganda strisciante bollare i più bisognosi come una sorta di approfittatori e parassiti; unico obiettivo è giustificare tagli al bilancio dei servizi sociali per dirottare altrove i soldi disponibili. Propaganda basata, spesso, su metodi banali, ma efficaci: illazione, delazione e chiacchiericcio sono utilizzati a pretesto per delegittimare alcuni interventi nel sociale e favorire, indirettamente, ma consapevolmente, opere pubbliche (spesso non necessarie) solo per intrecci politica-affari-costruttori.

Una condotta deprecabile degna della peggiore logica da “vizi privati e pubbliche virtù” avente come obiettivo dichiarato qualunque pretesto utile a giustificare e santificare spese ingenti “nell’interesse della collettività”. È così che abbiamo visto spuntare rotatorie ad ogni incrocio (compresi quelli nelle periferie estreme dei paesi o in aree prevalentemente agricole o in aree industriali dove passa una macchina ogni chissà-quando) o piazzette destinate a restare semi-vuote e non valorizzate.

L’obiettivo reale consiste, invece, nell’effettuare il lavoro stesso, così da gestire la spesa a favore del costruttore amico (personale o di partito). Il tutto condito dall’ottica perversa del “dobbiamo fare lavorare i nostri”: imprenditori e costruttori, vicini al partito o gruppo di potere locale, favoriti a prescindere da valutazioni di merito o dalla qualità nella realizzazione delle opere.

In questo contesto, a farci le spese è, ovviamente, il cittadino fruitore dei servizi sociali perché, secondo la logica perversa del Amministratore degenere, uno, due, dieci casi che “costano” al Comune determinate cifre possono, sommati, coprire la totalità o buona parte della spesa di un’opera che potrebbe garantire visibilità personale (e quindi sopravvivenza politica) oltre che rinsaldare rapporti nel intreccio politica-affari. Sullo sfondo, come a volte capita di apprendere dai mass-media, il pericolo che il rapporto si basi su reciproco scambio di “favori”.

Un’ultima riflessione è da farsi su una delle figure di maggior rilievo e valore per un Comune, a maggior ragione nel contesto dei Servizi Sociali, che è l’Assistente Sociale. I compiti sono svariati, sostanzialmente svincolati dalla politica e di complessità tale da mettere in ombra, in determinate circostanze ed in base a competenze e professionalità, la volontà e la figura del Sindaco stesso. Proprio per questo, l’Assistente Sociale viene visto come nemico ed ostacolo da Sindaci spregiudicati che vogliano impostare l’azione dell’Amministrazione su personalismo e mediaticità che, purtroppo, il sistema politico e di elezione della Seconda Repubblica permette loro.

Questi esempi sono uno degli scandali e delle vergogne tipiche del malcostume politico della Seconda Repubblica. Forse espressione del peggio della politica perché, tramite una propaganda ipocrita, tocca i bisogni del cittadino debole che si rivolge ai Servizi Sociali. Una fase brutta, da qualificarsi semplicemente come “brutta”, che bisogna archiviare puntando sulla riscoperta di una azione politica etica basata su valori e finalizzata all’interesse comune, recuperando e riscoprendo il principio che i servizi sociali non siano “una spesa”, bensì un investimento nel benessere del cittadino al quale gli Amministratori pubblici debbano tornare a rapportarsi con coscienza e spirito di servizio.

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