Contrariamente ad ogni previsione, lo Stato di Israele non ha dato un assegno in bianco a Benjiamin Netanyahu. Al contrario, sembrerebbe essere un partito centrista e laico, quello del giornalista Yair Lapid, ad incarnare l’opposizione di fronte ad un Likud indebolito e una estrema destra meno popolare di quello che ci si aspettava.

L’inaspettato successo elettorale di Yair Lapid, ex giornalista dal fisico da seduttore, rappresenta la vittoria della classe media, gli “Indignati” israeliani, preoccupati per le tensioni sociali presenti nel loro Paese . Il Primo Ministro, Benijamin Netanyahu, sembra riuscire a mantenere la sua posizione a forza di mercanteggiamenti, ma è questo elegante quarantenne al quale i sondaggi non promettevano che 12 seggi (su 120) che si ritrova, con 19 eletti, al centro delle discussioni sulla prossima coalizione. Nella notte elettorale, nello stesso momento in cui Netanyahu, opaco vincitore, ricordava che la minaccia iraniana rimaneva la sua principale sfida, Yair Lapid, brillante secondo, prometteva “un vero cambiamento” ai suoi simpatizzanti in tripudio per le strade di Tel Aviv. Questa star della televisione ha lanciato il suo partito Yesh Atid (C’è un futuro) l’anno scorso, ponendosi come difensore della classe media, quella stessa classe media che era scesa per le strade nell’estate del 2011 per denunciare l’innalzamento dei prezzi delle case. “E’ il Partito della normalità. Abbiamo riunito tutte le componenti della società, con la speranza di cambiare le cose in Israele”, ha detto il rabbino Shai Piron, numero due della lista. Yair Lapid è un figlio di Tel Aviv, capitale degli affari dalla reputazione edonista, ma il suo Partito annovererà tra i suoi deputati un ultra-ortodosso, una donna portatrice di handicap, un druso, una transfuga del Partito di sinistra Meretz, un ex dirigente del Shin Beth (il servizio di sicurezza interna) e Mina Tamano, prima donna di origine etiope a sedere al Knesset. Dietro a Lapid, i laburisti risalgono leggermente la china dopo aver reclutato diverse figure tra gli “indignati” dell’estate 2011 (15 seggi contro i 13 del 2009),e, dall’altra parte dello scacchiere, la necessità di rinnovamento premia anche i nazionalisti religiosi del Bayit Yehudi  – Jewish Home (12 seggi). 

Il vero vincitore di queste elezioni è però il movimento di contestazione, perché, se l’economia tiene più o meno conto del contesto internazionale – crescita del 3,3% nel 2012, disoccupazione sotto il 7%, inflazione dell’1,6% – il movimento del 2011 aveva rilevato un malessere diffuso nella classe media per l’innalzamento del costo della vita e l’indebolimento dei servizi pubblici. Lo spirito del 2011 era percepibile  nella diversità della folla che applaudiva i nuovi eletti del Yash Atid e i suoi militanti: giovani, vecchi saggi, uomini con la kippah, omossessuali che sventolavano la bandiera arcobaleno. “Non siamo un Partito di nicchia, né religioso, né laico, ma un Partito ebreo che ha come prima missione  quella di portare avanti una ridistribuzione più equa dei doveri civici”, ha dichiarato il rabbino Piron. Uno dei principali obbiettivi di Yair Lapid è infatti quello di far votare una legge che metta fine all’esenzione dal servizio militare concessa alle decine di migliaia di studenti ultra-ortodossi e si batte affinché gli ultra-ortodossi, che rappresentano un decimo della popolazione, lavorino di più, per alleggerire la classe media dalla pressione fiscale.  Come già si rammaricava suo padre Yosef “Tommy” Lapid, sopravvissuto all’Olocausto di origine serba,  Lapid ha rilevato un solco sempre più profondo  tra la maggioranza ebrea laica e la minoranza ultra-ortodossa, dove quasi il 60% degli uomini intraprende gli studi religiosi a tempo pieno, cosa che li mette al margine del mercato del lavoro. Una volta maggiorenni, la maggioranza degli uomini e delle donne sono tenuti a svolgere il servizio militare che può durare fino a tre anni, anche se delle facilitazioni vengono accordate alla maggioranza degli Arabi israeliani così come agli ultra-ortodossi. Lo Yash Atid chiede un cambiamento in questa pratica, altrimenti tutta una generazione di giovani israeliani – che prestano il loro servizio nell’esercito, lavorano duro e pagano le tasse – rischiano di guardarsi intorno e vedere solo un Paese fermo. La nuova stella della politica israeliana dovrà però ricordarsi dell’esperienza del suo defunto padre Yossef “Tommy” Lapid, il cui Shinoui, un Partito laico ostile agli ultra-ortodossi, aveva ottenuto 15 seggi nel 2003, per poi affondare. Per gli analisti israeliani, la vittoria politica di Lapid sembra essere la vittoria della politica moderna, quella della politica di Internet e della TV-inchiesta. 

