Doversi occupare ancora di Berlusconi è irritante, ma finché lui resta sulla scena e può ancora contribuire a indirizzare il corso degli eventi, come sottrarvisi? Ormai il vecchio improvvisatore va a ruota libera e si fa fatica a stargli dietro. Un giorno veste i panni del demagogo, l’altro quello dello statista responsabile. Un momento è anti-Euro, il momento dopo si vanta di essere il principale paladino della moneta unica. Prima accusa l’Europa di essere la causa delle nostre difficoltà,  poi e corre a Bruxelles a spiegare che lui è l’europeista italiano Numero Uno. Un giorno accusa Monti di aver portato l’Italia allo sfascio e fa cadere il suo governo, il giorno dopo lo invita a guidare i moderati, offrendosi in questo caso di ritirare la propria candidatura. La stessa offerta la fa a Montezemolo e poi, un attimo dopo, fa capire che il candidato del PDL a Palazzo Chigi  potrebbe benissimo essere Alfano. Ma in realtà non rinuncia ancora a presentarsi, in una veste o in un’altra, come il salvatore della Patria. Il peggio è che questo spettacolo farsesco avviene sotto gli occhi di un’Europa stupita e incredula e rimette in causa il rispetto e la credibilità che ci eravamo faticosamente riconquistati; senza parlare delle inutili e dannose tensioni nei rapporti con il nostro partner essenziale, la Germania.

Fermiamoci su questo, non secondario, aspetto della irresponsabilità berlusconiana. Passata la fase traumatica dell’occupazione nazista e poi dell’immediato dopoguerra, Italia e Germania si erano ritrovate in un’amicizia fondata su una profonda comunità di valori democratici e civili e rafforzata dall’appartenenza delle forze politiche dominanti nei due Paesi alla comune matrice democristiana e dall’identità di ideali europei. Chi, come me, ha vissuto quaranta e più anni di diplomazia postbellica, sa bene che la sintonia italo-tedesca è stata una costante utilissima per ambedue i Paesi, ma soprattutto per noi: la Germania è diventata il nostro principale partner commerciale e investitore straniero, più volte trainante della nostra ripresa economica, ma anche la nostra principale “sponda” politica in Europa: quella, per esempio, che ci ha aperto le porte della moneta unica contro i dubbi e le reticenze di altre partner europei e della Commissione di Bruxelles. Il Ministro Terzi,  che ha percorso (in parte assieme a me) le tappe più significative della nostra storia diplomatica degli ultimi decenni, questo lo sa bene e penso sia d’accordo.

Non si tratta soltanto di storia passata. Una stretta amicizia con Berlino continua a essere una delle esigenze della nostra politica estera. La Germania in Europa non solo    resta l’economia maggiore e per noi un mercato essenziale, ma – rispetto a un’Inghilterra estranea al nucleo duro dell’integrazione e a una Francia indebolita dalle proprie difficoltà economiche – è sempre di più il Paese chiave, garanzia – conla signora Merkel– della stabilità dell’Eurozona e del futuro dell’integrazione e capace di aprirci o precluderci l’accesso al sostegno europeo di cui potremmo avere bisogno. Si possono criticare certe rigidezze tedesche e si deve cercare di ammorbidirle con paziente opera di convinzione, ma occorre anche mettersi nei panni dei dirigenti di Berlino e capirne le preoccupazioni. Urtarli frontalmente e inventarsi polemiche pretestuose, provinciali e dannose, ad ogni modo, è sciocco e suicida.

Di questa elementare verità, Monti e Terzi hanno fatto saggiamente uno dei cardini della nostra politica estera, ma già l’avevano capita e praticata quasi tutti i governi degli ultimi decenni: tutti, salvo Berlusconi che era riuscito ad alienarsi la considerazione e il rispetto della Cancelliera e dell’intero mondo politico tedesco. E oggi sempre più scatenato e a ruota libera, si inventa una cospirazione teutonica contro le nostre finanze, allo scopo, a quanto parrebbe, di impadronirsi delle nostre aziende e fa della Germania e dell’Europa germano-centrica le teste di turco della sua verborragica demagogia. D’altra parte, inventarsi un nemico esterno e canalizzare contro di lui i più vieti sentimenti nazionalistici è un classico ricorso dei politici in difficoltà. L’esempio più calzante, in un Paese formalmente democratico, è nel Peron che si inventò una cospirazione di Washington condotta dall’allora Ambasciatore americano Braden e lanciò lo slogan “O Braden o me”, riuscendo a risvegliare il nazionalismo degli argentini di allora. Berlusconi ha molti tratti peronisti (come l’insofferenza per i contrappesi istituzionali, la giustizia indipendente, la stampa libera e critica) e pare deciso a imitarlo con un nuovo messaggio da campagna elettorale: “O la Merkel o io”. Sottintendendo: “O i sacrifici finanziari o un avvenire da Bengodi”. 

La cosa sarebbe patetica se non facesse venire i brividi, perché retrospettivamente uno si chiede: ma in che mani siamo stati per quasi vent’anni? Per fortuna, non pare proprio che questo stratagemma possa mantenere unite le residue falangi della destra. Per il momento ha piuttosto provocato ulteriori smottamenti nel PDL, allontanando la possibilità di un centro-destra unito, serio e affidabile, di cui pure la dialettica politica in Italia avrebbe bisogno.

