La crisi che stiamo vivendo, oramai da troppo tempo, è prima di tutto una crisi etica, una crisi valoriale e di principi condivisi. Principi che un tempo fondavano la razionalità dell’uomo e che lo portarono a fondare una “società aperta”. Anche sottoposto a sollecitazioni di morte infinta, dai totalitarismi e dagli orrori del passato, lo spirito europeo è rimasto coeso e non ci ha mai abbandonato del tutto. Agostino d’Ippona, che la filosofa spagnola Maria Zambrano considera un fondatore dell’idea stessa di Europa, ha avuto il merito, fra i tanti altri, di porre l’attenzione sull’interiorità dell’uomo: “Ritorna in te stesso; all’interno dell’uomo abita la verità”. “L’uomo europeo è nato con queste parole, l’anima del mondo antico si trasforma in quello nuovo”. La filosofia antica non era più sufficiente, la ragione da sola lasciava comunque l’uomo nella sua solitudine.

Con la scoperta della sua interiorità l’uomo ha riconosciuto sé stesso e ha potuto considerare sé stesso come persona, capace di interiorità e di progettualità.  Agostino considera l’interiorità come una fonte inesauribile capace di progettare e realizzare la “città ideale”. Ma quella città non è certo immune dal fallimento:  l’uomo invaghito di sé stesso e resosi onnipotente a causa del dolore di quel fallimento, e non solo, non impara più dalla storia e non ritorna più in sé stesso. Credendo di progettare inciampa di continuo negli stessi semi di crisi prodotti dalla sua hybris, tracotante e distruttiva e senza giustizia.

La scorciatoia del breve periodo, contrapposto alla “capacità di progettare dell’uomo europeo” non solo rende la crisi più profonda e diffusa, ma sottrae all’uomo, alle Persone, la capacità di percezione che gli individui hanno del proprio universo e del posto che vi occupano, che secondo Karl Popper, è stata la molla di ogni progresso. Un progresso etico morale, un  “progresso verso la realizzazione di una società umana e civile, verso uno Stato di diritto giusto” ed inclusivo e verso una unione di tutti gli “Stati di diritto al fine di mantenere la pace” come scriveva lo storico inglese H. A. L. Fisher. Questo è il compito, la creazione di uno stato giusto e libero. Compito morale che, secondo Kant, è il compito cui sono obbligati tutti gli uomini di buona volontà, il fine che noi dobbiamo alla storia. La crisi economico finanziaria è una nuova forma di mancanza di pace, una guerra che produce macerie invisibili ma diffuse, e che ci costringe a soffermarci sul fallimento dello stato giusto e della società aperta. Il “compito morale” non può essere di breve periodo, non può essere subordinato a umori e vagheggiamenti di uomini inconsapevoli. Non c’è posto per la stanchezza della volontà o per la sfiducia, e non c’è posto per la mancanza di tensione nel vivere che esiste fra “la città di Dio e la città degli uomini”.

È necessario eliminare la “stanchezza della lucidità e dell’amore per l’impossibile” accettando, nella condivisione di valori e di principi di una governance giusta, la condizione del fallimento che rendendoci veramente persone ci ridona il gusto della giustizia e dell’incontro arricchente della relazione. Solo così il fallimento potrà ridiventare la motivazione al progresso e tensione verso la verità, rispondendo così alla esigenze del cuore e della ragione umana protese verso il bello e il benessere, prodotto della sinfonie di culture del vecchio continente. Solo in una sintesi interculturale e dialogante, la ragione, con un’identità storica e morale, può trovare fondamento e sostanza valoriale per aprire le porte al futuro, ad un umanesimo liberale, che diventa il nuovo scopo dell’uomo ritornato in sé stesso. Il dovere della responsabilità è direttamente proporzionale all’autocoscienza umana, che per Karl Popper è la cosa più straordinaria dell’universo. Diventano vane anche le leggi e i regolamenti per cercare di arginare il dilagare della crisi se non si rimette al centro la responsabilità dell’uomo e i suoi doveri.

La stessa Costituzione europea, che doveva fondare nella lettera l’unione di popoli e culture diverse, non ha saputo rintracciare e far proprio lo spirito comune che avrebbe potuto governare il continente europeo.  La fiducia nella razionalità dell’uomo ha contribuito a fondare la società come società aperta, una società capace di rendere libere le energie personali e le facoltà progettuali della Persona. Su queste semplici basi poggia la società libera e consapevole.

