È il pomeriggio del 16 gennaio 1969 quando Jan Palach, giovane studente di filosofia presso l’Università Carlo IV di Praga, si reca nella centrale piazza San Venceslao per fermarsi ai piedi della scalinata del Museo Nazionale; là, una volta cosparsosi il corpo di benzina, si dà fuoco.

La sua è una protesta contro l’invasione militare della Cecoslovacchia da parte delle forze del Patto di Varsavia, avvenuta nella notte fra il 20 e il 21 agosto 1968, voluta dall’Unione Sovietica sia per fermare l’azione politica riformista del Governo di Alexander Dubček sia in funzione della successiva “normalizzazione” del Paese, che vedrà annichilire lo spirito stesso della “Primavera di Praga” per mezzo dell’azzeramento delle riforme e della classe politica dirigente.

Morto il 19 gennaio, dopo tre giorni di agonia per le ustioni riportate, Jan Palach diviene un simbolo: il 25 gennaio al suo funerale parteciperanno 600mila persone provenienti da ogni parte della Cecoslovacchia.

Alla luce della grande partecipazione, anche emotiva, della popolazione, le autorità filo-sovietiche, allarmate dal valore simbolico, oltre che politico, della sua morte, orchestrarono una campagna di disinformazione, che però non riuscì ad ingannare l’opinione pubblica, finalizzata a dipingere Palach come uno squilibrato; in seguito la tomba di Palach nel cimitero di Praga, divenuta una sorta di mausoleo contro l’occupazione per il gran numero di cittadini che andavano a rendervi omaggio, venne fatta trasferire ed i resti del giovane studente cremati.

Nei mesi successivi ci furono, nel silenzio della censura imposta ai mezzi di comunicazione dal regime instaurato dai sovietici, almeno altri due casi di cittadini che si diedero fuoco: Jan Zajíc di 19 anni (25 febbraio) ed Evžen Plocek di 39 anni (4 aprile).

In quella Europa annebbiata dallo scontro ideologico, i Movimenti Studenteschi, tra tutti quello italiano, dimostrarono freddezza ed incapacità di capire quell’alto gesto di denuncia arrivando a bollarlo, con superficialità di analisi ed a seconda della convenienza, come fanatismo religioso, come un gesto rinunciatario o, persino, come una provocazione fascista.

In Cecoslovacchia, però, quel gesto estremo di Palach, primo ed inimmaginabile, scosse il Paese; l’opinione pubblica europea e mondiale venne profondamente turbata da una protesta così inconsueta e lontana dalla cultura occidentale.

Nei primi anni Sessanta furono i monaci buddisti vietnamiti a far conoscere al mondo questa estrema forma di protesta che veniva messa in atto contro la politica di oppressione verso il buddismo attuata dal Presidente del Vietnam del Sud, il cattolico Ngô Đình Diệm. In particolare, fu il caso di Thích Quảng Đức, il quale si diede fuoco a Saigon nel 1963, ad essere portato alla ribalta delle cronache di allora, anche grazie alla diffusione della straordinaria fotografia della sua auto-immolazione scattata da un fotografo statunitense.

Venendo al presente, il darsi fuoco come espressione estrema di dissenso vede protagonisti i monasteri buddisti del Tibet; i monaci protestano così, cercando di richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale, verso la repressione della Cina contro il popolo, le tradizioni religiose tibetane, gli arresti e le persecuzioni giustificate da Pechino come azioni “contro il crimine”.

Dal 2009, anno del cinquantesimo anniversario della fallita insurrezione contro l’occupazione militare cinese (10 marzo 1959), sono una settantina, principalmente monaci, i tibetani che si sono dati fuoco in quella che, da molti, è ritenuta l’unica forma di dissenso rimasta a questo popolo umiliato dallo strapotere cinese.

C’è da riconoscere, amaramente, come le fiamme del sacrificio dei monaci non riescano, però, ad accendere, al di là di qualche micro-celebrazione, lo spirito di solidarietà della comunità internazionale o, perlomeno, dei singoli Stati. Anche a fronte della evidente oppressione da parte del più forte, gli interessi economici e politici sovrastano ed azzerano il senso di dignità che dovrebbe portare ad una ribellione culturale contro la sciagurata pochezza delle diplomazie che, per qualche contratto d’affari in più con una delle ormai più solide economie mondiali, soprassiedono alla negazione dei diritti umani ed al martirio del popolo tibetano trasformandosi, alla fine, in misere procacciatrici di affari che bussano alle porte della Cina con la preoccupazione di non disturbarne troppo la politica interna.

Ora una riflessione. Come chiamare chi, nel nome della libertà per il proprio popolo, arriva al gesto estremo di porre fine a sé stesso per dare una possibilità, tramite l’attenzione che può richiamare il sacrificio della propria vita, agli altri? Stando alla cultura dominante dovremmo chiamarlo “suicida”: una persona che secondo la cultura cattolica sarebbe un irresponsabile, un peccatore destinato all’inferno. Una figura negativa che commette un gesto da condannare. È giusto così? Crediamo assolutamente no. Il perché è presto detto, perché siamo una democrazia (almeno sulla carta) e non una teocrazia (nonostante le continue ingerenze vaticane sui temi della famiglia, della procreazione e del percorso verso il fine-vita).

Concludendo, è anche ragionando riguardo a queste circostanze storiche che emerge la necessità di riconoscere la concreta differenza tra la cultura che si ispira ai princìpi religiosi e la cultura laica; diversità nette e sostanziali nell’approccio alla storia, ai valori fondanti la coscienza individuale e di popolo.

Proprio per questo, l’Italia necessita di una presenza solida nelle Istituzioni – grande lacuna di almeno venti anni – di una nuova realtà politica autenticamente liberale e di fermo ancoraggio valoriale laico perché anche tramite i figli, magari inconsapevoli, della cultura liberale come Jan Palach e Thích Quảng Đức, capaci di rendere il loro silenzio la voce più forte contro l’oppressione e l’ingiustizia, si emanano, a tutto oggi, le fiamme della libertà che illuminano il pensiero e la dignità del uomo.

Tra i compiti della politica vi è anche legittimare e rendere onore a queste figure storiche, senza compromessi al ribasso.

© Rivoluzione Liberale

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