Uno dei termini più abusati di questa campagna elettorale è “rinnovamento” e, molto spesso, il rinnovamento viene impropriamente associato alla morte dei partiti, come se questo fosse il vero cambiamento radicale da mettere in pratica per operare un reale rinnovamento del Paese.

La riscossa civica e morale del Paese non deve invece escludere la buona politica – pilastro fondamentale di una società civile e moderna – che perseguendo la realizzazione del bene pubblico mira, nel contempo, al diffondersi di una sana moralità pubblica. Il rinnovamento liberale parte da questi presupposti. “Noi vogliamo dare il segno del rinnovamento – afferma Renata Jannuzzi, presidente del Consiglio nazionale del Pli e capolista alla Camera dei deputati di “Liberali per l’Italia-Pli – il Partito liberale italiano è uno dei partiti storici della politica italiana e, erroneamente, a volte viene definito come un partito dimenticato o di cui si elencano delle citazioni. In realtà il Partito liberale italiano è fatto di donne, uomini, ragazzi. Abbiamo infatti anche una Gioventù Liberale che segue dei corsi di liberalismo. Sono tutte persone provenienti dalla società civile ma che si impegnano da anni insieme al partito. I nostri candidati sono uomini, donne e ragazzi che vogliono impegnarsi per portare la buona politica nel nostro Paese”.

Il rinnovamento dovrebbe conferire nuova vitalità al sistema, allo Stato e ai cittadini, ma non dovrebbe essere mai demagogico, ossia usato come strumento di potere mascherato di buonismo. Storicamente legato alla rivoluzione dell’esistente, il rinnovamento liberale vuole il cambiamento, tende alla rinascita sociale, politica e culturale di una comunità rispettando, però, i confini dettati dalla legge che rappresenta una delle fondamenta del vivere civile.

Come afferma Croce, “in ogni Stato libertà e autorità sono inscindibili […] la libertà si dibatte contro l’autorità e pur la vuole, e senz’essa non sarebbe; e l’autorità reprime la libertà, eppur la tien viva o la suscita perché senz’essa non sarebbe”. Occorrerebbe quindi “predicare ai popoli i benefici dell’autorità e ai prìncipi quelli della libertà”.

È questa la sintesi del rinnovamento liberale, una costante storica  che respinge “le teorie unilaterali”, tra cui anche quelle democratiche, che esaltano concettualmente istituti e categorie che debbono invece restare puri e semplici “espedienti pratici”, e favorisce la dialettica delle posizioni, il confronto, il dialogo. Il dilemma che da sempre accompagna la tradizione liberale è però sempre lo stesso: riusciranno le buone idee a prendere più voti che applausi? Accarezzata da tutti ma abbracciata pienamente da pochi, l’offerta politica autenticamente liberale deve, tutt’oggi, farsi faticosamente spazio tra i finti liberali e, molto spesso, ciò vuol dire anche saper rinunciare al potere ottenuto ad ogni costo: “Siamo fedeli alle nostre idee e al nostro programma – afferma la presidente Jannuzzi – e su questo ci batteremo, non su una contrattazione, eventuale, per entrare in Parlamento a tutti i costi. Liberale è una delle parole forse più usate in tutte le campagne elettorali e, molto spesso, con un scopo specifico. I Liberali, invece, sono diversi proprio perché sono ‘liberali’. Il vero Liberale è colui che sa cogliere ciò che c’è di buono da destra, da sinistra e dal centro. Il Liberale è cioè ‘ragionevole’. Pone al centro la libertà dell’individuo e, soprattutto, pone l’individuo al centro dello Stato”. Per il vero Liberale il potere non deve sovrastare l’individuo.