Yair Lapid ha accettato la mano tesa di Netanyahu per la stesura di un programma di governo incentrato sulla questione sociale: eguaglianza, casa, metodi di governo. Entrambi i protagonisti di questa elezione sono per un Governo allargato. Ma Netanyahu sembra, oggi, più  isolato. Non ci sarà nessun Governo fatto bene, ossia, nessun Governo che Netanyahu possa dirigere senza diventare un reietto internazionale, senza Lapid, che è così diventato l’attore più importante nel sistema politico. Netanyahu, designato ufficialmente dal Presidente Simon Perez a formare il Governo, ha 14 giorni per sciogliere importanti nodi, ossia come distribuire i Ministeri più importanti. In gioco per un posto chiave ricordiamo c’è anche Naftali Bennett, volto nuovo  del Partito ultra-ortodsso Bayit Yehudi, anche se è Lapid il fulcro del delicato meccanismo politico. Secondo diversi media israeliani, Netanyahu potrebbe dare il Ministero degli Esteri  o quello delle Finanze al telegenico Yair Lapid, che preferirebbe però il Ministero per le Politiche sociali o gli Interni. Neofita sulla scena internazionale, Lapid sembrerebbe volere un rilancio del processo di Pace con i Palestinesi, sospeso nel 2010, rifiutando però ogni concessione su Gerusalemme-Est. I Palestinesi sono pessimisti sul futuro dei negoziati anche se sono pronti a lavorare con qualsiasi Governo israeliano che riconoscesse lo “Stato di Palestina”, dopo che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha concesso loro lo statuto di Stato osservatore, come afferma il Ministro degli Esteri palestinese Riyad Al-Malki.

Alla luce dei fatti, Netanyahu forse non è però così “perdente”. Ora può contare su un centro-destra per il quale non ha mai nascosto la sua simpatia. La coalizione nazionalista messa in piedi 4 anni fa era stata dettata dalla necessità. Oggi ha le mai più libere di allora per poter agire come desidera. In politica interna non ci saranno problemi con i suoi alleati di Governo, i problemi socio-economici del Paese sono stati il fulcro della campagna elettorale di tutti, mentre la politica estera non è stata praticamente affrontata. E se sappiamo che Benijamin Netanyahu è ossessionato dall’Iran, Yair Lapid lui ha respinto qualsiasi velleità di intervento unilaterale contro gli impianti nucleari iraniani e forse questo sarà un grande problema. L’isolamento nel quale Netanyahu e Lieberman hanno portato Israele preoccupa gli elettori, che vogliono avere dei buoni rapporti con gli Stati Uniti, con Barack Obama, invece che più abitazioni nelle colonie e delle minacce di guerra contro l’Iran.

© Rivoluzione Liberale

CONDIVIDI

1 COMMENTO

  1. Analisi, come sempre, accurata, esatta e brillante. É naturale che una parte dell’elettorato israeliano si sia orientata su temi di politica interna ed economica, ma il vero nodo per Israele é il processo di pace, per ora bloccato per convergente volontá dei radicali delle due parti e, a quanto pensano amici israeliani tra i piú intelligenti e disincantati, non sará l’eventuale alleanza Netanyahu-Lapid a cambiare le cose. Tutt’al piú la presenza di Lapid, specie se andasse agli Esteri, dará una spolverata di rispettabilitá e permetterá di attenuare l’isolamento israeliano.

Comments are closed.