Con la sua Agenda per l’Italia, Mario Monti ha cercato di spostare il dibattito politico dalle pulcinellate di vario conio ai temi che veramente contano, offrendo un programma ampio, articolato e solido, atto a far ripartire l’Italia. Un programma, tra l’altro, niente affatto conservatore (come sostiene a sproposito l’incredibile signora Camusso), giacché conservazione vuol dire rassegnarsi a vivere o a vivacchiare sulle forme e regole del passato, ma autenticamente avvenirista e riformatore e dunque, in un Paese in cui le riforme sono sempre state difficilissime da fare, di fatto rivoluzionario: una rivoluzione liberale come quella che ispirò Gobetti e dà titolo e orientamento a questo giornale e a tutta l’azione del rinato PLI. Di fronte a questa novità per la politica italiana, più abituata alle risse da pollaio che ai dibattiti seri e di fondo, ci si sarebbe aspettato che i Partiti raccogliessero la sfida e si impegnassero in una discussione, anche critica, ma di sostanza, sui temi proposti dal Professore.

Destra e sinistra, invece, non hanno finora speso una parola sui contenuti del messaggio di Monti, concentrandosi invece (in convergente e commovente sintonia) nell’attaccarlo, mettendo finanche in causa la correttezza istituzionale della  sua “salita” in politica. Su questo ha già peraltro fatto giustizia il Capo dello Stato in persona, nel suo messaggio di fine d’anno, con parole di un equilibrio pari all’autorevolezza, ricordando che il senatore Monti “poteva” fare quello che ha deciso di fare e rifacendosi ai precedenti analoghi nella nostra storia repubblicana. Con questo, Giorgio Napolitano ha evidentemente voluto mettere a tacere le sciocchezze circolate in proposito e dare al Professore una patenta di correttezza istituzionale. Ciò non varrà certo a far star zitto Berlusconi, ma ed è sperare che le varie Camusso smettano di gracidare.

E tuttavia, non illudiamoci, non speriamo in un po’ di decenza o di buon senso. Destra e sinistra continueranno a bersagliare Monti e la stampa e la TV a farsene compiacente eco, perché è molto più facile e comodo crearsi un nemico da abbattere – e riferire sulle risse da pollaio – che dire con chiarezza e credibilità come si intendono affrontare le emergenze del Paese, coniugando rigore finanziario e crescita economica e occupazionale, sviluppo ed equità, Italia ed Europa. Assisteremo ad altre pulcinellate del Cavaliere, che ha già raggiunto il limite delle panzane minacciando con truculenza una  commissione parlamentare d’inchiesta su  supposte congiure montiane per far fuori il legittimo Governo nazionale nell’autunno del 2011 (una congiura, si suppone, che avrebbe coinvolto il Capo dello Stato, la Merkel, Sarkozy, Obama,la Commissione Europea, il FMI e i perfidi mercati, per non parlare del Vaticano). E non a caso usiamo la parola “panzana”. Un autorevole osservatorio d’opinione (non di parte), ha compilato una classifica – appunto – delle “panzane” dette dai politici nel 2012 e ha messo Berlusconi in testa, come campione assoluto italiano e mondiale. Di queste panzane (o frottole, o balle) basta un campionario, del genere: lo “spread” è un’invenzione, lo “spread” non conta, il debito dell’Italia non è grave, l’economia italiana è solida come quella tedesca, è la seconda d’Europa e così via. 

Tutto questo, che appartiene alla più trita “politica politicante”, va però visto alla luce del vecchio proverbio: “la lingua batte dove il dente duole”. Se la parola d’ordine di un ampio spettro della politica italiana è sparare su Monti, vuol dire che Monti fa paura o, come minimo, scomoda. Scomoda perché ha tentato di richiamare tutti all’obbligo della chiarezza, della precisione e della verità; scomoda perché offre una sponda a chi è stanco della politica urlata e corrotta di questi ultimi venti anni; scomoda, soprattutto, perché spariglia le carte e mette in rischio quella rigida contrapposizione destra-sinistra che in fondo va bene tanto a Bersani quanto a Berlusconi.

Lo strano è che autorevoli commentatori – come Panebianco sul Corriere – danno a Monti la colpa di aver reso un servizio a Berlusconi, offrendo a Bersani un secondo bersaglio che lo distoglierà dal concentrare tutte le sue forze contro di lui, ragionamento di cui invito ad ammirare l’insondabile profondità.  La verità è che Monti rischia nei fatti di rompere o incrinare quel becero bipolarismo che ha caratterizzato venti anni di regresso economico e decadenza morale della nostra Repubblica, ma trova ancora pervicaci assertori. Come se le prove di tutti questi anni, con destra o sinistra, Berlusconi o Prodi, non fossero concordi nel condannare una formula che ha portato solo guasti all’Italia. E come se non fosse generale ed evidente il bisogno di avanzare verso una politica diversa, meno ideologica, più onesta, più concreta, intesa al bene comune e non di una sola parte, e quindi basata su un consenso sociale ampio e trasversale e in mano a gente veramente competente, seria, e dotata di prestigio in Europa e nel mondo.

Ma tant’è: i fatti e l’esperienza non contano. Per i talebani orfanelli del bipolarismo vale solo la pura, indimostrata fede.

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