L’accordo PDL-Lega fa venire alla mente un precedente di qualche secolo fa: il giovane Re di Francia, Luigi XIII, e la madre Maria de’ Medici, siglarono un accordo che sulla carta doveva mettere fine alla lunga e cruenta ostilità che li aveva opposti. Ma l’accordo era (volutamente) ambiguo e nessuna delle due parti aveva intenzione di rispettarne lo spirito, come si vide pochi giorni dopo, per cui l’accordo fu subito definito, ed è noto ancora tra gli storici, come il “marché des dupes”. In buon italiano, il “mercato degli  allocchi”.

Che PDL e Lega dovessero mettersi d’accordo era scontato (il resto era tattica prenegoziale): senza un’intesa sarebbero andati ambedue al suicidio. Con un’intesa possono sperare di salvare qualche mobile, almeno al Nord. Conviene a Maroni nella sua corsa alla presidenza della Regione Lombardia e conviene a Berlusconi per tentare di dimostrare un fronte unito del centro-destra e portare in Parlamento un gruppetto compatto di seguaci. Ma chi sono gli “allocchi”? Maroni sapeva che un aperto appoggio alla candidatura di Berlusconi a Palazzo Chigi gli avrebbe alienato una parte importante della base leghista, che si era chiaramente manifestata nella rete. Perciò ha insistito e ottenuto che il Cavaliere facesse in apparenza un passo indietro. L’allocco è dunque Berlusconi, che ha accettato il diktat (piuttosto  umiliante) dell’alleato? Non è affatto sicuro, come dimostra l’interpretazione che le due parti hanno dato all’accordo. La Lega dichiara che il Cavaliere non sarà Primo Ministro e continua a fare  il nome di Tremonti, ma il PDL sostiene che la questione di Palazzo Chigi non è stata risolta, anche se il Cavaliere dichiara di essere eventualmente disposto a fare il Ministro dell’Economia in un governo Alfano, e comunque si riserva il ruolo di “capo della coalizione”. Allora il trucco comincia a farsi chiaro. Berlusconi sa che la questione della leadership della coalizione è, ora e in futuro, più importante della premiership, perché con molta probabilità saranno altri a vincere le elezioni; ma sa anche che, se per avventura  dovesse vincerle lui, dimostrando di aver riconquistato l’appoggio della maggioranza degli italiani, sarebbe poi difficile vietargli il ritorno a Palazzo Chigi (bontà sua, ha chiarito di non aspirare al Quirinale).

Ma immaginiamo per un attimo che egli facesse davvero un passo indietro lasciando ad altri esponenti del PDL  la Presidenza del Consiglio. Ce la immaginiamo l’autonomia di un governo guidato dal povero Alfano, fin qui un servitore attento e zelante del padrone di Arcore, con quest’ultimo a capo del partito e della coalizione e per di più Ministro dell’Economia? Non è facile  immaginare che il buon Angelino sarebbe solo un esecutore di ordini e che il padrone lo terrebbe continuamente sotto scacco, con la minaccia di farlo cadere? Queste cose la vecchia DC le conosceva e le praticava alla perfezione, quando uno dei suoi leader (generalmente quello che si voleva abbattere) veniva inviato temporaneamente a Palazzo Chigi e il reale potere rimaneva nelle mani del Segretario del Partito, mentre il Presidente del Consiglio agiva da figurante, esposto però ai malumori della gente e destinato ad essere usato come valvola di sicurezza e capro espiatorio.

E allora l’allocco è Maroni, il quale dichiara di “fidarsi di Silvio” (se è vero, deve essere uno dei pochissimo italiani a fidarsi di lui)? Ma Maroni è un politico abbastanza navigato; il suo obiettivo è a breve termine, portarsi a casa la presidenza della Lombardia e per questo ha un bisogno vitale del Cavaliere e sa di non poter guardare troppo per il sottile. Per il momento, gli è riuscito di conciliare sulla carta l’intesa con Berlusconi con gli umori della base del suo partito. Il resto, deve essersi detto, si vedrà (Maroni è il più “filoberlusconiano” dei dirigenti leghisti e del resto la Lega, fino ad ora, di pelo sullo stomaco a favore del Cavaliere ne ha mostrato fin troppo, anche sui temi giudiziari e morali più spinosi, avendone  peraltro succose contropartite),

Insomma, l’accordo tra PDL e Lega guarda solo alla tornata elettorale, in cui ai due contraenti interessa soprattutto, a uno mantenere la guida del centro-destra e all’altro conquistare il Pirellone, e ad ambedue mantenere una presa sul Nord del Paese; mentre l’avvenire resta di fatto impregiudicato.

E dunque gli allocchi non sono i due contraenti, che nell’accordo sono entrati conoscendone bene la carica di ambiguità e di riserve mentali reciproche. Gli allocchi sono, in prima battuta, gli elettori della Lega, ai quali si tenta di vendere un sostanziale appoggio a Berlusconi facendolo passare per un”sacrificio” dell’ex-Premier, e in seconda battuta a tutti gli italiani, ai quali si tenta di dare l’illusione ottica di un passo indietro del Cavaliere, che invece resta più al centro della scena, più incombente che mai.

Un’ultima nota: la Lega pretendeva nei giorni scorsi l’impegno di una futura maggioranza di centro-destra a mantenere al Nord il 75% delle imposte percepite nella zona. Di questo è ovvio che ora non si dica pubblicamente nulla (dopotutto, il PDL ha bisogno anche dei voti del Centro e del Sud). Ma Maroni continua a ribadire la richiesta, mettendola al centro dei programmi della ipotizzata Macro-regione Nord (Lombardia-Piemonte-Veneto), ed è immaginabile che essa sarà uno dei piatti forti della campagna leghista. Insomma, ambiguità anche su un punto di enorme rilevanza per il Paese.

In conclusione, al Cavaliere parrebbe riuscito uno dei suoi trucchetti da prestigiatore. Solo in apparenza, però: in Lombardia si è accentuato lo sfaldamento del PDL, una parte del quale non è affatto disposto a consegnare all’alleato la più ricca regione d’Italia e si dispone ad appoggiare la lista Albertini, e nel resto d’Italia sembra francamente dubbio che gli italiani siano così ingenui, così “allocchi”, dal credere all’ennesima farsa dell’invecchiato e truccatissimo mestierante.

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