Il 2012 ha visto una esibizione di forza da parte dei piccoli nazionalismi europei i quali, dopo essere stati protagonisti nella fase successiva al crollo del muro di Berlino ed alla caduta del impero sovietico, sono tornati ad agitare l’Europa. Questa volta non a seguito della esplosione dell’assetto e degli artificiosi equilibri costruiti nell’Europa centrale ed orientale dopo le guerre mondiali (pensiamo a Jugoslavia, Repubblica Ceca e l’Unione Sovietica stessa), ma toccando e coinvolgendo gli stati democratici dell’Europa occidentale.

Fondamento di tali processi e rivendicazioni è il principio di “autodeterminazione dei popoli” che sancisce il diritto di un popolo, sottoposto ad una autorità statale, ad associarsi ad un altro Stato oppure ad autodeterminare un proprio assetto costituzionale indipendente. Tale principio, riconosciuto dal Diritto Internazionale, condiziona la Comunità internazionale obbligando i singoli Stati a non impedire od intralciare tali processi.

Evocato già nella “Dichiarazione di Indipendenza” delle colonie inglesi autoproclamatesi Stati Uniti d’America, viene articolato dal Presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson, in occasione del Trattato di Versailles del 1919, per delineare i nuovi confini europei del primo dopoguerra; applicato in modo discontinuo ed arbitrario ha condizionato la storia europea e mondiale fino alla periodo recente.

È stato fondamentale, poi, nel processo di decolonizzazione in Africa ed Asia permettendo, alle allora colonie, l’indizione di elezioni ed il dotarsi di una Costituzione indipendente.

Tornando all’Europa dei giorni nostri, dopo mesi di negoziati (e secoli di tensione e rivalità) il 15 ottobre 2012 il premier britannico David Cameron (alla guida dal 2010 di un Governo di coalizione con i liberali) ed il primo ministro scozzese Alex Salmond hanno siglato ad Edinburgo “l’accordo tra il governo del Regno Unito ed il Governo scozzese riguardo al referendum sull’indipendenza per la Scozia” che vede concedere alla Scozia 24 mesi di tempo per convocare una tale consultazione che si dovrà tenere, quindi, entro e non oltre ottobre 2014.

Limite temporale, questo, imposto da Londra per evitare che il Governo scozzese possa temporeggiare e rimandare “alle lunghe” la consultazione in caso di sondaggi poco favorevoli per gli indipendentisti. Il Governo scozzese ha, però, ottenuto un allargamento della base elettorale: potranno votare, infatti, anche i cittadini minorenni a partire dai 16 anni. Linea, questa, probabilmente dettata dalla speranza di recuperare voti grazie al temperamento tendenzialmente più radicale dei giovani, in contrapposizione ad una possibile tendenza al mantenimento dello status quo britannico da parte dell’ elettorato più moderato.

Esclusa ogni altra ipotesi lanciata sul tavolo delle trattative dalla diplomazia di Edinburgo (come un quesito, in subordine alla secessione, riguardo ad una “devoluzione dei poteri”), il referendum porterà, quindi, ad una scelta netta responsabilizzando molto i cittadini. In pratica la Scozia, che tra il 1997 ed il 1999 ha già ottenuto, a seguito della vittoria del referendum sulla cosiddetta “devolution”, un suo Governo semi-autonomo ed un suo Parlamento, potrebbe passare dalla condizione di regione del Regno Unito a quella di Stato indipendente inquadrato (questo il limite) nel Commonwealth come l’Australia o la Nuova Zelanda.

Da sottolineare la scelta della data per il referendum: nel 2014 cade il settecentesimo anniversario della battaglia di Bannockburn con la quale la Scozia ottenne, temporaneamente a seguito di quella che passò alla storia come la prima guerra di indipendenza scozzese, la libertà dall’Inghilterra e vide Robert Bruce divenire Re di Scozia. Data, quindi, di valore simbolico e propagandistico elevatissimo che potrebbe giocare a favore dei nazionalisti scozzesi. Gli inglesi non sembrano preoccuparsi di questo; seppur contrario alle velleità scozzesi, Cameron, con spirito liberale, concede comunque la facoltà di scelta per mettere “fine alle incertezze” e togliere “i dubbi sulla posizione della Scozia”.

Al riguardo del referendum, oltre al dato politico che vede messa in discussione per la prima volta dal 1707 (quando vi fu la re-unificazione) l’unità della Gran Bretagna, peseranno temi, tra gli altri, come la proprietà delle ricche riserve di gas e petrolio presenti nel Mare del Nord e la base dei sottomarini nucleari britannici in acque territoriali scozzesi (che verrebbero banditi da un’eventuale Scozia indipendente obbligando la Royal Navy ad emigrare). Ed proprio dalla vecchia Caledonia (l’antico nome della Scozia) potrebbe partire un processo capace di ricadute sugli equilibri dell’Europa intera.

L’effetto dòmino tocca, per prima, la regione spagnola della Catalogna la quale, negli anni, ha visto crescere la propria autonomia grazie alla concretezza del partito nazionalista locale (maggioranza in regione fin dalle prime elezioni democratiche del 1980 fino al 2003 e nuovamente dal 2010) che a Madrid ha sostenuto i governi nazionali che si sono succeduti a prescindere dal orientamento politico degli stessi.

Le recenti elezioni regionali del 25 novembre 2012 sono state anticipate dal Presidente in carica, Artur Mas, come prova di forza a favore di un referendum riguardo al “Estado Proprio” (lo Stato indipendente) sul quale è stata incentrata la campagna elettorale. La vittoria, nonostante un calo di una certa consistenza rispetto alle precedenti, è andata allo stesso Mas.

