Ho ascoltato con interesse, partecipazione e un po’ di tristezza il discorso rivolto alle alte cariche dello Stato dal Presidente della Repubblica. Tristezza al pensiero che era l’ultima volta che Giorgio Napolitano, che ha incarnato con estrema dignità, correttezza e senso dello Stato la più alta magistratura repubblicana, e che ci eravamo abituati a considerare come un punto di riferimento essenziale e talvolta una luce nel buio, parlava  da quella cattedra ai protagonisti della vita politica e amministrativa e, al di là di essi, a tutti gli italiani. In questo settennato non facile, e soprattutto nell’ultimo suo tratto, ci si è potuti rendere conto di quanto sia essenziale per l’Italia che la più alta carica dello Stato (una carica di cui ci si può in parte dimenticare quando tutto va bene e la vita istituzionale funziona correttamente, ma che diventa perno del sistema e garanzia ultima dell’interesse nazionale in tempi di crisi) sia affidata a una persona di così alto spessore e di così integro senso delle istituzioni e così pronto a mettersi in gioco anche personalmente quando il bene comune lo esige.

Il discorso si è situato, per toni e contenuti, a chilometrica distanza dalla cacofonia di tanti esponenti politici in gara di meschinerie, ma non è stato il tipo di appello generico e in fondo vano che di solito si associa alla funzione presidenziale, tenuta ad un’imparzialità magari frustrante ma in fondo comoda. Napolitano non poteva e non doveva assegnare torti o ragioni nominativi. Ma il rammarico fortemente espresso per la brusca e inopinata interruzione del Governo Monti – di cui ha orgogliosamente rivendicato l’iniziativa e i meriti – e per la legislatura soffocata prima del tempo, ha suonato come un chiara chiamata in causa di chi questo ha voluto e provocato, pensando solo ai propri ciechi interessi personali. E le mancate riforme per le quali il Presidente ha espresso amarezza e rimprovero, in termini inusitatamente duri, come quella della riforma elettorale – anche se di corresponsabili ne hanno più d’uno – vanno attribuite soprattutto a quel Berlusconi che la riforma non l’ha voluta perché a lui il porcellum, così com’è, va benissimo; ancor più diretta e univoca è la colpa da parte del PDL del vergognoso ed elettoralistico affossamento della riforma delle province che pure, sulla carta, tutte le forze responsabili avevano giurato di volere e che adesso chissà se e chissà quando potrà tornare di attualità, mentre intanto questi organi pressoché inutili continueranno a costarci miliardi di euro e a produrre inefficienza, sprechi e corruzione.

Non è quindi necessario fare troppo dietrologia per capire a chi, pure nella sua correttezza, il Capo dello Stato dirigeva i suoi maggiori rimproveri. Lo ha del resto chiarito quando ha parlato della irresponsabilità finanziaria dei Governi precedenti a quello di Monti, visto che al governo, nel primo decennio di questo secolo  (a parte il breve e infelice intervallo di Prodi) , c’è stato Berlusconi. E se resta qualche dubbio sul pensiero del Presidente, andiamoci a leggere i commenti dei peggiori fogli della famiglia Berlusconi e dei suoi amici leghisti.

Tutto ciò sarebbe però, tutto sommato, secondario, se il Presidente avesse voluto solo togliersi qualche sassolino dalle scarpe. In realtà, egli ha rivolto alla classe politica nel suo insieme, al di là del PDL, un invito serio e solenne, un vero ammonimento a mettere gli interessi del Paese avanti a tutto il resto e a non lasciarsi guidare solo dall’ansia di qualche fascio di voti in più o in meno. Invito che non penso raccoglieranno i partiti, ma che dovrebbero ben meditare gli elettori, per poi giudicare e attribuire il voto su questa base.

Da sottolineare, infine, la forte impostazione europeista che ha pervaso tutto il discorso (e per la verità era stata ben presente anche nel discorso del Presidente del Senato). Riaffermare con forza che non c’è sviluppo, non c’è futuro fuori dell’Europa, era doveroso, e Giorgio Napolitano ha saputo farlo ponendosi al di sopra dei formalismi consueti e con accenti di profonda convinzione, richiamandoci all’ideale più alto della nostra storia postbellica e della storia del nostro Continente, e ha impartito così una lezione altissima ai tanti nanerottoli che affliggono la politica e straripano dai giornali e dagli schermi della Televisione.

Un discorso del Capo dello Stato è quello che è: un discorso; e il risultato delle elezioni, e quindi la forma che potranno avere maggioranza e governo, non dipendono (verrebbe da dire: purtroppo) da esso. Ma Giorgio Napolitano ha dato un’ulteriore dimostrazione di saggezza, realismo, verità e amore di Patria. Non sarà facile per chiunque gli succeda essere alla sua altezza, ma sarà quasi impossibile ritornare indietro sulla strada da lui tracciata nella concezione ed espletamento della più alta funzione repubblicana.

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