ll “Giorno della Memoria” è la commemorazione “dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico” (la Shoah, in ebraico “disastro” o “distruzione” in riferimento allo sterminio nazista di circa 6 milioni di ebrei nel corso della Seconda Guerra Mondiale) istituita dall’Italia con la Legge n. 211 del 20 luglio 2000; commemorazione estesa concettualmente ai “deportati militari e politici italiani nei campi nazisti”.

Sono tredici anni, quindi, che celebriamo questa ricorrenza fissata il 27 gennaio per il valore simbolico della data: le truppe dell’Armata Rossa, nel corso dell’offensiva finale verso Berlino, raggiunsero quel giorno del 1945 la città polacca di Oświęcim (meglio e tristemente conosciuta con il nome tedesco Auschwitz), dove aprirono i cancelli del campo di concentramento nazista che vi era stato fondato liberandone i pochissimi superstiti. Valore simbolico della data perché, seppur la persecuzione degli ebrei d’Italia e d’Europa proseguì per altre settimane, fu proprio la liberazione di quel campo simbolo a determinare la decisione della ricorrenza.

Una commemorazione necessaria, un giorno utile ed essenziale per richiamare e consolidare nella memoria, oltre che per consegnare al futuro, certezze e consapevolezza riguardo a ciò che è stato.

Ma così come è positivo il riconoscimento di un giorno dedicato alla Memoria, è triste e negativo si sia dovuti giungere ad istituzionalizzare un momento di riflessione; tale valutazione si basa sull’amaro presupposto che l’opinione pubblica ed il comune senso civico non dispongano di sufficiente consapevolezza e padronanza storica al riguardo, così come inadeguata sia la conoscenza e lo studio della storia recente e contemporanea. Diversamente, non sarebbe necessario fissare una data sul calendario per sottolinearne il valore e riproporre dibattiti al riguardo.

Spingendoci oltre nelle riflessioni riguardo a ciò che può e deve significare questa commemorazione, bisogna riconoscere come siano oggettive le responsabilità politiche, morali e materiali italiane al riguardo sia della discriminazione degli ebrei sia della Shoah.

Un compiacente sentimento di auto-celebrazione sostiene, però, lo stereotipo di “italiani brava gente”, basandosi su pretese di auto-assoluzione e su una realtà storica spesso annacquata dalla ragion di Stato. La coscienza collettiva, quindi, tende a distrarsi ed assolversi tramite un ragionamento di comodo basato su freddi numeri. In fondo – sostiene un pensiero diffuso – se è vero che c’è stata discriminazione, l’Italia ha una responsabilità piccolissima perché i campi di concentramento erano dei nazisti e concepiti dalla follia tedesca; senza contare – prosegue tale pensiero – che le persecuzioni italiane sono state leggere ed hanno portato a pochi morti.

Anche e soprattutto di fronte a queste posizioni, figlie di revisionismo o negazionismo, oltre che delle già citate mancanze in termini di senso civico e cultura storica, è necessario soffermarsi ulteriormente a riflettere.

Teorizzate da Hitler fin dai primi scritti (tra i quali il suo manifesto politico “Mein Kampf” – La mia battaglia – del 1925) così come nei discorsi e comizi degli anni ’30, le persecuzioni anti-ebraiche naziste vennero tollerate e legittimate, idealmente e nella sostanza, dalle Istituzioni dell’Italia fascista per il fatto stesso di essere giunte all’alleanza del 1939 con la Germania nazista.

La politica antisemita vide, inoltre, complice e protagonista l’Italia perlomeno dal 1938; anno della nascita di un sistema, fondato sul “Manifesto della Razza” ed articolato nei successivi decreti firmati da Mussolini (Capo del Governo) e promulgati da Vittorio Emanuele III (Re d’Italia), che prevedeva le Leggi razziali, vergognosa ed indelebile macchia nella storia del nostro Paese. Tali Leggi comportavano, esplicitamente, l’esclusione dei cittadini di religione ebraica dalle amministrazioni militari o civili, dallo stesso partito fascista, dagli enti provinciali o comunali o parastatali, dalle banche, dalle assicurazioni; i bambini e gli adolescenti non avevano la possibilità di frequentare la scuola pubblica, una progressiva limitazione era prevista per gli adulti nelle attività commerciali e nel lavoro presso ditte private.

Una consolidata mediocrità da italietta piccola piccola trova attenuanti e difese di comodo sminuendo le gravi responsabilità storiche. Si arriva così a definire “leggere” le persecuzioni, “pochi” i morti fatti dall’Italia e “pochi” gli ebrei italiani deportati nei campi nazisti.

Le statistiche riportano di circa 7600 ebrei arrestati in Italia (4200 circa gli italiani) nel periodo tra settembre 1943 e febbraio 1945; di questi circa 6800 subirono la deportazione nei campi nazisti.

