Parigi – Edward Hopper, il pittore che sapeva “dipingere il silenzio”, è in mostra al Grand Palais fino al 28 Gennaio. La retrospettiva è una panoramica di tutta la carriera del pittore americano, che visse tra il 1882 ed il 1967, e proprio la Ville Lumière fu meta di ispiranti soggiorni.

L’esposizione, curata dall’assistente del direttore del Museo Nazionale d’Arte Moderna del Centre Pompidou Didier Ottinger, è divisa in due macrosezioni: la prima riguarda gli anni giovani di formazione (1900-1924), confrontati con l’arte che vide a Parigi e quella dei suoi contemporanei; la seconda copre il periodo maturo e più personale. Oli, acquaforti ed acquerelli danno prova di tutta l’abilità hopperiana, che vede l’artista investito dal successo solo dopo una mostra di acquarelli del 1924.

L’etichettare la corrente artistica di appartenenza è riduttivo per Hopper, come lo è per tutti i grandi. È stato infatti definito realista, ma questa definizione non gli fa giustizia. Elementi di stampo impressionista compaiono appunto nelle sue opere, quali la luce ed il taglio fotografico propri di Degas, oppure l’astrazione, la geometria, gli essenziali elementi a tratti artificiali e la malinconica solitudine del metafisico De Chirico. La certezza risiede tuttavia nel suo stile personalissimo ed antologico, dove la narrazione realistica diventa studio psicologico e dell’immaginato.

Egli rappresenta porti, paesaggi urbani, ambienti teatrali ed interni, in questi ultimi dà il meglio di sé e la condizione umana di solitudine radicalizzata ed inestirpabile sfiora quasi la tragicità greca. Il mito e la tragedia si esplicano anche non solo nei ritratti, ma anche nelle tele in cui vi sono più personaggi: in Nighthawks (1942) i personaggi al banco sono configurati in blocchi contrapposti e visti da un osservatore esterno, anch’egli solo, attraverso il filtro della vetrina del locale. Così la solitudine regna sovrana in altri quadri, da quella della fanciulla sola in un bar, quasi bevitrice d’assenzio impressionista e poi di Lautrec, all’incomunicabilità tra soggetti ritrovabile nell’Assenzio di Degas e nella precedente Cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre di Masaccio.

I quadri-narrazione di Hopper sono difficili da slegare dalle sue vicende personali e dalle sue caratteristiche caratteriali di uomo irascibile, sempre più meno sicuro di sé e colpito dalla paura di non venire ricordato una volta morto. Tutto ciò lo porta ad un rapporto travagliato conla moglie Josephine Nivison, spesso obbligata a posare per lui nuda o in vesti discinte, ed a avere pochi amici. La sua insicurezza, goffaggine, gelosia e l’essere introverso, mammone, manesco, collerico e solitario, lo portano a violente liti ed a allontanare via via da sé gli amici.

La moglie annotava sul suo diario: “Edward non vuole mai parlare di niente”. Ed ancora: “È come un cencio senza consapevolezza del passare delle ore, dei giorni, delle settimane, della vita”. Il conflitto interiore e forse un complesso di inferiorità, nonostante il grande talento riconosciuto fin dalla tenera età di cinque anni dai genitori ed in seguito dagli insegnanti, per osmosi passano alle figure rappresentate nei suoi quadri, destinate a morire sole ed a venire molto probabilmente dimenticate. Sembra quasi che l’avido Giove abbia attinto solo al vaso dei dispiaceri: il singolo soggetto raffigurato diventa espressione dell’individualità umana in toto.

© Rivoluzione Liberale

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