Un programma ampio per “cambiare l’Italia” e “riformare l’Europa”. È questo il progetto sul quale Mario Monti ha costruitola sua Agenda, che vuole essere una “riflessione aperta” al contributo di tutti i cittadini. Cittadini molto spesso “arrabbiati” con la vecchia politica partitocratica e che vorrebbero “potersi avvicinare ad una politica diversa”. Come affermava Benedetto Croce – citato anche dal Capo dello Stato nel suo tradizionale discorso di fine anno per spiegare l’importanza della politica – “nessun proposito, per nobile che sia, giunge alla sua pratica attuazione” senza una politica sana e forte. “Il rifiuto o il disprezzo della politica – aggiunge Napolitano – non porta da nessuna parte, è pura negatività e sterilità. La politica non deve però ridursi a conflitto cieco e mera contesa per il potere, senza rispetto per il bene comune e senza qualità morale”.

Una politica più sana e più forte è anche uno dei punti programmatici fondanti dell’Agenda-Monti, sottotitolata “un’agenda per impegno comune”. La politica appartiene ai cittadini ed esige “meno casta” e “meno costi”. In particolare “i cittadini devono essere meno comprensivi verso la cattiva politica e i comportamenti non virtuosi di coloro che hanno responsabilità politiche, a tutti i livelli”. La politica è “un servizio reso ai cittadini in modo disinteressato, in nome di un interesse generale”.

Per far fronte al cambiamento occorre inoltre essere cittadini d’Europa oltre che cittadini italiani: la sovranità europea non schiaccia la sovranità nazionale mala rafforza. L’Italia è chiamata “a battersi per un’Europa più comunitaria e meno intergovernativa, più unita e non a più velocità, più democratica e meno distante dai cittadini”. All’interno dell’orchestra europea il Bel Paese non può però essere un passivo esecutore. L’Italia è tra i paesi fondatori dell’Europa unita e, come ha ricordato anche Napolitano, “ha titoli e responsabilità per essere protagonista di un futuro di integrazione e democrazia federale, condizione per contare ancora nel mondo”.

Un’Europa che sia più “integrata e solidale”, in cui prevalga la “democrazia federale” e una costruttiva “disposizione pratica liberale” che, come afferma Benedetto Croce in “Etica e politica” (1931), è una disposizione “di fiducia e favore verso la varietà delle tendenze, alle quali si vuole piuttosto offrire un campo aperto perché gareggino e si provino  tra loro e cooperino in concorde discordia, che non porre limiti e freni, e sottoporle a restringimenti e compressioni”.

L’Agenda-Monti sottolinea che nei prossimi anni “la scelta a favore o contro l’Europa e su quale Europa diventerà una linea di frattura fondamentale tra gli Stati e le forze politiche” e in questa prospettiva “l’Italia, paese fondatore, deve essere protagonista attivo e autorevole di questa fase di rifondazione dell’Europa”.

L’impegno comune deve essere “il rifiuto del populismo e dell’intolleranza, il superamento dei pregiudizi nazionalistici, la lotta contro la xenofobia, l’antisemitismo e le discriminazioni”, in pratica “il denominatore comune delle forze europeiste”. Al centro dell’Agenda-Monti c’è infatti la costruzione di un’Europa forte, comunitaria ma rispettosa delle singole identità nazionali; all’interno dell’Unione i singoli Stati acquistano un vigore nuovo e camminano tutti nella stessa direzione: “la costruzione di un’autentica Unione economica e monetaria basata su una più intensa integrazione fiscale, bancaria, economica e politico istituzionale”.

Al bando dunque nazionalismi risorgenti, politiche e campagne elettorali populistiche e antieuropee, la credibilità non risiede in questi comportamenti anacronistici e, tantomeno, in una “Società delle Nazioni” deleteria, “infeconda e improduttiva”, come rilevava il presidente liberale Luigi Einaudi, profeta degli Stati Uniti d’Europa. “Perché la Società delle Nazioni è infeconda e improduttiva? – si chiedeva Einaudi a ridosso della Seconda guerra mondiale – Perché essa è fondata sul principio dello Stato ‘sovrano’. Questo è oggi il nemico numero uno della civiltà, il fomentatore pericoloso dei nazionalismi e delle conquiste. Il concetto dello Stato sovrano, dello Stato che, entro i suoi limiti territoriali, può fare leggi, senza badare a quel che accade fuori di quei limiti, è oggi anacronistico ed è falso. Quel concetto è un idolo della mente giuridica formale e non corrisponde ad alcuna realtà”.

