Ho scritto abbastanza sui trucchi berlusconiani e altri che immiseriscono questa campagna elettorale. Occupiamoci per un momento di un tema di ordine generale che interessa quasi quattro milioni di italiani residenti all’estero, chiamati per la terza volta a votare in elezioni nazionali.

Un po’ di storia, innanzitutto. Per la Costituzione del 1948 i non residenti in Italia erano esclusi dal diritto al voto, a differenza di quanto avviene per i cittadini di altre democrazie occidentali che possono votare per corrispondenza o presso i rispettivi uffici consolari.  Avevano, si, conquistato una rappresentanza presso il Governo italiano attraverso i COMITES e il Consiglio Generale degli Italiani nel Mondo, ma nessuna in Parlamento. Poi un deputato dell’allora MSI, Mirko Tremaglia, presentò un’iniziativa di riforma costituzionale diretta a riconoscere questo diritto. Erano gli anni Sessanta, il MSI era escluso dall’arco costituzionale e la proposta di Tremaglia fu  accolta con estrema freddezza dai partiti dominanti. Questi temevano che le collettività all’estero, specie in America Latina, votassero a destra e che questo fosse il vero obiettivo di Tremaglia. Il cammino della legge fu dunque lunghissimo e tormentato e solo all’inizio del nuovo secolo, quando il MSI, diventato Alleanza Nazionale, era stato legittimato e faceva parte stabile di una maggioranza di governo, l’iniziativa poté andare in porto, anche se non del tutto nei termini previsti dal proponente. Questi voleva che i residenti all’estero votassero (come spagnoli, francesi, americani e altri) per i collegi nazionali. Ma i partiti tradizionali vi si opposero, sostenendo che non conveniva chiamare a votare per partiti e candidati nazionali elettori residenti lontano o lontanissimo dall’Italia e senza nessuna conoscenza diretta di problemi e persone, o la possibilità di un’adeguata informazione. Si argomentava altresì la difficoltà per i candidati nazionali di andare a fare campagna all’estero, in luoghi spesso remoti. Argomenti del tutto corretti, ma la vera preoccupazione era che il voto dei non residenti introducesse un elemento imprevedibile nella politica nazionale, minacciando persino di spostare il peso rispettivo delle forze politiche esistenti (la stessa preoccupazione vale, naturalmente, per il voto agli stranieri residenti).

Fu dunque scelto un sistema diverso, che in buona misura sterilizzava il voto all’estero: la creazione di un Collegio Unico, a sua volta diviso in quattro circoscrizioni: America del Nord, America del Sud, Europa e Africa del Nord, Asia e Oceania. Gli elettori residenti all’estero eleggono, con il sistema della proporzionale e il voto di preferenza per i candidati delle singole liste, 6 senatori e 12 deputati. Un numero molto meno che proporzionale rispetto alla rappresentanza degli italiani residenti nel Paese (questi eleggono, grosso modo, un parlamentare per ogni 50.000, mentre la proporzione all’estero è di uno a 330.000) e quindi quasi solo simbolico; influente solo nel caso anomalo in cui la maggioranza di governo è di pochi voti e dipende proprio dagli eletti all’estero, circostanza che si verificò per il Senato nel 2006, ma non si è riprodotta nel 2008 (vedremo cosa accadrà ora).

Nelle intenzioni del legislatore, doveva trattarsi in sostanza di una piccola lobby intesa, senza potere decisivo, a far ascoltare la voce dei cittadini residenti all’estero e a migliorarne le condizioni. Così di fatto non è stato, o è stato in misura minima: i parlamentari eletti all’estero, se sono l’espressione dei partiti politici italiani (com’è il caso di  quelli che non sono espressione del mondo associativo) finiscono col seguire le linee dei rispettivi gruppi; e comunque la crisi politica, finanziaria ed economica in atto da vari anni ha impedito ogni seria revisione della spesa all’estero, tanto più nella diffusa considerazione che gli italiani non residenti in generale non pagano tasse in Italia e dunque sono visti come “passivi”.

