Uno degli snodi fondamentali per rendere l’Europa una realtà sostanziale e non solo una costruzione burocratica – come viene percepita da molti cittadini europei – è ripensare lo sviluppo e la competizione fra i paesi europei e verso il resto del mondo. La produzione industriale in Italia diminuisce più che negli altri paesi europei, la capacità produttiva installata ed utilizzata e i relativi investimenti in innovazione sono molto sotto la media. La differenza con il modello tedesco è nota e le variazioni prospettiche non promettono miglioramenti.

Talento, innovazione, sacrificio, investimenti non sono stati certo i cardini della politica italiana degli ultimi anni. Per ripensare la politica industriale non abbiamo bisogno di faccendieri più o meno capaci, ma di professionisti che abbiano reali capacità e si comportino con etica e responsabilità: o forse sarebbe sufficiente la sola onestà. Il profitto industriale è stato troppo frettolosamente sostituito da un profitto di “carta” e le conseguenze della crisi internazionale lo dimostrano ampiamente. Il nanismo del capitalismo familiare italiano, come giustificazione della impossibilità di pensare una efficace politica industriale, risulta ormai solo un alibi. Il sistema imprenditoriale ha le sue responsabilità, ma le inefficienze e le inutili prebende statali hanno dato una direzione negativa allo sviluppo. Uno Stato colmo di paure, contratto su sé stesso, abituato a risolvere beghe senza senso e privo di una visione, uno Stato che ha preferito fare da «assistente» più che da «investitore» non realizza lo sviluppo ma la decrescita.

«I talenti non sono schiavitù e nemmeno destini, quanto piuttosto possibilità, opportunità delle quali i proprietari debbono fruire autonomamente», questa per Jürgen Habermas la sua definizione di talento. Nel nostro Paese invece anziché «tirar fuori» e far crescere talenti, ci siamo preoccupati di gestire l’esistente o di premiare il demerito, di rimediare ai guasti degli altri – per le dialettiche dei cicli elettorali – senza pensare a creare una forte e strutturata identità capace di unire per un obiettivo condiviso, un mito, una visione, capace di creare, aggregare, sviluppare, implementare e rendere sostenibile il futuro.

Giorgio Squinzi, Presidente di Confindustria, qualche giorno fa scriveva su Il Sole 24 Ore: «La crisi deve trasformarsi nell’opportunità di fare dell’Italia un Paese diverso, con una visione chiara e condivisa di un futuro di miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, soprattutto per i giovani. Serve uno scatto d’orgoglio che recuperi la tensione ideale, lo spirito costruttivo e le ragioni del fare che hanno segnato l’Italia del secondo dopoguerra». Ecco un obiettivo comune per tutti i portatori di interessi del nostro Paese: avere una visone condivisa e ricostruire insieme il nostro futuro.

Non ci sono obiettivi impossibili. Forse solo complicati. Un obiettivo di brevissimo periodo potrebbe essere quello di risalire la classifica del «Doing a Business» della Banca Mondiale. Dal 2012 al 2013 siamo passati dal 76° all’84° posto: per una nazione annoverata ancora fra le più industrializzate del pianeta ci si aspetterebbe di essere fra le prime dieci posizioni. Se fare impresa è la sostanza stessa della politica industriale non possiamo essere negli ultimi posti, dobbiamo essere fra i primi.

La crisi, anzi la recessione, non è detto che finisca o si attenui nella seconda metà di quest’anno. I punti fondamentali dell’azione del prossimo Governo, del programma di politica industriale, non possono prescindere da alcuni punti, che dovrebbero essere risolti da sempre: liberalizzazioni, ristrutturazione del sistema fiscale, sostegni e facilitazione per gli investimenti privati e aumento della produttività del lavoro, snellimento della burocrazia, lotta all’evasione fiscale e alla corruzione, efficienza della giustizia civile. L’incentivazione del merito deve cominciare nella pubblica amministrazione, con un aumento certo dei livelli di produttività e della qualità dei servizi, con l’eliminazione degli avanzamenti di carriera per anzianità e non per merito.

La «riparazione della casa comune» rende necessario lo sviluppo di un nuovo progetto di condivisione e comunicazione della realtà europea, e questo non può avvenire se le differenze fra i soci fondatori dell’Europa sono tali da rendere le diverse identità non un valore ma una chimera che fagocita ogni responsabilità e ogni resilienza.

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