Un deputato, nell’esercizio delle sue funzioni in Parlamento, che critica un Ministro e il medesimo Ministro che si tappa le orecchie per non ascoltare le critiche è un episodio molto significativo e da non dimenticare. È accaduto alla Camera dei Deputati durante le ultime ore di vita del Governo  Monti. Protagonista centrale della vicenda è il Ministro del lavoro Fornero che, mentre parlava il deputato Bitonci, teneva le sue mani adagiate sui suoi padiglioni auricolari. Ci sarebbe da scrivere una lunga dissertazione su questa vicenda che è molto lontana dal metodo e dal pensiero della cultura liberale. Volendo restare negli ambiti di una sobria considerazione della portata dell’evento, due aspetti bisogna sottolinearli doverosamente. Il primo riguarda il vecchio adagio secondo cui non c’è più sordo di chi non vuol sentire e non c’è più cieco di chi non vuol vedere. E queste forme di sordità e di cecità, che attengono al dovere e alla capacità di ascolto di chiunque si sia candidato a svolgere un ruolo pubblico, sono inqualificabili. Il secondo concerne la seria e responsabile presa di posizione della Istituzione preposta a intervenire sulla vicenda. Infatti, l’intervento del Presidente della Camera Fini, che ha stigmatizzato l’episodio bacchettando il Ministro, ci dimostra che questa volta l’Istituzione ha visto, ha ascoltato ed ha parlato.

Testualmente, il Presidente della Camera ha dichiarato: “Voglio che rimanga agli atti di questa nostra assemblea (…) che, così com’è assodato che i deputati hanno il dovere di usare un linguaggio consono alla dignità di quest’Aula, i rappresentanti del governo hanno  anch’essi il medesimo dovere: di rispettare le opinioni che vengono espresse“.

Se si confrontano le storie personali e politiche degli attori di questa vicenda, si comprende quanto sia fondata la tesi sostenuta da Jean Monnet, uno dei padri fondatori dell’Europa, che citava spesso il filosofo svizzero Amiel: «L’esperienza di ogni uomo ricomincia daccapo. Soltanto le istituzioni diventano più sagge: esse accumulano l’esperienza collettiva e, da tale esperienza, da tale saggezza, gli uomini soggetti alle stesse norme non cambieranno certo la loro natura ma trasformeranno gradualmente il loro comportamento».

Ovviamente non basta solamente una lunga permanenza nelle istituzioni per  trasformare certi comportamenti e per trasformare l’indole di alcune persone. Non è solo una questione di tempo. Molto dipende dalla intensità e dal  grado della sensibilità umana, sociale e politica  che ciascheduno ha nel suo bagaglio culturale.

Quando prendiamo in considerazione i fatti salienti delle contraddizioni interne alla potente aggregazione politica creata da Berlusconi nell’ultimo ventennio, guarda caso ci troviamo innanzi alle scelte dirompenti operate, in tempi diversi, da due personaggi della politica che hanno una comune esperienza istituzionale. Nell’ordine, sotto il profilo temporale, sono stati i due Presidenti della Camera Pierferdinando Casini e Gianfranco Fini.

A prescindere da ogni giudizio di valore o di opportunità politiche, sono stati loro, quanto meno sul versante interno al potere di Berlusconi, a contribuire in modo significativo nell’azione di affievolimento della forza politica caratterizzata dal cesarismo e dal partito-persona in sostanziale antitesi al parlamentarismo.

Queste brevi riflessioni non possono non considerare che, a differenza del Ministro del lavoro Fornero, il Presidente Mario Monti ha una positiva e lunga esperienza a livello di istituzioni europee. Ecco perché ci ha dimostrato di fare dell’ascolto il connotato della sua relazione conclusiva sulla sua esperienza di governo, una relazione conclusiva  che si è accompagnata alla sua dichiarazione  di essere disponibile a continuare il suo impegno politico-governativo.

Infatti, nella sua conferenza stampa di fine anno coincidente con la fine del suo mandato e avente un prevalente connotato propositivo, ci ha fatto sapere che non si ritira a fare il Cincinnato, come alcuni si aspettavano, ma si è posto in ascolto e a disposizione delle istanze e delle forze politiche che volessero raccogliere e promuovere il suo programma politico denominato “Agenda Monti”.

© Rivoluzione Liberale

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1 COMMENTO

  1. La signora Fornero, che non é una politica di professione, é stata per un anno al centro di contestazioni e offese, a cui ha sempre reagito con compostezza. Questa volta ha avuto un momento di rifiuto umanamente comprensibile, e lo ha espresso in modo simbolico e magari sbagliato (avrebbe potuto distrarsi e non ascoltare, come faceva Andreotti, oppure incassare gli insulti di cui era oggetto e poi prendere la parola e reagire a tono). Il Presidente Fini ha fatto bene a correggerla, ma non ne trarrei conclusioni che vanno molto al di lá della portata assai modesta dell’episodio. Ai tempi della prima Repubblica, un notissimo e anziano senatore, che era sordo e usava un apparecchio uditivo, lo spegneva ostensibilmente quando un oratore diceva sciocchezze, e tutti sorridevano. Il Governo Monti é, in tutte le sue componenti, rispettosissimo delle istituzioni, per le quali non rappresenta proprio un pericolo. Sono i leghisti a disprezzarle e avvilirle e non hanno titolo e diritto a chiedere rispetto per un’aula che hanno fatto teatro di comportamenti da taverna. Come, del resto, buona parte della seconda Repubblica, da cui abbiamo avuto e stiamo avendo spettacoli che rendono il gesto della signora Fornero uno scherzo infantile.

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