Doha, dopo Copenhagen, Cancun e Durban, è stata celebrata un’altra solenne messa sul clima, ma con scarso coinvolgimento emotivo. La 18ma Conferenza sul Clima si è tenuta a Doha (Qatar) dal 27 Novembre al 7 Dicembre. I rappresentanti dei Paesi del Mondo hanno temporeggiato per due settimane, per arrivare ad una dichiarazione di intenti priva di ambizione, vuotata della sua sostanza e che coinvolge sempre meno Paesi, ipotecando così le sorti del clima mondiale. Dopo due settimane di discussioni, conclusesi tra l’altro dopo una laboriosa sessione finale e un’azione di forza della presidenza del Qatar, si è ufficialmente ratificato il nulla di fatto di fronte ai cambiamenti climatici. I Governi hanno fallito sia nel prendere una decisione in base al dictat degli scienziati, impedendo così un riscaldamento di 4°-6°C, sia nel prevedere dei finanziamenti pubblici, necessari e fondamentali per i Paesi più vulnerabili.

Questa Conferenza doveva traghettare l’accordo di Kyoto, in scadenza il 31 Dicembre 2012, verso un accordo globale giuridicamente vincolante sulla riduzione dell’emissione di gas serra. Lo scorso anno a Durban, gli Stati Uniti, la Cina, l’India, Paesi altamente emettitori di CO2 sembravano aver accettato l’idea di massima di un accordo di ampia portata. Il 1° Gennaio 2013 sancirà l’inizio di una seconda fase del Protocollo di Kyoto (Doha Climate Gateway), che si concluderà il 31 Dicembre del2020. Inquesto lasso di tempo, un nuovo accordo globale e vincolante dovrà essere siglato. La Conferenza di Doha ha si, messo le basi per questa transizione, ma ai minimi termini, visto che solamente i Paesi dell’Unione Europea, l’Australia, l’Islanda, la Norvegia e la Svizzera, che rappresentano il 15% delle emissioni mondiali, si sono impegnate per questo secondo periodo. Purtroppo, il Giappone, la Russia, il Canada ela Nuova Zelandasi sono ritirate dal tavolo. Una triste disfatta. Polonia e Russia poi, sedute sui loro privilegi nati nel primo periodo di Kyoto (per la cosiddetta “aria calda”) hanno quasi mandato per aria la firma per la messa in atto di questa seconda fase. Questi Paesi, appartenuti della cortina di ferro, hanno avuto delle “deroghe” all’avvio del Protocollo di Kyoto. Certificati AAV avrebbero dovuto permettere loro di compensare le emissioni delle industrie pesanti e del settore dei combustibili fossili. Incredibili doppi vantaggi dati a Paesi che poi non si sono distinti particolarmente per sostenibilità, emettendo grandi quantità di CO2 ed evitando il processo di decarbonizzazione dell’economia, in atto negli altri Paesi dell’UE. I colloqui sono stati fermi per ore per la questione dell’”aria calda”, il surplus di quota di emissione dei GES ereditati da Kyoto1, e cioè l’equivalente di 13 miliardi di tonnellate di CO2, in possesso principalmente da Russia, Polonia e Ukraina. Molti Paesi, soprattutto quelli in via di sviluppo, si preoccupano per l’utilizzo di questi crediti, facendo presente che non permettono di ridurre i GES che sulla carta. Il testo presentato dal Qatar non annulla questa “aria calda” ma l’Australia, l’UE, il Giappone, il Lichtestein, Monaco, la Norvegia e la Svizzera hanno dato la loro parola promettendo di non comprarne per rispettare gli impegni presi durante Kyoto2. Questo vuol dire che l’”aria calda”, di fatto, non circolerà fino al 2020. Russia e Polonia sembrano disposte a collaborare nel non minacciare ulteriormente l’integrità ambientale del Protocollo.

Per molti osservatori i colloqui di Doha non avevano la pretesa di raggiungere obbiettivi all’altezza della posta in gioco, ma dovevano servire ad aprire la strada verso l’accordo globale e ambizioso, che impegnerebbe tutti i Paesi a ridurre le loro emissioni di GES, previsto per il 2015, con entrata in vigore nel 2020. L’accordo ottenuto è “un passo avanti modesto ma fondamentale”, ha dichiarato la commissaria europea per il clima, Connie Hedegaard. La sua portata sarà sostanzialmente simbolica, visto che i Paesi impegnati non rappresentano che il 15% delle emissioni GES nel Mondo, dopo la dichiarazione di non disponibilità di Russia, Giappone e Canada. Gli USA, secondi nell’inquinamento ambientale, non hanno mai ratificato Kyoto. Ma i Paesi del Sud tengono molto a questo protocollo, unico strumento legale sul clima, in nome della “responsabilità storica” del Nord per la disfunzione del clima. Altra questione importante sul tavolo era infatti l’aiuto finanziario a questi Paesi per far fronte alle calamità, conseguenza del cambiamento climatico. Le popolazioni dei Paesi più vicini ai tropici sono i più convinti sulla realtà del riscaldamento globale, come a Hong Kong (97%) o in Indonesia (98%). Quasi i 2/3 (72%) di queste persone affermano aver percepito personalmente tale cambiamento. Da Hong Kong al Messico, il 97% delle persone è convinto della responsabilità dell’uomo. Nei Paesi emergenti la sensibilità e la preoccupazione sembrano essere molto più forti che negli Stati più vecchi. L’accordo “non è all’altezza”, si è lamentato il Ministro degli Esteri di Nauru, in nome dell’Alleanza dei Piccoli Stati Insulari (Aosis), senza però denunciare l’adozione del testo. “Questo modo di agire non produce che parole, ma niente di fatto”,  ha detto, rammaricandosi che i Paesi del Nord non siano pronti ad impegnarsi su nuovi importi per gli aiuti. Ci si aspettava l’ufficializzazione del ”Green climate fund”. Ma oggi la crisi finanziaria ha allontanato gli impegni presi a Copenhagen nel 2009. Il senso delle priorità in un Mondo che non giura che per la crescita infinita in un mondo finito. Non un centesimo sul tavolo per il periodo 2013-2015, nessun calendario, nessun impegno. Nulla. “Se il clima fosse stato una banca lo avrebbero già salvato”, disse Hugo Chavez a Copenhagen nel 2009. Aveva ragione.

Le Conferenze sul clima si susseguono e si assomigliano: spesso applaudite e lodate dai decisionisti e da una parte delle ONG che difendono l’ambiente, non hanno praticamente portato nulla alla crisi climatica. La 18ma Conferenza sul clima di Doha non è sfuggita a questa tendenza, per ammissione, a mezza voce, di molti partecipanti. Mentre l’urgenza diventa sempre più grave, questo summit non ha tirato fuori il carattere cha avrebbe dovuto dimostrare, e non ha partorito nessun obiettivo responsabile e sensato. Peggio, ha visto i maggiori emettitori di gas serra sganciarsi dalle trattative.  Nonostante i segnali allarmanti si facciano sempre più numerosi, sembrerebbe che per i “Grandi” il riunirsi in gran pompa magna metta a posto le loro coscienze. Manca l’azione concreta, facendo valere la regola del “business”  e alimentando così gli stravolgimenti già in atto. Chiusa la Conferenza di Doha, gli sguardi sono rivolti a Parigi, che ha proposto la sua candidatura per il prossimo summit sul clima nel 2013. L’esito sembra già tracciato, in un Mondo dove l’adattamento farà alla fine da padrone.

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