L’arresto di Ratko Mladic ha riportato il ricordo e le immagini di un periodo tra i più oscuri del nostro recente passato. È un periodo che ho vissuto “dal di dentro”, come Rappresentante Permanente d’Italia presso la NATO per tutti quegli anni decisivi, dal 1993 al 1998.

Ricordiamo i fatti: al principio degli anni ’90 si era verificata l’esplosione della Jugoslavia in sei Repubbliche indipendenti, ostili tra di loro. Le conseguenze peggiori si erano prodotte all’interno di una di esse, la Bosnia, perché questa era (ed è) caratterizzata dalla presenza di tre etnie, con cultura e religione propria: croati, musulmani e serbi. La loro convivenza, sempre difficile, era stata possibile solo sotto la frusta di regimi autoritari: l’Impero Ottomano, poi quello austriaco, la Jugoslavia monarco-fascista e poi Tito. Venuto meno questo collante forzoso, le rivalità (gli odi) secolari tra le tre etnie si erano ravvivati come un incendio in realtà mai spento.

Dopo sanguinose ostilità tra di loro, tuttavia, croati e serbi si erano accordati per definire le rispettive zone e per dividersi la Bosnia (sulla base di linee tracciate a mano, su un tovagliolino di carta, dai due leader rispettivi, Milosevic e Tugiman, in un ristorante di Ginevra, e con netta prevalenza serba): ovviamente a spese dei musulmani, che costituiscono più di un terzo della popolazione. Di questi era prevista la sottomissione o, nelle zone assegnate ai serbi, l’eliminazione pura e semplice. E da ciò ebbero origine una feroce guerra civile e uno dei più spietati genocidi della storia. All’inizio ci fu qualche conato d’azione europea, poi subentrarono le Nazioni Unite, coll’invio di una forza militare sul terreno. Però l’intervento dell’ONU fallì clamorosamente, come risultò evidente quando  i serbi praticarono a Srebreniza e a Goraze uno dei peggiori massacri della guerra, sotto gli occhi del contingente olandese dei Caschi Blu e quando 250 soldati dell’ONU (francesi in massima parte) furono, dai serbi, presi come ostaggi: l’ONU, da soluzione, era diventata problema. Alla fine, anche se tardivamente – si era a metà del 1995 e i morti si contavano a migliaia – ci fu allora in Occidente un soprassalto di energia. Il neo-eletto Presidente francese, Chirac, ruppe l’interdetto francese a interventi della NATO e concordò con Clinton un intervento, diplomatico e militare, muscoloso.

La NATO, che aveva svolto fino ad allora un ruolo, spesso frustrante, di supporto marittimo e aereo all’ONU, fu chiamata ad agire in prima persona. Il resto costituisce una delle pagine migliori della politica occidentale: la distruzione, a mezzo di bombardamenti mirati, del potenziale bellico dei serbo-bosniaci; gli Accordi di Dayton, negoziati dall’inviato americano Dick Hoolbrooke; l’invio sul terreno di 65 mila soldati della NATO per fare rispettare la pace, presiedere alla ricostruzione del Paese e alla realizzazione di una vera democrazia rappresentativa, operazioni alla quale l’Italia ha partecipato in modo più che dignitoso. Si è così fermata una catastrofe umana, ristabilito un minimo di coesistenza pacifica, riportata la pace in una zona nevralgica.

Non posso non ricordare con emozione una visita a Sarayevo a inizio 1996; la città, presidiata dal contingente italiano, era stata restituita alla vita. La gente era tornata a circolare per le strade senza timore che l’artiglieria serba o i cecchini tirassero a ucciderla. Ricordo la gratitudine, la commozione, della gente verso la NATO e l’Italia: era quella la risposta migliore a quanti, anche da noi, si erano stracciati le vesti contro l’intervento militare. L’operazione, lo sappiamo, ha avuto un seguito coll’azione a difesa del Kossovo, che ha evitato un altro genocidio e permesso di avviare quel Paese all’indipendenza. In ambedue i casi, Occidente e NATO hanno agito, con alto costo e non pochi rischi, per ragioni che bene possono definirsi umanitarie e di civiltà.

Da questi eventi, vissuti in diretta, vorrei trarre tre utili conclusioni.