Sul piano esterno, gli attacchi di Berlusconi hanno provocato le comprensibili reazioni della Merkel e di due suoi Ministri. E se in superficie può seccare che esponenti stranieri mettano bocca nelle cose italiane, non si può negare, a chi è stato preso così maleducatamente a partito, il diritto di replicare. Teniamo poi sempre presente che non si tratta di faccende da poco, o di polemiche irrilevanti. Un malgoverno che porti l’Italia alla catastrofe finanziaria avrebbe conseguenze a catena per tutta l’Eurozona, il resto d’Europa ed anche oltre, per cui non è strano che chi rischia di esserne la vittima, in Germania o altrove, si preoccupi e cerchi di correggere il corso degli eventi. Berlusconi non ha certo contribuito a dissipare queste preoccupazioni con la ricostruzione che ha fatto degli eventi del giugno-luglio 2011, quando – dopo aver accusato le banche tedesche di provocare il panico negli investitori stranieri circa le finanze italiane vendendo i nostri Buoni del Tesoro – ha disinvoltamente dichiarato che 500 punti e più di spread non erano un problema serio e che per l’Italia nove o dieci miliardi di euro in più o in meno di BOT sul mercato erano poco più di uno scherzo; chiaramente sottintendendo che se tornassimo ad indebitarci non sarebbe poi tanto grave.

Come vengano accolte e valutare in Europa queste estemporanee trovate è evidente: basta leggere, non dico le dichiarazioni del Presidente del Parlamento Europeo – istituzionalmente inopportune – quanto quelle del Presidente del gruppo del PPE a Straburgo, il quale, da esponente politico e non istituzionale, ha il diritto di dire quello che crede. Le sue parole, unite al gelo con cui sono state accolte le ultime piroette del Cavaliere a Bruxelles, suonano come un verdetto tanto più devastante in quanto non viene da avversari politici – dai perfidi “comunisti” o dalle infami toghe rosse, o dai “traditori” Fini e Casini – ma dal seno di quel movimento popolare ed europeo al quale Berlusconi si vanta di appartenere e i cui ideali e programmi tanti esponenti del PDL dicono di considerare la loro pietra angolare.

Che farà ora il vecchio capocomico? Perde pezzi del suo partito e  pare rifiutarlo persino il suo alleato leghista, che di stomaco in passato ne aveva dimostrato tanto. Come consolazione, gli restano fedeli la Santanchè, la Minetti, Dell’Utri e, ultimo acquisto, il camerata Storace. Tutto un programma!.

Intanto gli occhi dei mercati e dei partner europei, dalla Merkel a Hollande, sono puntati su Monti. Lui riflette e certo decidersi non gli sarà facile. Osserviamo che, quantomeno, non ha smentito nessuna ipotesi.

© Rivoluzione Liberale

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2 COMMENTI

  1. PS. Non vorrei essere nei panni di Monti in questi ultimi giorni e ore. Strattonato da un Cavaliere che mira evidentemente a comprometterlo, lusingato dal Centro, messo in guardia da Bersani e D’Alema (ma a che titolo s’immischiano in quello il Professore puó o non puó, deve o non deve, fare?). C’é da sperare solo che decida lucidamente con la propria testa!

  2. PPS Il teatrino della politica é entrato in una fibrillazione cosí acuta che costringe a tenersi aggiornati, non giorno per giorno, ma ora per ora. Alle ruvide dichiarazioni di D’Alema contro una candidatura di Monti (“moralmente discutibile” nientedimeno!) e a quelle di Bersani (che peró in seguito ha un pó ammorbidito i toni) si sono aggiunte oggi le cannonate della nave ammiraglia del centro-sinistra. Su Repubblica, Eugenio Scalfari in persona, in un editoriale dal classico, insopportabile, stile pontificante, ha ammonito il Premier a non lasciarsi andare alle tentazioni (scomodando persino Gesú nel deserto). E ne ha chiarito apertamente le ragioni: allo stato degli atti, é prevedibile che la sinistra, grazie al porcellum (e adesso si capisce perché Bersani non ha fatto l’ultimo sforzo per cancellarlo) conquisti il 55% della Camera (al Senato, invece, é probabile che necessiti l’apporto del Centro). Ma una forza guidata da Mario Monti potrebbe superare il 30%, togliendo voti un pó a tutti e sopratutto recuperando gli astensionisti, e quindi mette a rischio la trionfale vittoria degli eredi del PCI, o quanto meno rischia di obbligarli a trattare in futuro, non con un Centro scarso nei numeri, ma con una forza, e con una personalitá, tali da poter dettare condizioni. E per evitrarlo Bersani é disposto a offrire al Premier il Ministero dell’Economia o a far balenare l’elezione al Quirinale. Torno ad augurarmi che il Professore si lasci guidare solo dalla sua retta coscienza e dal bene del Paese. E se lui alla fine scegliesse la neutralitá, speriamo che il Centro trovi egualmente la maniera di organizzarsi attorno a una personalitá credibile (secondo Scalfari, per esempio,una lista Passera avrebbe il 20%, che non sono noccioline).

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