Da cinquantadue anni, una cattiva gestione e una instabilità cronica hanno rovinato il Centrafrica e ridotto a zero le speranze suscitate da Barhélemy Boganda (Presidente del Consiglio dal 1958 al 1959), padre fondatore della Repubblica. Questo rivoluzionario visionario aveva lanciato l’idea degli “Stati Uniti dell’Africa Latina”.

Il Gabon, per paura di perdere il controllo delle materie prime, fece tramontare questa visione Pan-africanista, che avrebbe voluto raggiungere l’unità degli Stati dell’ex Africa equatoriale francese. L’unione fa la forza, se questa fosse avvenuta avrebbe potuto generare un peso economico e politico troppo importante. In Africa occidentale, Kwamè Nkrumah (Primo Ministro del Ghana dal 1957 al 1960, poi Presidente dal 1960 al 1966) aveva gli stessi ideali di Boganda. Se i loro due progetti fossero riusciti a prendere vita, l’Africa non sarebbe al punto al quale è oggi. E’ andata meglio per i predatori stranieri, che in un continente frammentato, chiuso in frontiere insensate tracciate dai colonizzatori, diviso come una torta per la quale si sono litigati l’ultima fetta a colpi di cannone. Non verrà mai detto abbastanza:  la disgrazia dell’Africa nasce prima di tutto dal fatto che costituisce la riserva di materie prime delle quali l’Occidente ha bisogno per mantenere la sua folle corsa verso il “sempre di più”.La Repubblica Centrafricanain particolare, grazie alle sue riserve di uranio, ha contribuito alla messa a punto della prima bomba termonucleare della Francia. Senza dimenticare i diamanti e l’oro che fanno la felicità degli stranieri e la sfortuna dei centrafricani. In tutto questo tempo, il popolo è dovuto sopravvivere, spogliato di tutto, anche della dignità. Un vero paradosso in un Paese benedetto dagli dei. Situato sull’Equatore, è una terra dove cresce tutto. Annaffiato da numerosi fiumi e coperto da foreste lussureggianti, il Centrafrica è stato per secoli autosufficiente. L’ospedale centrale di Bangui era considerato moderno e performante. Oggi la durata media della vita non supera i 40 anni. Questo decadimento è opera di Governi che hanno confuso le casse dello Stato con il proprio conto.

Su cinque Presidenti in carica dall’Indipendenza, tre sono arrivati al potere con la forza. Da più di un decennio, la Repubblica centrafricana è preda di ripetute ribellioni. Lo scorso 10 Dicembre, in meno di una settimana, i ribelli del Seleka (coalizione) hanno conquistato, senza trovare grande resistenza, più della metà del territorio nazionale. Ricordiamo che il fu Presidente Ange-Félix Ptassé (1993-2003) aveva fatto ricorso ai miliziani del congolese Jean-Pierre Bemba per frenare l’avanzata dell’ex capo ribelle, François Bozizé, oggi Capo dello Stato centrafricano. L’ex capo congolese è oggi detenuto all’Aia dalla Corte Penale Internazionale, dove aspetta di essere processato. Quanto al Presidente Bozizé, ex ribelle partito lui stesso dal territorio del  Ciad, ha avuto anche lui un “padrino”, il Presidente Idriss Déby, che gioca al gendarme nella regione. Equivale a dire che in Centrafrica, la Storia è un eterno ricominciare. Oggi Bozizé gioca con il fuoco, finora è stato fortunato. Grazie alla pronta reazione delle truppe del Ciad prima, poi della FOMAC (Forza multilaterale d’Africa centrale) ed infine dell’Africa del Sud, ha momentaneamente salvala poltrona. Ormaiha capito quanto sia necessario negoziare con i ribelli, senza troppe pressioni, anche se molti segnali dimostrano quanto il Presidente sia determinato ad aggrapparsi al potere. Ha così attivato una certa gioventù che di dichiara “patriottica” e fatto appello ai seguaci della sua setta religiosa la Chiesa del cristianesimo celeste – Nuova Gerusalemme. Ha perfino “sacrificato” suo figlio Jean-Francis per lassismo, ritirandogli la carica di ministro delegato alla Difesa, così come il Capo di Stato Maggiore Guillaume Lapo.

Tutto questo ricorda il triste scenario ivoriano con Laurent Gbagbo, i suoi giovani patrioti e i suoi evangelisti. E’ stato un cocktail pericoloso, la cui esplosione ha dato i risultati che sappiamo: una guerra civile post-elettorale con migliaia di morti. François Bozizé non sembra aver paura di intraprendere questa strada imprigionato tra un ottuso nazionalismo e deliri mistico-religiosi. Armando giovani miliziani a Bangui, la capitale, con parola d’ordine di fermare gli “stranieri” (i presunti infiltrati nel gruppo Seleka per “loschi” interessi economici), attaccando l’Ambasciata di Francia per ricattarla politicamente, implicando i membri della sua setta in dibattiti politici, Bozizé applica lo stesso modus operandi di Gbagbo. Il rischio è che in seno alla società centrafricana venga distillato così il veleno della xenofobia le cui conseguenze sono sempre catastrofiche. Dice di essere pronto al dialogo, come credergli di fronte a tali pratiche megalomani? Di solito non si strumentalizza così tanto la popolazione, per poi lasciare il potere. Al contrario, è per restarci. Qualcuno dice che i suoi deliri di onnipotenza ricordano quelli di Bokassa, del quale Bozizé è stato tra l’altro zelante servitore. L’ultima sua trovata è stata quella di accusare i ribelli di estremismo religioso. Argomento che, come sappiamo, ultimamente, tra Boko Haram e Aqmi, ha reso molto sensibile l’intelligence americana. Sembrerebbe che questa  volta però loro non c’entrino.

I negoziati aperti a Libreville tra ribelli in posizione di forza (visto che gli insorti sono accampati da ormai quasi un mese a 75 chilometri dalla capitale e controllare 2/3 del territorio è un vantaggio notevole) e un Presidente che si sente investito dal potere Divino, si prospettano difficili. I rappresentanti di Seleka hanno chiesto che Bozizé venga perseguito dalla CPI per i crimini contro l’umanità perpetrati nel 2002, quando è arrivato al potere.  Nove Partiti dell’opposizione, anch’essi presenti alle discussioni, reclamano la destituzione di Bozizé, accusandolo di aver falsificato le elezioni del 2005 e 2011, portando il Paese allo sbando totale. Dato drammatico è che un numero sempre maggiore di bambini viene reclutato sia dai ribelli che dalle milizie governative, secondo l’UNICEF 2500 bambini erano stati già arruolati dai gruppi armati prima dell’inizio del conflitto in Dicembre, da allora si è perso il conto. In attesa di vedere quale risultato verrà fuori dal dialogo promesso dagli attori di questa crisi, tutto fa presagire che questa nuova emergenza centrafricana lasci tracce indelebili nella società: l’odio e le divisioni alimentate dall’irresponsabilità dei dirigenti al potere. Il Mali insegna che il dialogo e le minacce di intervento di eserciti stranieri non impressionano minimamente i ribelli. Intanto la crisi umanitaria sta raggiungendo lo zenith.

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