Molti oggi vogliono farsi liberali, e affermano la loro appartenenza al mondo liberale. Essere liberali e non riconoscere ciò che di meraviglioso è insito nella considerazione che l’uomo ha di guardare a sé stesso nel suo ritorno interiore è osteggiare il vero liberalismo e contrabbandare uno strisciante statalismo con un liberismo di facciata. I veri liberali amano il principio della competizione che porta alla scoperta del nuovo nel rispetto dell’identità, come F. Von Hayek considerava. Le scienze si formano e avanzano grazie alla competizione tra idee e progetti; lo spirito democratico è frutto di una vivace e non nichilistica competizione tra proposte e progetti politici; l’economia è libera se è competizione di beni e servizi.

Ma cosa è sul serio la competizione per un liberale, animato spirito di servizio e da amore per le persone e per le istituzioni? La competizione come via per la crescita e il benessere significa prima di tutto rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. La nostra Costituzione lo sancisce all’articolo Tre: lo Stato deve farsi prima di tutto carico dell’eliminazione di tutti gli ostacoli che possano frapporsi fra le Persone e la loro naturale capacità di determinarsi e di realizzare la propria vocazione. Quindi, uno Stato è liberale ma anche solidale se organizza l’azione di governo per rendere possibile lo sviluppo integrale della persona. Continua Karl Popper: “Per ‘liberale’ non intendo una persona che simpatizzi per qualche partito politico, ma semplicemente un uomo che dà importanza alla libertà individuale ed è consapevole dei pericoli inerenti a tutte le forme di potere e di autorità”. L‘homo liberalis è per Popper una persona consapevole della propria e dell’altrui fallibilità, e della propria e dell’altrui ignoranza. L’homo liberalis, sapendo che “il potere corrompe e il potere assoluto corrompe assolutamente”, si pone la domanda di come controllare chi comanda.

L’economia di mercato, liberale e solidale, non solo genera il massimo benessere, ma sostanzia in sé lo stato di diritto. Il liberale rifiuta l’idea di entità sovraordinate ma considera l’esistenza degli “individui” che costruiscono la società aperta ponendo attenzione all’idea di società perfetta.  Ed infatti Benedetto Croce non aveva in mente un’idea di perfezione quando scrisse “Perché non possiamo non dirci cristiani”: «Il cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuta: così grande, così comprensiva e profonda, così feconda di conseguenze, così inaspettata e irresistibile nel suo attuarsi, che non maraviglia che sia apparso o possa ancora apparire un miracolo, una rivelazione dall’alto, un intervento di Dio nelle cose umane, che da lui hanno ricevuto legge e indirizzo affatto nuovo».  Aveva in mente solo la grandezza del riconoscimento storico di un uomo capace di ricercare a cominciare da sé stesso, dandosi la possibilità di riconoscersi. Nel rispetto della visione laica del grande filosofo napoletano, non possiamo anche oggi non riconoscere, che l’uomo ha davanti a sé un mistero che resta tale anche senza indugiare nella ricerca del soprannaturale, che per un laico non può atteggiarsi a processo di ricerca.  Ecco che la predilezione di Croce per il cristianesimo come “lievito dei valori della civiltà europea” significa prima di ogni cosa la capacità di risorgere, di sconfiggere la crisi. La decadenza e le aggressioni “fonti di nuovo vigore”, per meglio determinare ed ispirare gli uomini e le donne, che libere nel pensiero e forti dei propri doveri, non potranno non ricominciare a lavorare insieme per rinnovare la società e la politica del nostro Paese.

Walter Lippman verso la fine degli anni  Venti scrisse: “Lo scisma morale del mondo moderno, che cosi tragicamente divide gli uomini illuminati, dev’essere attribuito al collasso della scienza liberale”. Ritroviamo l’illuminazione per ricomporre e proseguire il cammino di libertà che solo può darci la forza di sconfiggere la crisi. Senza inerzia mentale e morale, senza frapporre ostacoli, già di per sé diffusi, che ostacolano all’uomo di diventare veramente tale, cioè Persona.

© Rivoluzione Liberale

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1 COMMENTO

  1. Trovo questa recensione molto interessante sebbene io creda che le sole virtù dell’uomo liberale, alla luce degli eventi moderni, risulti insufficiente a farci uscire dalla crisi attuale con coraggio ed idee chiare. Invito altri liberali come me a fare una riflessione sul testo di Marcello Pera ” Perchè dobbiamo dirci cristiani “, Mondadori editore, in cui molto chiaramente si dà una lettura della debolezza attuale del pensiero liberale. Poi possiamo confrontarci via e-mail.
    Buona lettura.

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