Se il liberalismo vuole davvero rinnovarsi, continuando a dare soluzioni ‘ragionevoli’ ai problemi dell’uomo contemporaneo, deve mettersi al riparo dai rischi di involuzione demagogica e totalitaria presenti sullo scenario. Il totalitarismo politico, inoltre, è oggi facilmente accompagnato dal totalitarismo dell’elemento economico, che molto spesso signoreggia escludendo l’esistenza di un qualsiasi impianto morale, di “una cornice etica e giuridica”, come sostiene Röpke, che con il suo “Umanesimo liberale” è uno dei  teorici più illustri del rinnovamento della tradizione liberale nel ventesimo secolo. Si può dire, afferma Röpke, che un libero ordinamento economico può prosperare solo “in una società in cui siano vivi alcuni principi fondamentali che danno consistenza e colore alla trama dei rapporti sociali: l’iniziativa individuale, il senso di responsabilità, l’indipendenza ancorata alla proprietà, l’equilibrio e l’audacia, il calcolo e il risparmio, l’organizzazione individuale della vita, l’inserimento nella comunità […] e in più menti aperte alla realtà presente e all’avvenire, un’equilibrata tensione tra l’individuo e la comunità, dei solidi legami morali”.

In definitiva, libertà economica è anche poter decidere dei propri risparmi, come sostengono i Liberali per l’Italia-PLI in questa campagna elettorale 2013. Poter decidere dei propri risparmi vuol dire, inoltre, poter decidere come investirli e quindi occorre, ad esempio, alleggerire la tassazione sulla libera impresa e semplificare la burocrazia che non  favorisce il libero dispiegarsi dell’iniziativa individuale.

Inoltre, senza fare della libertà di mercato un nuovo assoluto, è facile riscontrare nelle società contemporanee una nuova ideologia dello Stato, apparentemente non ideologica, in quanto non legata a nessun colore o appartenenza politica, ma totalitaria per la sua volontà di dettare i criteri del bene comune o sostituire i corpi sociali della nazione, o dispensare il nuovo benessere; in pratica uno Stato etico, del quale uno Stato liberale rappresenta l’antidoto.

In sostanza, il liberalismo non asseconda criteri di rinnovamento demagogico e non dimentica di porre l’individuo al centro. La radice del moderno e rinnovato totalitarismo è, al contrario, la negazione della trascendente dignità della persona umana, annientata sul piano sociale, economico e politico e, molto spesso, vittima delle rendite di posizione e dei privilegi dettati da varie corporazioni.

Una certa narrativa antipolitica, in particolare, scagliandosi contro i partiti e definendo la politica una cosa disdicevole, tenta di allontanare le persone dalla formazione politica e dall’apprendistato politico. La suddetta narrativa antipolitica alimenta l’idea che i partiti non vadano partecipati e rinnovati bensì sfidati e in definitiva estinti, favorendo così l’affermarsi di un galateo ideologico che ha determinato la diffusione a macchia d’olio di movimenti leaderisti e cesaristi, privi di qualsiasi profondità di pensiero, con delle fondamenta fatte di chiacchiere o di plastica, interessati esclusivamente alla gestione di un potere personalistico, e quindi totalitario, distanti da una genuina cultura della res pubblica e, tanto più, da una profonda cultura della libertà.

La scuola della buona politica è, in tutti i paesi liberali e democratici, la scuola dei partiti. Realtà vere, umane, dove le persone possono incontrarsi e anche scontrarsi, luoghi di incontro e di scontro e quindi di sviluppo delle idee e delle individui.

In pratica, occorrerebbe restaurare la cultura valoriale ‘positiva’ derivante dal partito per poter ricostruire le fondamenta della buona politica e di un buon sistema politico. Solo così si potrà, giustamente, considerare la partecipazione della società civile un arricchimento e non un reclutamento obbligato, una mossa necessaria per celare lo svuotamento della politica – il cuore della cosa pubblica – provocato  da vent’anni di campagne demagogiche, populistiche e fintamente liberali.

L’orologio della storia sembra ora concedere una nuova occasione a chi crede che lo Stato non debba fare quello che i cittadini sono in grado di fare da soli; a chi pone al centro l’individuo per creare le condizioni di una crescita economica che sia, nel contempo, una rinascita politica e sociale. I cittadini liberali non dovrebbero farsi sfuggire quest’occasione ‘storica’ trasformandola in realtà con un semplice gesto nel segreto delle urne.

© Rivoluzione Liberale

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