Anche nel mio comune, come in molti altri d’Italia, l’amministrazione comunale ha deciso di aumentare notevolmente tutti i balzelli locali, non contenta evidentemente dell’Imu, e tra questi di introdurre la cosiddetta “tassa di soggiorno”. Alle nostre proteste – e a quelle degli albergatori locali – il sindaco di Cesena ha risposto chiaramente che le casse comunali piangono e quindi è indifferibile, parole sue, l’introduzione di questa imposta. Il sindaco, con questa ammissione, mostra di non conoscere la natura dell’imposta stessa e le motivazioni con cui è stata reintrodotta, ammettendo implicitamente di volerne fare un uso improprio.

L’imposta di soggiorno infatti non deve servire a foraggiare la spesa corrente di un ente locale, bensì dovrebbe servire per essere reinvestita nella salvaguardia dei beni architettonici e naturalistici del territorio, a dare servizi alle strutture turistiche e soprattutto serve a quei piccoli comuni turistici che vedono nei periodi estivi, o comunque festivi, aumentare sensibilmente la loro popolazione per l’afflusso dei turisti e quindi necessitano di entrate extra per garantire i servizi pubblici a questi “ospiti aggiuntivi”. L’uso invece anche di questa imposta per alimentare la spesa corrente, nei calderoni dei bilanci comunali, è un errore ed una palese improprietà, specie per comuni come Cesena che ha 95 mila abitanti ed un afflusso turistico che può essere valutato più nelle centinaia che nelle migliaia di persone nei periodi di punta.

Quello che sorprende è che la protesta per questa applicazione di tassazione impropria, a Cesena, abbia trovato opposizione da repubblicani e liberali, ma sia passata nel silenzio più totale del cosiddetto centrodestra.

Il discorso sull’uso di questa, come di tante altre imposte comunali e locali, è per illustrare come anche a livello locale la strada non è quella di inventare o utilizzare imposte sempre più fantasiose e con una applicazione spesso impropria, ma che alle difficoltà di bilancio occorre rispondere con una riduzione della spesa pubblica, anche drastica.

Che in Italia la spesa pubblica eccesiva sia il vero nemico dovrebbe ormai essere una cosa nota ed acquisita a tutti, sia la spesa nazionale che quella degli enti locali, ed è solo sulla riduzione di questo parametro che si può agire efficacemente per ridurre il debito pubblico. Aumentare la tassazione non produce riduzione di debito, specie se le imposte se ne vanno in spesa corrente che, è noto, tende ad aumentare proporzionalmente all’aumentare delle entrate.

Anche i comuni che piangono miseria hanno ampie zone ancora di spreco, di spesa inutile ed ingiustificata, spesso legata più a interessi clientelari politici che a effettiva necessità di offrire servizi; anzi, i veri servizi già oggi sono ridotti praticamente a zero. Però vediamo amministrazioni che continuano a spendere in propaganda, che chiamano informazione, in consulenze, in incarichi esterni spesso senza alcun controllo, in manifestazioni ludiche e auto celebrative di cui nessun cittadino sentirebbe assolutamente la mancanza.

Meno spesa quindi e non più tasse, un monito che i Liberali devono poter riuscire a portare anche nelle sale del parlamento e del governo nazionale, oltre che nei consigli comunali.

© Rivoluzione Liberale

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