Seppur passando per una alleanza estremamente eterogenea (dove le comuni posizioni indipendentiste paiono essere l’unico collante) che rende il Governo regionale una sorta di “grande coalizione”, il 18 dicembre 2012 è stata annunciata, a seguito dell’ accordo politico, la convocazione di un referendum di autodeterminazione della Catalogna proprio nel 2014.

Diversamente dallo scenario scozzese, la richiesta di autodeterminazione catalana è una forzatura unilaterale in quanto vede il Governo spagnolo totalmente indisponibile, oltre che a concedere il referendum, a qualsiasi negoziato in tale direzione ed essere, anzi, propenso a ridurre l’autonomia locale concessa dalla Costituzione del 1978 che creò, dopo quarant’anni di livellante dittatura franchista, uno “Stato delle autonomie” che riconosce le diverse identità presenti nel paese.

Ipotizzando una prevedibile rottura nei rapporti tra le parti, il nuovo ipotetico stato catalano (l’ingresso del quale nell’Unione Europea sarebbe possibile solo a fronte di un accordo unanime dei membri) verrebbe messo in stallo da una posizione ostruzionistica di Madrid la quale, con ostilità e senza lasciarsi sfuggire alcun pretesto, imporrebbe una sorta di veto; merci e capitali catalani si troverebbero azzoppati perchè esclusi dalla libera circolazione e boicottati dal mercato spagnolo che, ad oggi, li alimenta.

Dalla consapevolezza di questo scenario deriva una posizione sostanzialmente defilata del grande capitale, della finanza e delle banche che vedrebbero, invece, di buon occhio una evoluzione in senso federalista. Ipotesi, questa, paradossalmente di elevatissima difficoltà perchè renderebbe problematico ed instabile l’equilibrio interno complessivo della Spagna. Le differenti regioni e Comunità autonome, infatti, oltre a non disporre di competenze locali paragonabili a quelle della Catalogna, non hanno tutte la medesima volontà o la capacità di muoversi in tale direzione.

Punto di contatto tra lo scenario scozzese e quello catalano è la circostanza che la rilanciata spinta separatista, oltre che alla crisi economica, può essere associata alla fine del terrorismo indipendentista locale: da quando l’ETA (in Spagna) e l’IRA (nel Regno Unito) hanno abbandonato la lotta armata i rispettivi grandi partiti nazionalisti, tendenzialmente moderati, e l’opinione pubblica hanno potuto iniziare ad affrontare il tema della secessione senza essere associati ad atti di sangue o bande armate.

Volendo individuare l’aspetto meno nobile della questione, possiamo sostenere che tali movimenti, oltre che su rivendicazioni di natura storica e cultura locale, trasmettono la sensazione che, nelle proprie rivendicazioni, pesso determinante sia dato da criteri prettamente economici e di interesse locale per i quali sembrerebbe che siano, in verità, i piccoli egoismi locali ad essere legittimati a divenire Stato. Non a caso, sono principalmente le regioni ricche ed economicamente più sviluppate a rivendicare autonomia ed a parlare di secessione.

Sulla scia emozionale dei vari fenomeni europei e di una efficace propaganda populista, in casa nostra abbiamo assistito a quindici anni di propaganda leghista per l’indipendenza della “padania”; campagna politica la natura ridicola della quale pare, ormai, essere stata riconosciuta dalla dirigenza stessa della Lega Nord che l’ha derubricata (tollerando venga riesumata di quando in quando in comizi minori per non disperdere qualche voto estremista), incentrando la propria comunicazione su parole chiave come “nord” e sul sentimento locale delle Regioni.

Con “padania”, dal latino letteralmente “terra del Po”, veniva propagandata una entità la quale, con forzature su più livelli, intendeva giustificare un sentimento di appartenenza in contrapposizione all’Italia. Limitandoci a ricordare che il Risorgimento vedeva i cittadini sventolare bandiere con il Tricolore e non con il “sole delle alpi”, possiamo tranquillamente sostenere, ad esempio, che territorio (che cosa hanno a che fare Aosta, Toscana, Umbria e Marche con la “terra del Po”?), storia locale (Venezia e Genova si sono combattute aspramente per secoli), radici linguistiche (parliamo bresciano ad Udine e vediamo chi ci capisce qualcosa?) affondano, anziché rafforzare, qualunque rivendicazione riguardo alla legittimità storica o di “padanità” delle aree in questione.

Cercando cercando, c’è da dirlo per i più arroccati sul tema, non è da escludersi si possano trovare nella storia del uomo un paio di libri nei quali venga citata l’espressione “padania” nella concezione puramente geografica di “terra del Po”; questo però non implica legittimazione storica, di popolo o politica perché, allo stesso modo, cercando cercando, si troverebbe in qualche libro una “terra dei cavalli”, una “terra dei fiumi” o una “terra dei paperi” o “paperopoli”. 

Una realtà storica basata sul nulla, quindi, se non su attuali livelli fiscali di presunta auto-sufficienza (che, ipotizzando uno scenario indipendente, andrebbero valutati al netto del boicottaggio del mercato da parte delle altre regioni italiane e dell’ostilità del mercato tedesco che aggredirebbe l’area per assorbirla) oltre che a ragioni di opportunità politica: nel passato recente le leggi elettorali hanno visto spesso imporre ai partiti un numero minimo di regioni nelle quali presentarsi per accedere ai vari meccanismi di ripartizione dei seggi; il numero di regioni della “padania” (realtà indecifrabile che andrebbe dal Trentino Alto Adige fino alle Marche) – si guardi la coincidenza – riusciva a soddisfare questi requisiti.

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