In una nota precedente, commentando l’accordo PDL-Lega, lo avevamo definito un “mercato degli allocchi”. Il ragionamento era il seguente: Lega e PDL erano obbligati ad accordarsi, pena il suicidio politico al Nord. Principale ostacolo era, però, il rigetto di una larga parte della base leghista alla candidatura a premier di Silvio Berlusconi. Maroni, che del Cavaliere ha bisogno per la sua corsa alla Regione Lombardia, doveva fingere di seguire l’opinione dei suoi e Berlusconi non poteva non tener conto dell’esigenza leghista, pur evitando di rinunciare davvero al glorioso ritorno in cui sogna. Occorreva, insomma, trovare un compromesso tra due posizioni che parevano difficilmente conciliabili e lo si é trovato nel più classico dei modi: con l’inghippo.

L’accordo è stato giustificato ai leghisti con un preteso passo indietro del Cavaliere, che peraltro appoggerà Maroni in Lombardia. Tutti contenti, quindi ma, in realtà, come si dice a Napoli, “cornuti e mazziati”, perché non è difficile capire che si è trattato di un trucchetto fin troppo scoperto. L’intesa non è infatti quella, rivenduta dalla Lega ai propri elettori, di escludere Berlusconi da Palazzo Chigi, ma di lasciare aperta la questione, ciascuna delle parti mantenendo le proprie posizioni fino al dopo elezioni (con Maroni che per la facciata sostiene Tremonti, che di possibilità non ne ha nessuna, e il PDL che si limita a dire: si vedrà). Gli uni e gli altri sanno in realtà benissimo che, o la questione non si porrà, perché le elezioni le vinceranno gli altri o, se per lontana avventura si ponesse – cioè se la coalizione ufficialmente guidata da Berlusconi vincesse – sarebbe innaturale e, di fatto, quasi impossibile, negare a quest’ultimo, se lo vorrà, il ritorno a Palazzo Chigi. E Maroni, che probabilmente si ritiene furbissimo, vi si allineerebbe in nome della necessità politica negoziando il suo assenso contro altre succose contropartite per il Nord e per la Lega (a carico, beninteso, del Paese e della sua unità, come è regolarmente accaduto dal 2001 in poi).

Quello che è avvenuto immediatamente dopo è venuto puntualmente a confermare questa facile analisi. Il nome di Berlusconi appare come Presidente nel simbolo del PDL e la scusa di Maroni secondo cui di tratterebbe di presidente del partito ma non del futuro governo è non si sa se più ridicola o vergognosa. Smentita, del resto, dallo stesso Alfano, quando dichiara che il Primo Ministro lo sceglierà il partito che nella coalizione di centro-destra avrà più voti: cioè, automaticamente, il PDL. E sarà in definitiva Berlusconi a decidere di tornare, anche se in questa fase fa capire con vereconda modestia, che potrebbe fare solo il Ministro dell’Economia (probabilmente di un’economia: la sua, nella quale è bravissimo). O magari, per convenienza, di mettere avanti il povero Alfano in un governo che resterebbe di fatto interamente nella sue mani.

Insomma: il gatto e la volpe si sono messi d’accordo ancora una volta per gabbare gli italiani, fingendo un passo indietro del Cavaliere che non c’è affatto stato, anzi! Ottenendo la consacrazione di capo della coalizione, il vecchio mestierante ha segnato un punto a suo vantaggio, decisivo sia in caso di vittoria che di sconfitta, per mantenere in quest’ultimo caso un certo controllo sulle compatte falangi che egli spera di portare comunque in Parlamento.

Ma del resto tutto il percorso del centro-destra è segnato da inghippi: inghippo la formazione di “Fratelli d’Italia” dell’ineffabile Larussa, inghippo la lista di Stefania Craxi, inghippi tutte le altre liste civetta – veri specchietti per le allodole – che, senza identificarsi col Cavaliere, sono però dirette ad appoggiarne il trionfale ritorno. O almeno a proteggerne gli interessi patrimoniali e personali ed evitargli per quanto possibile di pagare finalmente il debito con la Giustizia.

Peccato che, sul fronte della sinistra, gli inghippi non siano poi molto minori: Bersani promette serietà, rigore, Europa e tende la mano al centro; il suo alleato Vendola invia i ricchi all’inferno, minaccia patrimoniali e fa la corte a Ingroia, se non addirittura a Grillo. Chi mente, dei due? Probabilmente, e consapevolmente, entrambi.

L’inghippo, la menzogna, paiono insomma caratterizzare, tanto a destra quanto a sinistra, una campagna elettorale partita malissimo, e agli elettorali si nega persino il diritto più elementare, quello alla verità. Complice, dobbiamo ripeterlo, un sistema perverso di informazione che privilegia personalismi, farse, trucchi e risse da pollaio rispetto a un serio dibattito sui contenuti, a cui la gente avrebbe diritto per poter votare ad occhi aperti. E mantiene un colpevole silenzio su quei pochi che, come i Liberali, propongono cose concrete e ragionevoli.

Ai  lettori non resta che ripetere: fuggiamo dai pifferai, dai banditori di piazza, dai venditori di tappeti di destra e di sinistra: di disastri ne hanno procurati fin troppi e altri a colpo sicuro ne procurerebbero. Riscopriamo il gusto del dibattito serio, il piacere della verità. Non lasciamo che la voce di quei partiti e persone perbene che sono la sola garanzia per il Paese sia sommersa dal frastuono assordante delle menzogne e delle volgarità.

© Rivoluzione Liberale

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