Di fronte a violazioni così gravi e massicce dei diritti umani più elementari, quando si tratta di evitare massacri e genocidi, intervenire, quando ve ne sia la possibilità, non solo è legittimo, ma doveroso. É ovvio che non si può intervenire sempre e dovunque, ma l’argomento per cui un intervento in un punto (vedi la Libia)  sarebbe delegittimato dal mancato intervento in un altro punto (vedi la Siria) è pretestuoso. Non perché non si possa fare tutto, si deve rinunciare a fare qualsiasi cosa (d’altra parte, proprio quelli che usano questo argomento, strillerebbero come aquile se Occidente e NATO decidessero di intervenire in Siria). Chi poi invoca, contro la partecipazione italiana, l’articolo 11 della Costituzione, mente sapendo di mentire: la Costituzione vieta, sì, la guerra, come strumento di realizzazione degli interessi nazionali, ma fa ampio ed esplicito spazio all’intervento militare svolto in obbedienza a decisioni degli organismi internazionali a ciò legittimati: cioè, come nei Balcani e in Libia, l’ONU. Quando questa legittimazione esiste, sottrarsi alle proprie responsabilità (come vorrebbe la sinistra radicale, una frangia cattolica e, a quanto pare, l’on. Di Pietro) è indegno di un popolo civile, perché significa abbandonare le vittime al loro destino.

La NATO, che ha avuto un ruolo decisivo nel quarantennio della Guerra Fredda per la salvaguardia della libertà europea e italiana in particolare, si è confermata, nei Balcani come ora in Libia, strumento insostituibile al servizio della Comunità internazionale e dell’Occidente. Ho personalmente qualche dubbio circa il suo impiego in aeree remote, come l’Afganistan, ma per quello che riguarda l’area coperta dal Trattato di Washington (Europa, Nord Atlantico e Mediterraneo) il suo ruolo di garanzia di sicurezza per tutti resta insostituibile: per noi specialmente, esposti come siamo in prima linea in una zona centro di tutte le tensioni e di tutti i possibili conflitti.

Coll’arresto di Mladic, la Serbia ha compiuto, dichiaratamente, un gesto inteso a facilitarle l’ingresso nell’Unione Europea. Certo, si tratta di un processo complesso e che probabilmente richiede altri approfondimenti tecnici, altri negoziati. Ma, in principio, è interesse italiano che esso si concluda positivamente. Coi serbi abbiamo avuto storicamente rapporti complicati, a corrente alterna. Ma la Serbia è una componente essenziale di quell’area balcanica a vitale per la nostra sicurezza,  e un interessante partner economico. Come intuì sin dal lontano 1996 un nostro, per me indimenticato, Ministro degli Esteri, Beniamino Andreatta: essere gli amici naturali e gli introduttori in Europa dei Paesi usciti dalla dissoluzione della Jugoslavia è nostro interesse e deve essere una nostra prerogativa.

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2 COMMENTI

  1. Gentile Dr. Jannuzzi,
    bello e condivisibile il suo articolo che rispecchia interamente il mio pensiero.
    Sarebbe anche interessante estendere l’argomento, e la conseguente riflessione, sul continente africano e soprattutto al sud del Sahara, che sta vivendo una preoccupante fase di “colonialismo di ritorno” attuato, soprattutto per parte francese, con mezzi alquanto brutali e nell’indifferenza dei più.

  2. Come si può non essere d’accordo con quanto scrive l’Ambasciatore Jannuzzi, che ha vissuto quelle drammatiche vicende da protagonista per l’importante incarico di responsabilità che ricopriva allora. Ho particolarmente apprezzato le sue schiette considerazioni in ordine al fallimento, in quel difficile contesto, dell’ONU e, invece, l’apprezzamento per il successo della NATO, confermando la importanza strategica dell’Alleanza, che i liberali vollero con tutte le proprie forze. Anche per l’Italia fu una pagina coraggiosa e positiva e non bisogna dimenticare che qualcuno, che oggi siede nei banchi del Governo, si recò a solidarizzare col dittatore Milosevic.
    Devo dare atto all’autore dell’articolo, che alcune sue puntuali considerazioni, relative alla necessità di garantire un sempre difficile equilibrio nell’area dei Balcani, militano a favore di un cambiamento della mia opinione, fino ad oggi, nettamente contraria all’ammissione della Serbia nell’UE. Le stragi condotte da personaggi sanguinari, come Karadzcic o Mladic a Srebrenica o durante l’assedio di Sarajevo, mi hanno indotto a considerare che la violenza fosse insita nella natura del popolo serbo. Da quì la mia istintiva ostilità, peraltro rafforzata dalle manifestazioni di questi giorni contro la estradizione del macellaio Mladic. Tuttavia mi rendo conto che una eventuale integrazione della Serbia con l’Europa, potrebbe disinnescare un elemento di pericolosità latente nell’intera area. Questo mi indurrà ad una più approfondita riflessione.

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