Pur non volendo, in un momento in cui si taccia di qualunquismo qualsiasi affermazione che dimostri buonsenso, indulgere ad ascoltare cosa dicono le signore anziane – spesso nonne di nipoti disoccupati – agli angoli delle strade o nei supermercati, sembra davvero impossibile ignorare il fatto che un paese come il Regno Unito, dotato di poli universitari di importanza mondiale come Oxford o Cambridge, stia attentamente riflettendo sul futuro dell’istruzione universitaria dei giovani inglesi.

Le signore di cui sopra direbbero – e tecnicamente avrebbero ragione – che oggi “son tutti Dottori”. Da questa diffusione quasi epidemica di titoli universitari deriverebbe, in linea di massima, un’altrettanto diffusa carenza di posti di lavoro giacché, non serve essere economisti per capirlo, laddove aumenta l’offerta, prima o poi diminuisce la domanda.

Questo problema se lo sono posti anche in Inghilterra, ovviamente, e ben prima di noi. Se nei tempi che precedevano la Thatcher un giovane o una giovane di talento potevano vedersi aprire le porte di Oxford, Cambridge, Durham (nel Nord, la terza per importanza) o anche di St. Andrew’s (in Scozia, ma ugualmente “giusta”, tanto che recentemente c’è andato anche il giovane William Wales, di cui tutti sappiamo sin troppo) senza praticamente dover sborsare un penny perché era lo Stato che selezionava e formava i migliori, oggigiorno la musica è cambiata e parecchio.

Non solo la competizione per i posti nelle buonissime università si fa sempre più serrata per via degli iscritti dai paesi emergenti (una volta ci venivano solo i marajàh, adesso i figli della borghesia indiana) ma dal periodo della Lady di Ferro gli atenei si fanno pagare assai bene con tasse annuali che pur non raggiungendo certo le follie americane ben poco assomigliano all’ideale della retta di una “scuola pubblica statale”.

Di recente, addirittura, il governo Cameron ha innalzato di nuovo le university fees, in piena crisi, rendendo l’accesso alle università davvero gravoso, quando non impossibile, per una schiera sempre più ampia di ragazzi britannici.

E poi, per strada, un sacco di giovani – e qui lo sono davvero: 23, 24, massimo 25 anni – che stentano a trovare lavoro, tutti col loro Degree e le loro credenziali, in attesa che un mercato che non c’è più sia in grado di riassorbirli in qualche settore.

Un vecchio articolo del prestigioso quotidiano Independent apriva con una frase che suonava pressappoco così: “Può essere che i laureati in Inghilterra non stiano esattamente spazzando le strade, ma uno su cinque si adatta a fare un lavoro che non richiederebbe una laurea”. E questo per quanto riguarda il pre crisi – oggi sarebbe un lusso anche fare lo spazzino.

Come reagire? Che fare? L’Italia ha già deciso, anni fa, quando con una riforma burlesca del sistema universitario ha importato da noi la formula 3 + 2, tradizionale in Inghilterra ed assolutamente inutile sotto il sole di Napoli. Attraverso la fedifraga promessa che una laurea breve – e non si può non ammirare il talento di fini dicitori di questi ministeriali che si inventano le sigle più assurde possibili – li avrebbe portati dritti dritti ad un posto di lavoro che non richiedeva una laurea piena, moltissimi ragazzi hanno speso soldi e tempo per ottenere un attestato che, nel migliore dei casi, è un bellissimo quadretto da lasciare in camera, con l’aggravante che ha fatto loro perdere anni preziosi in cui nel mondo “vero” del lavoro potevano già entrarci, anche senza la magica pergamena.

In Gran Bretagna, per contro, si amano le favole ma non le fandonie e si sa che non si può ingannare un’intera generazione: le lauree non sono più in grado, molto spesso, di condurre a un lavoro e allora bisogna capire come ovviare al problema.

Lungi dal voler diminuire la capacità di istruire un popolo, gli inglesi stanno valutando se e come selezionare e, soprattutto, quali modalità ideare per istituire dei percorsi alternativi che “liberino” le università dalla ingente massa di iscritti e che sollevino il datore di lavoro dal doversi confrontare, quasi sempre, con un laureato. Considerando che moltissimi mestieri assolutamente dignitosi e vitali non necessitano di una laurea per essere svolti con coscienza e professionalità, l’Inghilterra delle università comincia a valutare strade alternative.

Come a dire, finalmente, che un falegname laureato non è, per forza, un falegname più bravo. 

© Rivoluzione Liberale

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