“Il prossimo Parlamento europeo dovrà avere un mandato costituzionale”, si legge sull’Agenda-Monti, un ammonimento politico-istituzionale che fa luce sull’esigenza di consolidare la sovranità europea rafforzando lo spirito federale dell’Unione. “Noi federalisti – affermava Einaudi – non difendiamo una tesi la quale sia a vantaggio di alcun paese egemonico. […] Vogliamo porre il problema nei suoi nudi termini essenziali, affinché l’opinione pubblica conosca esattamente quali condizioni debbano essere necessariamente osservate affinché l’idea federale possa contribuire, invece di porre ostacoli, al mantenimento della pace. Se si vuole tra venticinque anni una nuova guerra la quale segni la fine d’Europa si scelga la via della società delle nazioni, se si vuole tentare seriamente di allontanare da noi lo spettro della distruzione totale si vada verso l’idea federale. La via sarà tribolata e irta di spine; né la mèta potrà essere raggiunta d’un tratto. Quel che importa è che la mèta finale sia veduta chiaramente e si intenda strenuamente raggiungerla”.

Sia sul piano nazionale che sul piano europeo è di fondamentale importanza “ripensare gli equilibri tra centro e periferia”, applicando “un federalismo responsabile e solidale che non scada nel particolarismo e nel folclore”, si legge sull’Agenda-Monti.

Un’Europa “integrata e solidale” sia sul piano economico-fiscale sia sul piano politico istituzionale. Un’Unione Europea “capace di perseguire in modo efficace, e secondo linee democraticamente decise e controllate”, la crescita economica e lo sviluppo socio-politico del continente. Un’Europa liberale e democratica, trasparente, concorrenziale e meritocratica.

In un’ottica propriamente liberale l’Agenda-Monti afferma chiaramente che “mettere al centro della politica economica la concorrenza significa lavorare per un’economia più efficiente e innovativa, migliorando la qualità di vita e le possibilità di scelta dei cittadini-consumatori”.

In definitiva, sono molti gli obiettivi liberali che l’Agenda-Monti si prefigge e la sintesi prodotta è la seguente: “Più mobilità sociale, più spazio al merito significa una società più dinamica, più innovativa e con meno diseguaglianze sociali. Una società aperta significa che tutte le posizioni sono contendibili e non acquisite per sempre. Vuol dire aprire spazi a chi ha più voglia di fare o a chi ha idee nuove, senza corsie preferenziali o rendite di posizione, senza privilegi”.

È questo il progressismo liberaledi MarioMonti, un nuovo modo di ‘ascendere’ in politica ‘rompendo gli schemi’ preesistenti. Una disposizione liberale che si fonda su “un movimento civico, popolare, responsabile”: il Professore auspica il superamento dei vecchi schemi della politica novecentesca, “dando vita a una nuova formazione politica che metta in primo piano le profonde trasformazioni di cui ha bisogno l’Italia”.

Un’operazione radicale di cambiamento condivisa anche dal presidente della Repubblica nel discorso di fine anno: “L’afflusso attraverso tutti i canali, preesistenti e nuovi, di energie finora non rivoltesi all’impegno politico può risultare vitale per rinnovare e arricchire la nostra democrazia, dare prestigio e incisività alla rappresentanza parlamentare”.

In definitiva la missione nazionale si intreccia perfettamente con la missione europea e l’Agenda-Monti, un vero e proprio memorandum per l’anno nuovo, scandisce perfettamente i doveri che il Bel Paese ha nei confronti dell’Unione – ossia ciò che l’Europa chiede ancora all’Italia a proposito di riforme e correzione dei propri difetti strutturali – e i diritti che l’Italia deve manifestare in sede europea dove non serve “battere i pugni sul tavolo” ma occorre dimostrare “credibilità”.

L’idea di un’Italia in sintonia con l’Europa non corrisponde semplicemente ad una politica fiscale integrata, finalizzata in primo luogo a ridurre gli ‘sprechi’, ma vuol dire soprattutto valorizzare una nuova e produttiva idea di equità in sintonia sia con l’eguaglianza che con la libertà.

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