Il berlusconismo è un sistema di potere che in Italia ha fallito per una molteplicità di fattori, dei quali i principali possono essere identificati nella vanità, nella situazione giudiziaria e nella debolezza politica dell’attore protagonista.

Nel panorama internazionale, possiamo però trovare situazioni nelle quali tale sistema di potere non è stato deteriorato dai vizi personali ed ha avuto una certa affermazione. Una di queste situazioni potrebbe essere, facendo le debite proporzioni, l’Ecuador. Rafael Correa, Presidente della Repubblica dell’Ecuador, buon conoscitore dell’Europa avendo, tra l’altro, moglie belga, è un economista di orientamento socialista e qualità notevoli (sotto svariati punti di vista). Ha negoziato nel 2008 un default per poi riacquistare il debito a tasso ridotto; successivamente a questa mossa l’Ecuador ha visto una importante crescita dell’economia, riduzione della disoccupazione e della povertà divenendo una delle economie più dinamiche dell’America Latina.

Correa potrebbe essere definito in moltissimi modi meno che berlusconiano ma, probabilmente e paradossalmente, esprime il “miglior” berlusconismo. Come il Nostro, anche Correa, populista e grande comunicatore, può usufruire di televisioni, radio e giornali “controllati” dalla struttura di potere che lo sostiene: assistiamo, quotidianamente, ad uno strapotere governativo mediatico incentrato e giustificato con l’azione di Governo. Tv e radio sono intasate di propaganda per il Governo; nel canale pubblico non c’è stacco pubblicitario nel quale non ve ne sia spot. Assistiamo ad una sfacciata esibizione muscolare durante il fenomeno-culto nazionale: il calcio; fa impressione ascoltare i commentatori delle partite (della nazionale o di club) interrompere la cronaca delle azioni per leggere, ripetutamente ed in diretta, la propaganda e gli spot del Governo.

Appuntamento fisso, poi, il programma settimanale della televisione di Stato che vede il Presidente protagonista di benevole interviste e lunghi monologhi; spazio sfruttato per lodare la sua leadership, attaccare gli oppositori e, in maniera durissima, delegittimare i giornalisti.

La linea spregiudicata e la scarsa considerazione, di puro stampo berlusconista, nei confronti dei media non-allineati ed una sostanziale allergia alla libertà di stampa ed espressione, ha visto Correa arrivare a condurre una guerra in tribunale contro quello che ha, paradossalmente, definito “una dittatura dei media”. “El Universo”, principale giornale di opposizione nel paese, è stato citato per l’articolo “No a las Mentiras” (No alle Bugie) dell’editorialista Emilio Palacio nel quale il Presidente veniva accusato di aver autorizzato l’esercito a sparare contro un ospedale “pieno di civili” nel corso della rivolta della polizia del 30 settembre 2010 (quando migliaia di poliziotti occuparono caserme e luoghi pubblici, dando luogo ad una violenta protesta contro una riforma che prevedeva tagli a stipendi e benefit). Correa, negando l’accusa, accusò, tramite i media amici, gli avversari politici di aver fomentato un golpe. Analizzando a freddo la situazione, si può sostenere che fu “solo” una rivolta, organizzata con dilettantismo e gestita peggio, ma senza una vera e propria regia politica.

Nel marzo 2012, il direttore ed il vicedirettore de “El Universo” vennero condannati assieme a Palacio a tre anni di carcere ed ad una multa di 40 milioni di dollari. Anche a seguito di pressioni internazionali, Correa ha “perdonato” gli imputati poco dopo la sentenza senza lasciarsi sfuggire, però, l’occasione per alzare i toni nella delegittimazione dei mass-media.

Tentativo di limitare il potenziale della stampa libera, anche questo vizio berlusconista, è un nuovo codice elettorale, fortemente contestato ed oggetto di ricorsi legali, che vieta ai mezzi di informazione di diffondere materiale che potrebbe “favorire un candidato a scapito di un altro”. A seconda dei casi e della opportunità una intervista ad un candidato o una indagine su un altro potrebbero portare all’accusa di infrangere la legge. Ciò impedirebbe a tv e giornali non-allineati al Governo di schierarsi, mentre i media filo-governativi potrebbero continuare con la, per così dire generica, pubblicità al Governo in quanto Istituzione; situazione ovviamente gradita a Correa, per il quale i media dovrebbero “lasciare l’attività della politica ai politici”.

Mentre la tendenza all’assistenzialismo della destra italiana è cosa nota (vedasi, tra le tante, la mancata lotta ai falsi-invalidi, la stucchevole e ciclica questione padano-leghista delle quote latte ed il perenne stallo delle liberalizzazioni), Correa ha realizzato una serie di ammortizzatori sociali, da riconoscere come una rivoluzione per il Paese, che però odorano di assistenzialismo di Stato. L’esempio (sostenuto anche dalla satira locale tramite vignette dove viene ritratta la gente in fila alla porta con il cartello “offresi buono sociale” e nessuno di fronte a quella con il cartello “cerco lavoratore”) sono i buoni sociali, il valore dei quali, con puntualità elettorale, è stato in queste settimane aumentato: le elezioni presidenziali si terranno a febbraio 2013.

La rincorsa, tanto cara al berlusconismo, al consolidamento ed al rafforzamento della condizione di potere è in Italia, a più riprese, fallita; definitivamente crollata, infine, per il logoramento del consenso a seguito di una azione di Governo monopolizzata da iniziative volte a tutelare la persona del Presidente. In Ecuador, repubblica presidenziale, una revisione costituzionale, passata anche grazie al consenso guadagnato con norme “di contorno” quali riconoscimenti sociali e contro la discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale, ha consolidato il potere del Presidente garantendone, tra l’altro, la possibilità di rielezione oltre i precedenti vincoli costituzionali.