A fronte della durezza e della sostanza delle Leggi razziali, bisogna sottolineare come nei ragionamenti non possano essere centrali i soli numeri; seppur sia oggettivo che l’Italia abbia visto una quantità inferiore di deportati e di vittime, in riferimento ai macro-numeri del Terzo Reich, dovuta, principalmente, alla circostanza per la quale la presenza di cittadini di religione ebraica in Italia sia sempre stata relativamente ridotta rispetto alla presenza, ad esempio, nei paesi del est europa dove “operarono” i tedeschi.

Detto questo, non può essere accettata come attenuante, o peggio giustificazione, una mera questione statistica perché dobbiamo riconoscere, a scanso di equivoci e con onestà intellettuale, che se in Italia sono stati discriminati e deportati (dai tedeschi, ma con il silenzio-assenso dello Stato italiano, o ciò che ne restava) un certo numero di ebrei il motivo è da imputarsi, semplicemente, al fatto che non ve ne erano poi molti di più.

Protagonista di ogni ragionamento deve essere il riconoscimento della gravità della pianificazione e della messa in atto dell’azione stessa: non vi è differenza, in termini di responsabilità politica e storica, a sottoporre a Leggi razziali e ad intraprendere azioni estreme verso una persona oppure un milione di persone.

Le persecuzioni italiane ed una sostanziale complicità della popolazione e delle Istituzioni verso quanto operato dai nazisti si sono limitate ai numeri sopra riportati solo perché non c’era, o non è stato trovato, un numero maggiore di persone contro le quali infierire; oppure è mancato il tempo per fare di peggio.

La circostanza per la quale le deportazioni non siano state immediatamente messe in atto a seguito delle Legge razziali, poi, è un sollievo per la coscienza dell’Italia e, forse, un riferimento valido solo per le statistiche. Non è comunque sufficiente ad assolvere la politica delle Istituzioni italiane fasciste perché le Leggi razziali non erano una manovra di facciata, ma venivano applicate; così come era totale l’appoggio alla Germania nazista ed alla sua politica di sterminio.

Altro tema da approfondire è lo specifico dei “campi di sterminio” e la loro stessa concezione. Al riguardo dobbiamo superare quanto, per molti, resta un tabù. Possiamo definire, secondo una consuetudine abbastanza diffusa, “follia” la logica dei campi di sterminio?

La risposta è un netto “no” perché, qualora così si facesse, si assumerebbe unicamente una posizione di comodo, utile solo a farsi scivolare di dosso le responsabilità storiche e di popolo. È infatti più facile scaricare la responsabilità imputando le colpe alla follia di qualche gerarca, che non riconoscerla correttamente nel calcolo e nella premeditazione di una intera classe di potere (quella nazista) legittimata dal popolo (quello tedesco che votò e permise ad Hitler di divenire Cancelliere sostenendolo fino alla fine) con la quale l’Italia di allora era legata a doppio filo.

Più facile, più comodo, ma riduttivo e storicamente sbagliato: i campi di sterminio non possono essere inquadrati come “follia”, nella stessa misura nella quale non è follia, ma lucida premeditazione, la pianificazione di un omicidio.

A seguito delle esigenze belliche, i campi di prigionia mutarono progressivamente in campi di lavoro dove le condizioni igieniche pressoché inesistenti, le condizioni di lavoro disumane e le scarse razioni di cibo garantivano una sopravvivenza pianificata in funzione del rapporto tra un certo standard di produttività e costi di produzione prossimi allo zero; rapporto sotto il quale la manodopera veniva, letteralmente, eliminata. Chi non garantiva certi livelli (ad esempio anziani e malati) veniva eliminato preventivamente, appena giunto ai campi, per non gravare sugli equilibri e sui costi degli stessi.

Discriminazione, leggi razziali, deportazioni, campi di prigionia e lavoro, Shoah. Un unico filo conduttore, un climax terrificante.

L’unica conclusione alla quale possiamo arrivare e sostenere è che non possiamo fare il torto alla storia di semplificare e ridurre tutto questo a “follia” perché, qualora così si facesse, si concederebbe una attenuante troppo forte riducendo le responsabilità di intere classi dirigenti (nazista e filo-naziste dei territori occupati e degli alleati) e della degenerazione delle masse che le sostenevano.

Tutto questo è, al contrario, frutto di calcolo e lucida premeditazione finalizzati alla sopraffazione ed all’interesse smodato di parte; una testimonianza di fino a che punto possa spingersi il potere delle masse e la legittimazione che esse conferiscono alle classi dirigenti che delle masse non sono manipolatrici, ma di esse sono specchio e rappresentazione.

© Rivoluzione Liberale

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