Che gli inglesi amino ricordarsi della capitale belga solo quando la associano ai beneamati Brussels Sprouts (i cavoletti, appunto) è cosa assai nota: l’avversione che questo paese prova per la centralizzazione “forzata” di determinate materie nelle mani di Bruxelles data a ben prima dell’ascesa della signora Thatcher, la quale pure non si è certo risparmiata nel render sempre chiaro chela Gran Bretagna veniva prima dell’Europa.

Il tempo è passato ma al bel David Cameron è rimasta però la gatta da pelare. Tutto preso a voler dare del Partito Conservatore un’immagine rinnovata, cool (da Blair in poi, apparentemente, la Britannia ha da essere cool, sennò niente), aperta alle novità anche più spinte come le unioni omosessuali, si trova tuttavia a fare i conti col nocciolo duro dei Tories – non necessariamente vetero thatcheriani, probabilmente soltanto tradizionalisti – i quali da decenni non vedono di buon occhio l’entrata dell’Inghilterra nella UE.

Per comprendere bene una posizione che on the Continent (che saremmo noi) può sembrare assurda, è essenziale contestualizzare a dovere e storicamente: il Regno Unito è e si sente tuttora l’erede di un Impero sul quale, come si diceva anche per quello di Carlo V, non tramontava mai il sole; un Impero che spaziava dall’Australia, al Canada, al Sudafrica all’India, il vero diamante che toccò a Mountbatten traghettare verso l’indipendenza.

Ancora oggi il Commonwealth – singolarissima “associazione” internazionale che riunisce 54 nazioni di tutto il globo che riconoscono Elisabetta II come capo di Stato o che hanno comunque deciso di mantenere con l’Inghilterra delle relazioni privilegiate – costituisce un’entità che nella vita degli inglesi è assai presente. Ci sono rapporti speciali con questi paesi, ci sono scambi di studio, ci sono finanche i Giochi del Commonwealth, sorta di Olimpiadi dell’ex Impero Britannico.

Molto semplicemente, l’inglese medio si pone questa domanda: perché mai io, che fino a un secolo fa dominavo il mondo e che ora sovraintendo a questa comunità allargata di Stati, dovrei entrare in una comunità come la UE, composta perlopiù di Nazioni che hanno sistemi legali diversi dal mio (civil law, praticamente dappertutto), sensibilità diverse, lingue diverse? Che cosa ci guadagno?

Ecco che allora l’unico modo che Cameron ha trovato per tenere insieme le anime del suo Partito è quello di istituire una commissione la quale, per quanto attiene ai Diritti Umani per come sanciti dalla Convenzione Europea (che, come si sa, “vince” sui singoli diritti nazionali), vagli la possibilità di redigere un “nuovo” Bill of Rights  inglese che accolga e “anglizzi” i diritti fondamentali della persona.

Si badi bene, però, a non fraintendere. I diritti umani li hanno inventati qui, sono frutto del pensiero di personaggi come Hobbes e Locke, Burke e Blackstone; sarebbe sciocco finire a credere che il Regno Unito non condivida il diritto alla libertà, alla intangibilità della persona, il ripudio della schiavitù (William Wilberforce dovrebbe ricordarci qualcosa).

Si capisce bene, allora, che il vero punto è un altro. Non stiamo parlando di diritti umani in quanto tali, stiamo piuttosto mettendo sul piano della discussione il cuore della ritrosia britannica all’entrata in Europa: la perdita della propria sovranità.

Gli inglesi sono un popolo fiero, altero, seppur molto più autoironico di noi. Dal lontano 1066 non hanno mai subito un’invasione straniera, mentre sul Continente era tutto un viavai di Franchi, Ungari, Goti, Bizantini che di volta in volta conquistavano o perdevano terreno. L’inglese di oggi, come l’inglese di ieri, è preoccupato che le sue leggi – che egli considera, per solito, come le migliori – abbiano a patire un’omologazione europea che cancellerebbe le specificità tutte britanniche cui egli è persino sentimentalmente legato.

In un paese in cui, sino a cinquant’anni fa, il termine papista significava “cattolico” ma anche, per sineddoche, “agente di un governo nemico”, non è facile buttar giù a cuor leggero che da Bruxelles – una qualsiasi città belga, nota agli inglesi più che altro perché Wellington ci è passato per andare a Waterloo – un Parlamento che non ha nemmeno un secolo di Storia voglia dettar legge ad una nazione che il sistema parlamentare lo ha inventato.

© Rivoluzione Liberale

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