Onestamente è difficile scrivere qualcosa di originale sul ritorno in campo di Silvio Berlusconi. Come venti anni fa, c’è la volontà di “sacrificarsi per il Paese” e salvarlo dalla minaccia comunista. Anche vent’anni fa, seppur per motivi diversi, le finanze pubbliche italiane non attraversavano un periodo florido. Come vent’anni fa, i guai giudiziari sono minacciosamente sullo sfondo.

Potremmo allora iniziare da qui, dal fatto che sia stato messo in serio pericolo il processo di rinnovamento del sistema politico italiano, lascito della crisi e dell’esperienza Monti, per cui ci saremmo lasciati alle spalle, almeno in parte, la schizofrenia, gli slogan esasperati, la personalizzazione estrema che ci hanno bloccato per lungo tempo. E invece, l’ultimo Berlusconi, dopo mesi di voltafaccia e dopo aver ostracizzato alcuni dei migliori idee del governo, fa lo strappo verso le elezioni anticipate presentandosi per la sesta volta.

Quale potrebbe essere il senso, soprattutto a pochi mesi dalla scadenza naturale della legislatura? Forse stoppare ogni ipotesi di riforma elettorale, nonché il riordino delle amate province; con certezza appuntarsi una medaglia per una campagna elettorale vecchio stile, all’arma bianca, contro le tasse, contro i poteri forti, con me o contro di me. Speravamo, finalmente, che oltre all’inevitabile attenzione per il leader le idee ed i programmi potessero occupare il centro della scena, in un dibattito serrato ma sereno. Con questo revival si va nella direzione opposta. Anche perché, a ben vedere, non è semplice cogliere i tratti distintivi del partito del Cavaliere e del Cavaliere stesso. Europeista, ma a giorni alterni. Laico solo sulla carta, mercatista e corporativo, nazionalista ma anche leghista. Liberale sicuramente poco o nulla, per lo spregiudicato uso dei media, la manichea divisione del mondo in amici da proteggere e nemici da distruggere, l’idea padronale del partito e del Parlamento stesso, il fastidio verso ogni autorità di garanzia.

La traversata verso il nuovo, difficilissima, pareva partita, con i passi incoraggianti di Alfano e di una parte del gruppo dirigente sbocciati nella proposta di primarie. E’già tutto finito? Non lo sappiamo ed è naturale sperare di no. Quantomeno, la partita si può ancora giocare. Spetta al segretario Alfano, ai giovani, alla base del partito chiedere altro, conquistandosi l’autorità e l’autorevolezza per sostenere il cambiamento, anche al di fuori del PDL ed anche a costo di prese di posizione molto, molto scomode. Come quella contro il co-fondatore di Forza Italia, come l’appello per una maggiore attenzione alle liste (si rischia anche una lista Milan, Baresi e Maldini…), entrambe a firma dell’ex ministro della Giustizia.

Ci permettiamo di ritenere che non sia abbastanza e che la questione identitaria sia enormemente più vasta, e non possa più essere rinviata. Altrimenti non dovrà essere un’agenzia di rating o un fondo di investimento, cui non spetta certo decidere la legittimazione di una candidatura (nessuno ha ancora stabilito la sovranità dello spread), o qualche suggerimento estero, pur autorevolissimo, a decretare il fallimento elettorale del centrodestra, ma la memoria degli italiani.

© Rivoluzione Liberale

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