Nelle sue primissime apparizioni elettorali Mario Monti enuncia le cose che restano da fare per risanare il Paese traghettandolo verso migliori standard di modernità liberale. Afferma che la spesa pubblica si può ancora tagliare e in sostanza ribadisce ciò che è già stato scritto sulla sua Agenda: “Spending review non vuol dire solo ‘meno spesa’, ma ‘migliore spesa’. Vuol dire eliminare ciò che non è efficace o non ha ragioni di essere mantenuto e creare spazi per la spesa che produce crescita”.

Due dei principali obiettivi elettorali, e si spera anche postelettorali, del novello candidato premier sono “ridurre la tassazione che grava sul lavoro, sulle famiglie e sulle imprese e parallelamente ridurre la spesa”. Inoltre il Professore afferma che “c’è bisogno di un sistema sanitario che funzioni meglio e di un sistema fiscale che consenta la redistribuzione del reddito dai più ricchi ai più poveri”. Un programma liberale riformista che si ispira ad una sana giustizia distributiva in grado di riportare il Paese in equilibrio.

La ripresa dell’Italia passa in pratica attraverso una drastica riduzione del debito pubblico, una salda presenza in Europa e una politica più vicina ai cittadini. “Serve riconciliare la politica con i cittadini per far sì che i cittadini si riconcilino con la politica– si legge sull’Agenda-Monti – mettendo in campo regole chiare e rigorose per l’attività di partiti e istituzioni, imponendo standard di totale trasparenza e di integrità”. Fedele al motto “meno casta e meno costi”, il Professore promette inoltre la riduzione del numero dei parlamentari; la semplificazione del processo legislativo e una drastica semplificazione normativa e amministrativa in materia di lavoro.

La necessità di rimanere agganciati all’Ue, la ricerca dell’equilibrio tra Stato e privati, il pareggio dei conti e l’abbattimento dei privilegi sono i punti fondanti del programma montiano. “La crescita si può costruire solo su finanze pubbliche sane”, narra l’Agenda (elettorale) del Professore, “per questo il Paese dovrà continuare l’impegno per il risanamento dei conti pubblici in coerenza con gli obblighi europei in materia di disciplina delle finanze pubbliche”.

“Più mobilità sociale” e “più spazio al merito” sono invece le leve per realizzare una società più equa e più giusta in cui venga riconosciuto l’effettivo valore dell’einaudiana eguaglianza dei punti di partenza. In pratica una società che sia più aperta, “più dinamica, più innovativa e con meno diseguaglianze sociali”. “Una società aperta – si legge sull’Agenda – significa che tutte le posizioni sono contendibili e non acquisite per sempre. Vuol dire aprire spazi a chi ha più voglia di fare o a chi ha idee nuove, senza corsie preferenziali o rendite di posizione, senza privilegi”.

Come afferma anche John Rawls, in una società che si fonda sull’uguaglianza delle opportunità, le diseguaglianze di reddito sono giuste in quanto legate alla bravura di ogni singolo individuo ma non sono altrettanto giuste le diseguaglianze immeritate: nascere ricchi o poveri non è un merito; nascere diversamente abili non è un merito. Rawls ritiene quindi che una ‘giustizia distributiva’ equa deve tener conto delle diseguaglianze immeritate e creare un sistema dove i meno avvantaggiati possano ottenere il massimo possibile, ciò che per il Professore vuol dire studiare “come creare un reddito di sostentamento minimo, condizionato alla partecipazione a misure di formazione e di inserimento professionale”; oppure come favorire “robuste politiche di conciliazione famiglia-lavoro” applicando, nel contempo, “una detassazione selettiva dei redditi di lavoro femminile per dare una spinta decisiva all’occupazione delle donne”. Le quote rose rappresentano una misura necessaria ma non sufficiente e la parità effettiva si raggiunge solo attraverso convincenti ed efficaci politiche per la non discriminazione.

È inoltre necessario “creare gli spazi per aumentare gli investimenti pubblici per la crescita e l’occupazione, invertendo il trend discendente di questi ultimi anni”; “aprire professioni e mercati ai giovani e ai nuovi entranti  e garantire l’accesso alla pubblica amministrazione basato su concorsi generali e imparziali. Occorre ridurre lo spazio per i condizionamenti della politica nelle carriere amministrative e professionali”. In pratica il merito e la produttività devono essere gli elementi di valutazione del lavoro di ogni cittadino, sia nel privato sia nel pubblico. Occorre salvaguardare “la spesa per investimenti produttivi per le infrastrutture, la ricerca e l’istruzione, motori della crescita”; favorire un uso più intelligente dei fondi europei; realizzare “una pubblica amministrazione più agile, più efficiente, più trasparente” e meno costosa; incoraggiare “la semplificazione del rapporto tra la pubblica amministrazione e i cittadini, e le imprese”. Sono questi tutti i buoni propositi del programma elettorale di Mario Monti, riforme già messe in Agenda o in cantiere dal governo del Professore ma che ora devono, necessariamente, essere messe a punto “così da allineare ai migliori standard europei i livelli di efficienza delle amministrazioni di ciascun settore e ridurre il carico burocratico gravante sulle imprese e i cittadini, anche nel pagamento dei tributi”.

Riforme, meno tasse, più occupazione e uno Stato sociale che funzioni. Potrebbe essere questa la sintesi progressista e liberale del Professore che oltre ad una più equa distribuzione delle risorse proclama anche una risalita dei consumi. Monti afferma di vedere la luce alla fine del tunnel “più vicina di prima” e “se in Ue le politiche sulla crescita partono, il tunnel potrà accorciarsi”.

