Se facendo una passeggiata per Piccadilly Circus vi capita di imbattervi in personaggi vestiti con abiti dalla foggia ottocentesca, magari con addosso qualche strano aggeggio tecnologico (molto trendy l’occhiale/cannocchiale in ottone), non spaventatevi.

In primo luogo, perché siamo in Inghilterra: qui, negli anni sessanta, si cominciavano a vedere per la prima volta, a fianco delle immobili guardie della Regina, giovani con le creste colorate che lo stesso Fenimore-Cooper avrebbe riconosciuto subito come personaggi usciti dal suo Ultimo dei Mohicani.

Però non si tratta solo di questo. Che gli inglesi siano strani, è materia assodata. Ma questo nuovo tipo di stranezza, curiosamente, ci sembra quintessentially English (il non plus ultra dell’inglese): una nuova moda che guarda all’antico come se esso fosse già stato moderno.

Ci spieghiamo meglio. Ricordate personaggi come H.G. Wells, l’indimenticato autore di racconti come La macchina del tempo e La guerra dei mondi ? Bene, questi qui sono i nipotini del signor Wells, i discendenti di quella vena fantascientifica che pur non avendo avuto, in Gran Bretagna, personaggi assoluti come Jules Verne, ha senza dubbio costituito un filone carico di inventiva sia in letteratura che nel cinema. Del resto, da Wells, seppure con costrutti diversi, discendono anche Huxley e Orwell con le loro distopie futuriste da incubo.

Insomma, benvenuti nel mondo dello steam-punk, la nuova moda che è partita un po’ in sordina ma che negli anni ha saputo conquistare sempre maggiore terreno tra gli adolescenti del Regno Unito.

La parola punk non necessita di chiarimenti. Steam invece, per chi non lo sapesse, significa “vapore” inteso come la forza motrice prodotta dalla combustione del carbone – praticamente, la benzina del periodo Vittoriano.

Tralasciando il fatto che ci sono addirittura congressi di appassionati interamente dedicati alla materia, sembra interessante notare come questa tendenza informi di sé la letteratura, il cinema ma anche la scultura sino ad arrivare – per quanto ammettiamo la nostra ignoranza nel settore – alla moda che quest’anno, stando a quotidiani come l’Independent, avrebbe impostato le proprie collezioni seguendo vagamente le linee degli abbigliamenti steam-punk.

L’ultimo successo in termini di letteratura per ragazzi l’ha messo a segno lo scrittore americano Scott Westerfield che si è inventato una intera trilogia dandole un titolo che all’orecchio anglosassone non può non essere evocativo: Leviathan, infatti, è ora un libro di successo ma innanzitutto rimanda, nel nome, sia al mostro biblico che all’opera di Thomas Hobbes.

In pratica, si tratta di una rilettura del primo conflitto mondiale in chiave steampunk, ovvero con l’inserzione di macchine vintage mai esistite (ma che, con un po’ di fantasia, avrebbero potuto essere realizzate) in un contesto storico ben definito. Ecco allora che le potenze dell’Intesa sono i Darwinisti, quelli che usano l’ingegneria genetica per creare enormi mostri da combattimento, mentre gli Imperi Centrali sono i Cigolanti, quelli che si affidano a giganteschi androidi antropomorfi rigorosamente a vapore.

Da qui si potrebbe risalire anche agli anime giapponesi che il filone l’hanno già sfruttato e da un bel po’ di tempo. Basti pensare al lungometraggio animato Steamboy di Katsuhiro Otomo oppure, ancora più indietro, al Mistero della Pietra Azzurra di Hideaki Anno, vero capostipite di questa tecnologizzazione fanta-vittoriana.

Tutto questo ragionamento, al di là della storia della cultura, diventa interessante se calato nel contesto britannico, dove il genere in questione sembra spopolare. In effetti, lo steampunk è fortemente britannico se non altro perché ripropone quella che è una delle caratteristiche tipiche inglesi, a tutti i livelli: lo slancio verso il Progresso, purché esso abbia le fattezze del Passato.

E allora se i ragazzini italiani se ne vanno in giro per Trafalgar Square a leggere Repubblica sugli I-Pad, gli inglesi si vestono con finti marchingegni vittoriani mai esistiti – beninteso – ma che a loro ricordano i gloriosi anni dell’Impero ben più che la Mela di Steve Jobs.

© Rivoluzione Liberale

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