Altro punto di contatto “pesante” è la personalizzazione della politica estera basata sulla ricerca spasmodica di una rapida legittimazione internazionale. Da qui la scelta di occupare spazio nei mass media tramite la via più breve: incontri con delegazioni estere a prescindere da quanto l’interlocutore possa essere discutibile. Così come Berlusconi vantava amicizia personale con pseudo-presidenti (che la storia ricorderà come dittatori corrotti o sanguinari) spazzati via dalla cosiddetta “primavera araba” e, su tutti, con il dittatore moderno Putin (certamente non un maestro di democrazia e libertà), la politica estera-spot di Correa è basata su incontri con chiunque-ci-stia per avere riscontro mediatico. Sono stati accolti con onori e tappeto rosso, tra gli altri, il Presidente del Iran Ahmadinejād (del quale sono noti i legami con il terrorismo internazionale per non parlare della perlomeno ambigua politica nucleare) ed il Presidente della Bielorussia (unico stato in Europa universalmente riconosciuto come regime totalitario) Lukašenko.

Ciliegina sulla torta, Correa ha recentemente dichiarato di non escludere la concessione di asilo politico, se richiesto, ai membri del governo del dittatore siriano Assad “come per qualunque persona che presenti una richiesta in tal senso” e di analizzare l’eventuale richiesta allo Stato ecuadoriano “con totale responsabilità”.

Fin qui i non pochi punti di contatto. Valutiamo, ora, i punti di rottura in base ai quali potremmo definire la politica di Correa alla stregua di una sorta di evoluzione del berlusconismo oppure un berlusconismo “efficace”, in contrapposizione al berlusconismo primordiale e fallimentare di casa nostra.

Partendo dall’ultimo tema trattato, possiamo tranquillamente sostenere che la politica estera di vicinato continentale dell’Italia berlusconiana ben poco abbia saputo esprimere oltre alle foto con le corna, i cucù alla Merkel ed il baciamano a Gheddafi: situazioni che hanno esposto il Paese al ridicolo, se non al disprezzo, internazionale. Una politica estera inclusiva basata su condivisione di valori, radici storiche e culturali comuni ha, invece, reso l’Ecuador un catalizzatore politico, economico e culturale per il Sudamerica intero.

Appalti ed opere pubbliche sono il fiore all’occhiello della propaganda presidenziale. In questi anni l’Ecuador si è dimostrato un paese in forte crescita e, diversamente dall’Italia dove si parla delle stesse opere pubbliche per decenni senza venirne a capo, con Correa si annunciano i progetti, si vedono i cartelli ai quali seguono i cantieri che si concludono con opere realizzate in tempi ragionevoli. E’ lo stesso Correa ad indicare la ricetta: “puntare sulle infrastrutture” e “ripartire da uno sfruttamento ragionevole delle nostre risorse naturali”.

La crescita passa dalle scelte politiche ed economiche, ma anche dai cittadini. In questo, elemento di forte differenza è l’approccio culturale e l’influenza sulla coscienza pubblica e sociale da parte della politica di Governo. Da un lato vediamo Correa investire fortemente per la crescita del sentire comune e del cittadino con numerose campagne di sensibilizzazione ed educazione civica: contro gli abusi machisti, per una coscienziosa condotta di guida, per l’ambiente, a favore di comportamenti educati nei luoghi pubblici, per la cultura della legalità contro, ad esempio, la corruzione dell’apparato pubblico e della polizia.

Tipici del berlusconismo di casa nostra, invece, sono la cultura “del condono” secondo la quale per qualunque abuso edilizio prima o poi arriva la possibilità di pagare meno del dovuto e senza multe, la distorsione del concetto di “privacy” in funzione della delegittimazione della magistratura, la distorsione del concetto “liberale” in funzione del rigetto di regole base per la convivenza civile e legale, la ricerca di impunità tramite leggi ad personam utili a tutelare gli interessi privati del Presidente.

La vera chiave di tutto, però, è la politica del consenso interno che vede in Correa, diversamente dal Nostro, un politico e governante di razza attento alla gestione del potere in funzione del mantenimento del consenso. In sostanza, potremmo definire Correa un moderno Principe, in quanto esprime ed interpreta (più o meno consapevolmente) il pensiero di Machiavelli secondo l’interpretazione autentica dello stesso e non secondo la distorsione, tutta italiana, del riduttivo “il fine giustifica i mezzi” inteso rozzamente come poter fare qualunque cosa in funzione del proprio interesse e guadagno. Consapevole riguardo ai limiti delle promesse, senza mentire riguardo alle aspettative (ricordiamo la negazione della crisi da parte di Berlusconi & Tremonti?), il Principe deve, per mantenere il potere, fare di tutto per non farsi odiare; se non può rispettare le promesse deve trovare, ad ogni costo, una giustificazione (legittima e che richiami alla verità) al suo operato per continuare ad avere il consenso dal popolo.

Su questa linea scorre l’azione di Correa; esattamente l’opposto – c’è da dirlo – da quanto fatto spudoratamente dalla premiata ditta Berlusconi & Bossi. Anche questo serve a spiegare come mai Berlusconi e la sua corte siano ridotti al rango di zimbelli d’Europa, mentre Correa sia un politico con forte consenso in patria e, probabilmente, uno dei politici più in ascesa nel panorama internazionale.

© Rivoluzione Liberale

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