Mentre in Italia si può trovare, nella rubrica dedicata ai lettori da un quotidiano autorevole come La Repubblica, una lettera che lamenta come l’uso del determinativo “la”, in riferimento alla Senatrice Montalcini di recente scomparsa, sia tuttora discriminatorio del genere femminile (la Montalcini, ma non il Napolitano, argomenta la lettrice), in Inghilterra si cerca di raggiungere più a fondo il cuore del problema, scavando nella sostanzialità della discriminazione e non nelle pieghe vetero dialettali della nostra linguistica.

Hanno fatto recentemente scalpore, oltremanica, le dichiarazioni di Hilary French, presidente della Girls’ Schools Association e lei stessa preside di una scuola femminile: stando a quanto riportato dalla signora French, vi sono ancora scuole, nel Regno Unito, in cui si insegna alle ragazze che crescere i figli può essere un valore da anteporre alla carriera.

Ma perbacco, vien da chiedersi, ma se lei stessa è preside, di che cosa diavolo si stupisce, la signora French? Avrà ben sotto gli occhi i suoi stessi insegnanti! Eppure la cosa va ben oltre questo legittimo e polemico commento: rimane un argomento interessante per almeno due motivi.

In primo luogo, risulta stimolante notare come in Gran Bretagna lo sdegno nasca nel momento in cui il valore dell’emancipazione femminile viene messo in discussione e non, come spesso accade in Italia, quando rispetto al medesimo valore si cerca di sensibilizzare l’opinione pubblica.

Ma questa considerazione, lungi dal portarci a credere che in Inghilterra regni una realtà idillica di progressismo ideale, ci traghetta piuttosto ad un approfondimento sul ruolo del Femminismo, storico e non, e sui modelli di comportamento che ci sono offerti quotidianamente.

E’ vero infatti che, a fianco della consapevolezza del diritto della donna alla sua realizzazione, sia essa professionale, familiare etc., coesiste nel Regno Unito un modello di donna per molti versi tradizionale ed in linea con quanto ereditato dalle nostre nonne. C’è da chiedersi allora se non sia proprio nella coniugazione delle due facce della medaglia che stia un certo successo del modello inglese: primo e più interessante esempio, probabilmente, è Sua Maestà la Regina.

Donna in carriera praticamente sin dalla nascita, giacché un membro di Casa Reale nasce già con degli impegni “professionali”, la Regina ha dovuto, anche in ragione del suo ruolo di capo secolare della Chiesa Anglicana, dare il buon esempio della madre di famiglia che accudisce i figli (poco importa se poi, nella realtà, la sovrana l’abbia fatto davvero o meno). Elisabetta II ha dovuto, sin da subito, incarnare per i suoi sudditi un esempio sia di madre che di donna e si può dire che l’esperimento le sia riuscito bene, stando ai sondaggi di gradimento personale che la riguardano.

Proprio come da noi il Femminismo rimane dottrina urlata e di opposizione, con le sue apologete che troppo spesso parlano dell’emancipazione della donna come di qualcosa di antitetico al ruolo che la stessa può avere in seno alla famiglia, in Inghilterra sembra prevalere – come spesso accade a queste latitudini, – un approccio più tranquillo, meno tranchant e più desideroso di comporre le istanze, entrambe legittime, affinché esse non divengano concorrenti.

Ecco che allora lo sdegno della signora French, ben più motivato di quello che scaturisce dall’uso di un articolo determinativo, si connette piuttosto al timore che non vi sia, per le giovani donne, la possibilità, in presenza di figli, di poter scegliere di dedicarsi al lavoro ma anche, qualora lo si voglia, ai figli stessi o ad entrambe le cose insieme.

In questo modo, sviscerando a dovere la questione, si arriva al vero nocciolo delle responsabilità: la Società e lo Stato spesso non fanno abbastanza, in termini di servizi ed agevolazioni, affinché una donna possa decidere di essere donna e non mamma o, ancora più semplicemente, donna e mamma. E questo, in Inghilterra, appare come una mancanza inaccettabile.

© Rivoluzione Liberale

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