“Oggi sono meno sopra le parti ma dalla parte del Paese”,  dichiara il Professore. “Voglio rompere gli schemi, voglio riforme che siano contro una forma arcaica di sindacalismo, contro lobby e corporazioni” che ingessano il Paese. Afferma inoltre di voler perseguire la realizzazione di “maggioranze larghe” per fare le riforme, “quelle per cui il sistema politico è rimasto indietro”. In pratica si tratta di un nuovo modo di intendere la politica e le istituzioni – ossia l’affermazione di una politica alta e nobile – un modo di pensare e di agire che in fondo proviene dall’esperienza europea; non a caso il dossier sul Mercato Unico che l’ex commissario europeo ha consegnato qualche anno fa al presidente della Commissione europea Barroso è stato conservato in sede comunitaria come traccia di riforme possibili, innovative e per certi versi rivoluzionarie dato il numero di interessi, anche corporativi, che toccherebbero.

Ancora oggi a chi gli domanda con insistenza che posto intende occupare in Europa, Monti risponde : “Sto per le riforme che rendano l’Italia più competitiva e creino più posti di lavoro”. In Europa, ammonisce il Professore, “credo di essere conosciuto per quello che ho fatto da commissario e in questi difficili tredici mesi da premier”. Si conferma un “progressista” liberale e ribadisce che la sfida è “tra chi vuol cambiare il Paese e chi è a protezione delle rendite e si oppone al cambiamento”.

In definitiva, come afferma Rawls, libertà ed eguaglianza non sono valori in conflitto e l’equità distributiva non vuol dire appiattimento delle menti e delle risorse ma significa mirare a rendere uguale il diseguale valore delle eguali libertà. “Costruire una società più giusta e moderna – si legge sull’Agenda-Monti – richiede di aggredire non solo il deficit fiscale, ma anche il deficit di opportunità che il Paese offre ai suoi giovani e alle persone meritevoli”. Il principio di efficienza deve necessariamente integrarsi con il principio di differenza che conduce ad un’interpretazione liberale e nel contempo democratica dell’eguaglianza, per cui la persona è il primo capitale da proteggere.

“Lo Stato sociale – si legge ancora sull’Agenda – è il cuore del modello sociale europeo e della sua sintesi tra efficienza ed equità, mercato e solidarietà. Realizzare obiettivi di redistribuzione e di lotta contro le diseguaglianze senza attenuare le energie per la crescita è la sfida politica centrale del nostro tempo”. Una società più equa e più giusta corrisponde ad un sistema di cooperazione stabile nel tempo  – che persegue fini sociali e di equità impedendo però di finanziarli con una illimitata creazione di debito – plasmato da un principio base di reciprocità di cittadinanza.

Per pervenire ad una scelta unanime è però necessario mettere a tacere gli interessi e le preferenze personali, come sostiene anche Rawls. Fatti contingenti e particolari devono essere necessariamente neutralizzati per raggiungere un mutuo accordo su quanto è collettivamente giusto, e il mutuo accordo deve dipendere dalla pura razionalità delle parti coinvolte nella procedura di convergenza. “Io non ho passione politica. Ho scelto con la testa e non con il cuore”, ha affermato il Professore riferendosi alla sua “salita” in politica. La giustizia sociale richiede quindi la virtù dell’impersonalità che non deve essere confusa con l’imparzialità, dato che è del tutto normale che si dispieghi una dialettica tra le parti. “Le parti – afferma Rawls – giungono insieme alla loro scelta, in quanto persone razionali, libere e eguali, conoscendo soltanto quelle circostanze che fanno sorgere il bisogno di principi di giustizia”.

Infine equità e giustizia sono concetti simili ma non sono la stessa cosa. La giustizia, per dirla con Rawls, è semmai il risultato di una serie di scelte compiute in condizioni di equità. I “principi di giustizia”, infine, riguardano la struttura fondamentale della società e sono frutto di un accordo non tra individui che seguono imperativi ipotetici (se vuoi, devi) ma tra persone morali il cui ‘interesse comune’ e prevalente “non è l’entrare a far parte di una data società o l’adottare una data forma di governo, ma l’accettare certi principi morali”. Esclusivamente sulla base delle premesse comunemente accettate e condivise si potrà trovare l’ispirazione per fissare i “principi di giustizia” in grado di risollevare ‘le magnifiche sorti e progressive’ della politica e della società civile.

Enunciazioni, a ben vedere, nella tradizione che ci appartiene, quella Liberale. Ma riuscirà il Professore a realizzare in solitudine ciò che afferma nella sua Agenda, qualora tornasse a Palazzo Chigi?

© Rivoluzione Liberale

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1 COMMENTO

  1. se l’agenda monti è il programma politico di un progressista liberale contrario alle rendite in continuità col governo uscente, io sono Mandrake!
    Monti è un conservatore puro.
    in 13 mesi ZERO liberalizzazioni: Notai, farmaciti, tassisti, avvocati, banchieri, assicurazioni, … sono i veri tutelati a spese dei cittadini.
    Per non parlare delle marchette fatte a Vescovi, Banche, Segreterie Partitiche, Gerarchie mulitari, … che il governo Monti ha fatto e continuerà a fare lasciando intatte rendite, esenzioni, stipendi d’oro.
    Gli abbienti adorano il professorone!

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