Per questa e altre ragioni il voto all’estero fu molto discusso al momento della riforma, sia da chi riteneva che la rappresentanza così strutturata fosse insufficiente, sia da chi pensava al contrario che il voto all’estero fosse una stortura. Tra le critiche più negative, quelle di Sergio Romano sul Corriere, che a suo tempo non mi parvero tutte giuste,  ma si sono dimostrate alla prova dei fatti molto accertate.

Al di là della scelta di fondo – voto all’estero o no – circolano molte critiche al modo in cui esso ha finora funzionato, anche per la scelta di affidarsi in molti Paesi per la distribuzione e raccolta delle schede elettorali a imprese private, che non sempre garantiscono da distorsioni e veri e propri brogli (com’è ripetutamente avvenuto in Argentina). Ma la critica maggiore si riferisce all’eccessiva ampiezza delle circoscrizioni elettorali e all’estrema difficoltà per le liste e per i singoli candidati di farvi adeguatamente campagna. Di questo problema ho fatto l’esperienza diretta nelle elezioni del2006, incui ero candidato nella lista dell’Unione, prova che mi sono fermamente rifiutato di ripetere in seguito. La mia circoscrizione andava dal Venezuela alla Terra del Fuoco, abbracciando una ventina di Paesi diversi e io dovevo competere, per il solo seggio alla Camera che era realistico pensare destinato a quella lista, con altri cinque candidati. Anche solo volendosi limitare alle comunità italiane più numerose, si era obbligati a fare campagna come minimo in Venezuela, Brasile, Argentina, Cile e Uruguay: un’impresa al di sopra delle possibilità, e delle tasche, di chiunque (i partiti non partecipavano che in misura minima, e nel mio caso nulla, alle spese). Risultano perciò inevitabilmente favoriti quelli che, indipendentemente da qualità, esperienza o prestigio personale, hanno alle spalle organizzazioni diffuse su tutto il territorio: reti associative, spesso su base regionale (siciliani nel mondo, calabresi, piemontesi e così via) o patronati sindacali. O, peggio, quelli in grado di spendere grandi somme per un’intensa campagna televisiva e magari di “comprare” a peso d’oro consistenti  pacchetti di voti in mano a boss locali,.Non so cosa avvenga in altre circoscrizioni, ma in America del Sud i casi in proposito sono noti, con nome e cognome.

Una volta eletto, poi, il parlamentare deve occuparsi di una circoscrizione smisurata e mantenere i contatti con un elettorato diffuso su veri e propri continenti. Un compito quasi impossibile!

È pensabile ritornare sui passi fatti e abolire un diritto acquisito? Credo di no. Ma penso sia possibile migliorare il sistema, naturalmente non per questa volta ma in una futura legislatura che si vuole costituente (o ricostituente) e nel quadro di un’auspicata riforma complessiva delle nostre istituzioni. In sintesi, ritengo che si dovrebbero seguire le linee seguenti: 1. Limitare la rappresentanza degli italiani all’estero al solo Senato, ove questi divenisse veramente un camera federale rappresentativa delle realtà territoriali; 2. Portare a 12 il numero dei senatori eletti all’estero; 3. Dividere il Collegio Unico in altrettante circoscrizioni, molto più piccole delle attuali; 4. Abolire il voto proporzionale e le preferenze, introducendo invece, collegio per collegio, l’uninominale secca. 5. Fare di Rai Internazionale il principale strumento equitativo di propaganda a disposizione di liste e candidati per la campagna elettorale; 6. Sostituire il sistema attuale di  raccolta delle schede col voto esercitato in persona presso i nostri uffici diplomatici e consolari, compresi quelli onorari (in questo modo voterebbe solo chi fa atto di volontaria e cosciente partecipazione).

Proposte avveniristiche? Certo, e sarebbe ingenuo aspettarsi che costituiscano una priorità nell’ingorgo legislativo che in materia costituzionale probabilmente ci aspetta. Ma utili se si vuol ridare un po’ di serietà all’esercizio di quello che è dopotutto un diritto-dovere di ogni cittadino.

© Rivoluzione Liberale

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