Con le sue dichiarazioni alla stampa, Mario Monti ci ha regalato per Natale una specie di rebus, che merita di essere decifrato. Proviamoci a farlo, in tutta umiltà, a luce di logica e senza pretendere di avere lumi speciali. Vediamo innanzitutto quello che il Premier ha detto con assoluta chiarezza: che non accetta l’offerta di Berlusconi a candidarsi come “federatore dei moderati” (si legga del PDL). Nessuno si aspettava il contrario (nemmeno Berlusconi, che aveva lanciato così solo uno dei suoi trucchetti). Come avrebbe potuto farlo, quando le cose che dice il Cavaliere e i suoi – per ora, confusi – programmi sono, per irresponsabile populismo, all’opposto di quello che Monti pensa e vuole? Come avrebbe potuto farlo, con una persona che ieri gli offre la candidatura a Palazzo Chigi e oggi dice di vedere un Monti-bis come un incubo notturno? Il Professore ha espresso a questo proposito sconcerto per la scarsa linearità del pensiero berlusconiano (ammesso che esista qualcosa del genere) e il Presidente del Senato lo ha criticato del tutto a sproposito (dall’Afganistan, poi!). Che doveva fare o dire Monti? Dove sta scritto che dovesse tenersi gli insulti quotidiani e stare zitto? Ha reagito, a mio avviso, con compostezza persino eccessiva e quanto a Schifani (di cui ci erano sembrati fino ad ora apprezzabili l’equilibrio e persino qualche anelito di indipendenza) ha dimostrato, ahimè, di essere rapidamente e obbedientemente rientrato nella cuccia.

Andiamo avanti. Tutto il Centro, dal PLI in poi, chiedeva a Monti di porsi alla testa di quella vasta area liberale e riformista che aspira ad essere l’asse portante della rinascita italiana e, a giudicare da certe dichiarazioni di Casini e di Riccardi, questa era parsa una seria probabilità. Ma Monti ha voluto evitare, al meno per ora, di identificarsi con una sola parte, sia pure la più affine a lui e quella che lo ha sostenuto lealmente e fino in fondo.

Perché lo ha fatto, con un probabile ripensamento rispetto all’impulso iniziale? Le spiegazioni possono essere varie: la prima che viene alla mente è che si è reso conto che, dando il proprio nome e immagine “in esclusiva” a una forza politica, possibilmente non maggioritaria nel Paese, avrebbe compromesso le sue possibilità di essere in futuro una risorsa a cui non una, ma più parti politiche potranno fare ricorso, forse più per il Quirinale che per Palazzo Chigi (significativa la disponibilità da lui espressa a fare quello “che il Parlamento gli chiedesse”: il Parlamento, notiamo bene, che elegge il Capo dello Stato, non i partiti o il Presidente della Repubblica che conferisce l’incarico di governo).

Ha fatto bene? Ha fatto male? Dal punto di vista del Centro, sarebbe stato certamente preferibile avere un Monti schierato a tutto campo. Da un punto di vista più generale, guardando a possibili scenari del futuro che richiedessero un Monti al di fuori della mischia, forse è meglio così.

Ma Monti, se non si è schierato con nessun gruppo, ha però chiaramente dimostrato di considerarsi del tutto attivo e nella corsa. E lo ha fatto nella forma tutto sommato più corretta e  più seria, presentando un programma preciso, ampio e articolato e accompagnandolo con una “lettera agli italiani”. Questo, in coerenza con quanto era venuto ripetendo negli ultimi tempi: il dibattito non deve concentrarsi su schieramenti e persone, ma su programmi di governo per l’Italia e per l’Europa; e agli italiani ha fornito un programma di grande spessore e di alto volo, un programma che tutto il Centro, con il PLI, ha già dichiarato di fare proprio. Così facendo, il Professore ha fornito un ulteriore contributo di serietà al Paese, invitandolo, forzandolo quasi, a discutere di cose concrete, non di barzellette berlusconiane o illusioni vendoliane.

Cosa accadrà ora? Dal lato del centro-destra non c’è nulla da aspettarsi, al di là delle giravolte di Berlusconi, del suo incontenibile, patologico, protagonismo. Il suo show personale nella intervista con Giletti conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, qual è la concezione berlusconiana dell’informazione: o le interviste sono in ginocchio, anzi preparate in anticipo, come con Barbara D’Urso, o sono aggressioni comuniste. Può darsi che le sue comparsate, e altre che dobbiamo aspettarci in futuro, gli portino qualche punto percentuale in più (la credulità umana, quell’infinita capacità di autoingannarci, non cessano di stupirci), ma non gli ridaranno mai più i consensi cui era abituato.

Al centro c’è evidentemente un problema: non basta accettare il programma Monti e farlo proprio, non basta neppure indicarlo come capo naturale del futuro governo. In politica, negli ultimi due decenni, è purtroppo diventato necessario per una forza politica a vocazione maggioritaria darsi un punto di riferimento con nome e cognome, un leader visibile, il quale poi deve condurre in prima persona la campagna elettorale. Vedremo cosa farà Monti nelle prossime settimane (il tempo sta ormai scadendo) ma, se non volesse dare nome e volto al Centro, il Centro dovrà rapidamente riflettere sul modo migliore per organizzarsi e dare agli elettori, soprattutto a quelli incerti e tentati dall’astensione, la sensazione di una forza politica definita, compatta e capace di governare.

Problemi, però, la posizione di Monti li pone anche a sinistra. Bersani ha detto troppo che la sua agenda era quella di Monti, più lavoro e solidarietà sociale. Che farà adesso? La logica vuole che resterà sulle stesse posizioni, accogliendo in modo generale il programma del Professore, ma insistendo per riproporre i temi cari a lui e al PD (come le due cose possano conciliarsi, è tutto da vedere). Potrà imporre questa linea al suo alleato Vendola e farla digerire alla CGIL? Potrà, se non avrà altra alternativa che un’alleanza con i Centro, necessaria per formare maggioranza, almeno al Senato, e se vorrà presentarsi in Europa in modo credibile. Se sarà costretto invece a seguire i populismi di vario colore del SEL o della signora Camusso, saranno guai per l’Italia.

Per questo, pur restando in parte aperto l’enigma Monti – ma con la nebbia che, come ha scritto il Segretario del PLI, comincia a diradarsi – un’affermazione del Centro, o come forza di maggioranza relativa o come parte non subordinata di un’alleanza di governo, resta una necessità imprescindibile per l’avvenire del Paese e dei nostri figli.

© Rivoluzione Liberale

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