Nella grande stampa e nei dilaganti talk-show televisivi, il nostro dibattito politico appare ridotto a una permanente rissa da pollaio (chiediamo scusa alle innocenti galline) nella quale vince chi parla più forte, chi le spara più grosse e più volgari, sport nel quale l’incredibile Berlusconi sta diventando rapidamente campione tutte categorie (avete letto l’ultima? Monti “sale” in politica perché è “di rango inferiore”; proprio lui parla di inferiorità!). In questo chiasso assordante, le cose serie, quelle che a lungo andare contano, si perdono. Invano cercherete un’analisi ragionata (magari critica) del programma per l’Italia che Mario Monti ha presentato al Paese. Invano! Non dico analizzarlo, ma forse anche leggerlo, è uno sforzo che sarebbe troppo chiedere ai nostri politici e politologi, una noia che sarebbe ingeneroso affibbiare loro. Tanto, a che serve? Una o due frasi ad effetto, uno slogan o un ammonimento lanciati alla brava  contro il Presidente del Consiglio dimissionario, nuovo bersaglio di favore, proprio perché fa paura (“lo spread è un’invenzione”, “la congiura tedesca”, “macelleria sociale”, “salassi da Medioevo”, “aboliremo l’IMU”, “Monti-bis incubo”, “Monti candidato scorrettezza istituzionale”, “Monti stia al di fuori delle parti” etc.etc. la lista si allunga ogni giorno), bastano a fare notizia e a riempire la bocca alle facce di tolla che si affacciano quotidianamente sugli schermi. Penso, naturalmente,  a quelli che l’Agenda Monti la respingono (gli altri, quelli che l’accettano e la fanno propria, almeno mostrano di averla letta).  I Berlusconi, i Grillo, i Vendola, l’insopportabile Di Pietro, i Maroni, le Camusso, hanno tutto il diritto di non accogliere i programmi del Professore, ma ci spieghino perché, in quali punti di essa non si riconoscono, quali trovino reazionari,  antisociali, dannosi. E i vari Alfano, Schifani, Cicchitto, Gasparri, patetici coristi della commedia berlusconiana, che si proclamano liberali, anzi araldi e antesignani del liberalismo, dicano con precisione come la pensano su questo o quel punto proposto da Monti: questo sì, questo no, questo non va bene, questo lo faremmo meglio se andassimo al potere, e così via.

Stessa richiesta a Bersani. Non ha risparmiato attestati di rispetto e proposte di collaborazione a Monti, ha detto più volte di condividerne il programma e di volerlo, casomai, arricchire. Ora il programma c’è, nero sul bianco. Ci dica per favore quali punti approva, quali eventualmente disapprova, quali vorrebbe modificare e quali, se del caso, aggiungere, e con quali soldi. E, aspetto non trascurabile, con quali alleati: Vendola, che l’operato passato e futuro di Monti vuol mandarlo alla rottamazione? La Camusso? Quelli che vorrebbero una moratoria del nostro debito, l’uscita dall’euro, una bella rottura con la Merkel? Se l’On. Bersani vuole meritarsi rispetto dagli elettori, anche quelli a lui contrari, esca dai funambulismi e dica le cose chiaramente.

Il bello è che, a leggerla, l’Agenda Monti non pare davvero prestarsi a reazioni di accalorato, persino indignato, rigetto, ma tutto al più a una pacata discussione accademica. Si tratta di una compilazione di cose non certo rivoluzionarie e anzi abbastanza ovvie e che (fuori dei talebani della sinistra o della destra estreme) dovrebbero andare bene a  tutti. Le cose che dice circolano da tempo nel discorso programmatico dei Liberali e non solo. Valorizzazione e dismissione del patrimonio pubblico, controllo e riduzione permanente della spesa, sua riqualificazione a fini produttivi, accento su istruzione, cultura, ricerca scientifica, difesa dell’ambiente, giustizia rapida ed equa, lotta alla corruzione e alla criminalità, nuova strategia energetica, riordinamento del territorio, federalismo responsabile, Europa più integrata e solidale. Chi potrebbe onestamente non essere d’accordo? Il pregio dell’Agenda Monti non sta dunque nel suo carattere inedito, ma innanzitutto nel fatto di esistere, nero sul bianco, nel deserto di propositi e idee in cui si dibatte da tempo la politica italiana, e di  proporre una via d’uscita non populista, non peregrina, non miracolistica, ma seria e fondata su qualità sempre più rara da noi: verità e buon senso. Col pregio aggiuntivo, niente affatto trascurabile, che le cose che prospetta il Professore non si limita ad enunciarle come libro dei sogni o promessa elettorale, ma ha cominciato a realizzarle una per una durante il suo governo, tra mille difficoltà di varia origine e senza averle potute completare, ma mettendo i primi mattoni dell’edificio.

Abbiamo indicato i pregi, vediamo ora il difetto dell’Agenda, non dal punto di vista concettuale (non ne ha) ma da quello politico e pratico: perché un programma di governo deve essere, non solo sensato e realizzabile, ma comprensibile a tutti. Sotto questo aspetto, il documento di Monti risente del fatto di essere una compilazione abbastanza lunga di punti intesi a coprire un terreno completo di questioni e di aspettative. Ma in questo modo – è una mia impressione personale – il messaggio perde un po’, se non di chiarezza e di autorità (anzi!), almeno di  incisività. Fermo restando che i temi contenuti in più di quindici cartelle devono restare la base di qualsiasi programma da presentare agli elettori, se un modestissimo consiglio mi sento di dare al Senatore Monti e a tutto il Centro è che mettano da parte il linguaggio didattico e le preoccupazioni esplicative e ne estraggano un programma sintetico e percutente, fatto di pochi punti essenziali (dieci, non di più) che siano i più importanti e suggestivi: riduzione e riqualificazione della spesa pubblica, appunto, riforma dei costi della politica, riduzione del debito, più istruzione, ricerca, infrastrutture, lotta alla corruzione e alla criminalità, ambiente, giustizia rapida ed equa, crescita economica, lavoro,. Siamo convinti che quest’operazione riuscirebbe ad attrarre interesse e simpatie in misura anche superiore a quella che si sta profilando.

Monti è uomo di grande onestà intellettuale ed è per formazione un professore abituato non solo a dire le cose ma a spiegarle, e probabilmente i facili slogan gli danno fastidio. Ma se vuole entrare (anzi “salire”) in politica, deve piegarsi ad accettare almeno in parte le sue regole. Scartandone, s’intende, le peggiori (e con loro vizi ed abitudini nefaste della politica politicante) ma applicando quelle che aiutano onestamente a vincere. Perché il primo obbligo, quando si ha buon programma e la capacità personale di portarlo avanti, è vincere le elezioni; altrimenti si resta nel terreno sconfinato delle intenzioni testimoniali e delle occasioni perdute. E chi sa mai se, e quando,  un’occasione del genere si ripresenterà al nostro disilluso Paese.

© Rivoluzione Liberale

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1 COMMENTO

  1. PS – Nuova grande trovata del Cavaliere: promette di promuovere, se vincitore, una commissione parlamentare d’inchiesta sulla “congiura di Monti” (ma non era una congiura tedesca?) per farlo fuori nell’autunno del 2011. Così si vedrà chiaramente chi ha rischiato di distruggere l’Italia. Una domanda al capocomico di Arcore: ma le dimissioni, a suo tempo, non le ha date perché aveva perso la maggioranza alla Camera? Che c’entrano le congiure? Come funesto personaggio è davvero imbattibile.

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