Che negli ultimi 20 anni le reti televisive, pubbliche e private, siano state decisive nell’orientamento della pubblica opinione è cosa ormai nota e risaputa, tanto da provocare come reazione l’approvazione di una legge pignola e cervellotica come la “Par Condicio” da applicarsi durante le campagne elettorali. Eppure mai ci era parso che l’uso delle televisioni fosse così spregiudicato e palese come appare oggi, alla vigilia di una delle campagne elettorali più incerte e delicate degli ultimi due decenni.

Inutile dire che il via a questo uso smodato e propagandistico dei canali tv l’ha dato, al solito, l’ex premier Silvio Berlusconi, che non ha invaso solo le reti di sua proprietà, ma anche quelle di Stato e pretendendo di fare comizi senza domande, se non concordate, e senza contraddittorio.

Clamorosa la scenata fatta nel programma RAI di Gilletti, durante il quale il conduttore s’è permesso di interferire timidamente col monologo dell’ex premier, provocandone una reazione sproporzionata e che sarebbe stata ridicola se non fosse anche inquietante. La scena infatti ha dato la misura dell’arroganza e la faccia tosta del potere verso i mezzi di comunicazione, con cui ci si confronta solo ed esclusivamente se sono totalmente asserviti, e con il telespettatore, ovvero il cittadino, che deve bersi in modo acritico qualunque messaggio gli arrivi dal video, anche se è lo stesso trito e ritrito da vent’anni e da vent’anni puntualmente disatteso. Un atteggiamento che, oltre tutto, mortifica la professione giornalistica, usata solo come grancassa propagandistica e repressa invece pesantemente se tenta di fare inchiesta o semplicemente informazione.

Altri leader politici approfittano di sovraesposizioni mediatiche per aumentare a dismisura consensi che altrimenti, con proposte e programmi, non potrebbero mai acquisire. Sotto gli occhi di tutti è il fenomeno mediatico Beppe Grillo che parte, è vero, dalla rete internet, ma che poi sfrutta la tv ed i mezzi di comunicazione, anche apparentemente snobbandoli, con una studiatissima strategia di comunicazione che va dagli spettacoli-adunate, alla traversata a nuoto dello Stretto di Messina, agli slogan coloriti. Una strategia talmente studiata che non si può permettere nemmeno che i suoi stessi affiliati vi interferiscano, da cui il divieto assoluto ai grillini di andare in tv.

Ma più sottile è la discriminazione politica che fa la televisione verso coloro a cui invece l’accesso è precluso. Vi sono infatti forze politiche con messaggi e programmi spesso seri e forti, ma che mancano del mezzo televisivo per diffonderli, mezzo oggi ancora indispensabile a raggiungere ampie masse di cittadini. Queste forze non sono ammesse al palcoscenico televisivo spesso per veti incrociati di chi ne teme la concorrenza politica e a volte anche per mancanza di personaggi con una immagine televisiva “di richiamo” che li rappresentino. 

Queste forze cercano di sfruttare altri veicoli e proprio internet, specie oggi tramite i social network, è uno strumento nuovo e importante, ma non ancora di massa e quindi limitato nei numeri. Per questo anche le forze liberali, tra quelle più evidentemente penalizzate dalle tv, dovrebbero ingegnarsi a trovare modi nuovi per passare in tv il loro programma ed il loro messaggio. Perché, ci piaccia o no, anche nel 2013 le tv giocheranno un ruolo fondamentale alle elezioni politiche. 

© Rivoluzione Liberale

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