I candidati sono ormai entrati nel vivo della campagna elettorale quindi ogni occasione è buona per attaccare l’avversario, magari seguendo i consigli di qualche spin doctor accuratamente selezionato. Anche il Professore si è trasformato in un candidato come tutti gli altri e, nonostante la sua “equidistanza” sia dalla Destra sia dalla Sinistra sia dal Centro, ammette di rispondere al battibecco continuo, perché provocato.

Mario Monti non rinuncia ad attaccare il Cavaliere, in particolare, il quale avrebbe presentato una lista elettorale per difendere “le vittime di governi e di politici che si sono impegnati in promesse irrealizzabili” e “hanno aggravato la crisi”, alimentando “il nazionalismo e il populismo”. Il segretario Alfano, a sua volta, lo riattacca affermando che “Il Pdl o è con Berlusconi leader o non è”. Appoggiandosi ad un articolo del Financial Times, Alfano sostiene inoltre che il premier uscente ha perduto la sua amata credibilità in campo internazionale, la stessa credibilità – accumulata prima come docente, poi come Commissario europeo e, infine, come premier tecnico – che Mario Monti ha rivendicato a Davos, di fronte alla platea del World Economic Forum, dove si è presentato come il leader delle riforme di lungo periodo, le uniche in grado di cambiare l’Italia in profondità. Il Professore si è definito l’antidoto dello “short-term”, ossia della visione di breve periodo, e delle “promesse irrealizzabili” che hanno contraddistinto l’Italia degli ultimi dieci anni (governo tecnico escluso), non importa se al governo ci fosse la Destra o la Sinistra. Monti si distanzia da tutti e attento, come sempre, a non alzare i toni, marca le distanze anche dall’Udc: “C’è una coordinata armonia, ma ognuno va per la sua strada”, sottolinea il Professore. Però ciò che non convince delle sue parole è la conclamata distanza dalla “vecchia politica”, dall’Italia degli “interessi corporativi”, la “sua diversa identità” – suggeritagli magari dai suoi guru – diversa dai “vecchi partiti che hanno portato l’Italia al disastro”. In sostanza un’identità diversa “da una vecchia politica che cerca di difendere i propri privilegi e lo sperpero di fondi pubblici”.

Il Professore attacca il Cavaliere ma attacca anche l’aspirante premier del centrosinistra, come per sfatare “la bugia di Berlusconi che farò da stampella a Bersani”, afferma. Sostiene di essere diverso sia dalla Destra sia dalla Sinistra e di condividere questa sua diversità con i neomovimenti cesaristi made 2.0, che ora sembrano essersi rassegnati ad approdare in tv; in fondo per lo sprint finale la tv è necessaria e anche Grillo dovrà farsene una ragione, a vantaggio dello share.

Quella del Professore è, prima di tutto, una distanza da ‘certi’ leader, a sinistra come a destra, e immaginando delle possibili collaborazioni post-elettorali afferma: “Poniamo che il Pdl non sempre guidato dall’onorevole Berlusconi… si potrebbe benissimo immaginare una collaborazione con quel partito, una volta mondato e emendato dal tappo che per sua natura impedisce le riforme”. La risposta pronta gli arriva da Angelino Alfano che, in manifestazione per la presentazione dei candidati del Pdl, sottolinea: “Se c’è una cosa dalla quale il Paese deve essere mondato questa è Monti e il governo dei tecnici”.

In definitiva, la soluzione del Professore non sarebbe né un’alleanza con Pdl e Lega né un accordo “con l’estrema sinistra”. “Solo i centristi possono garantire un futuro di riforme al Paese”, ammonisce Monti. Da Milano, dove ha presentato i candidati di Lista civica, marca inoltre le distanze ‘elettorali’ anche rispetto a ‘certi’ leader della Sinistra: “Siamo elettoralmente avversari della Sinistra, a maggior ragione della Sinistra di Vendola” e, aggiunge, “ci preoccupa l’influenza della Cgil su Bersani”. Nel contempo non manca di scagliarsi, anche in quella sede, contro il Cavaliere e dopo averlo definito un “tappo” per le riforme aggiunge che “la presenza autorevolissima di Berlusconi alla testa del Pdl non favorisce l’emergere di voci riformiste”. La precedente apertura al Polo delle libertà epurato dal Cavaliere, rassicura il Professore, “non è un disegno di alleanza, non vorremmo partecipare a un governo nel quale fossero presenti o influenti forze con intonazione populista o antieuropea”.

In sostanza, anche questa campagna elettorale si sta rivelando il solito duello tra leader, mediatico e non, mentre doveva essere la campagna elettorale dei contenuti e dei programmi. Il codice etico viene battuto sul campo dal marketing politico e dalla guerra dei sondaggi, appena iniziata. Fino ad ora si è parlato (tanto) solo di candidati che potrebbero o non potrebbero vincere e di possibili premier futuri. Una situazione alquanto deludente aggravata dal clima antipartitico e antipolitico che caratterizza la pubblica opinione ormai stanca della solita classe dirigente la quale, nonostante i continui moniti del Capo dello Stato e le sollecitazioni provenienti dalla società civile, non è stata capace di modificare – molto probabilmente per inconfessabili interessi di parte – l’attuale e scellerato sistema di voto.

I “Liberali per l’Italia-PLI”, distanziandosi da una simile kermesse costruita su una contorta rete di personalismi, non condividono le linee d’azione da marketing politico – che sembra essere diventato la regola – e nel loro programma in dieci punti ribadiscono l’importanza di un codice etico: “Bisognerebbe confrontarsi sul terreno delle idee, dei valori, dei progetti concreti e della necessaria eticità, di cui il patrimonio liberale è sempre stato alfiere”. Non a caso si tratta del primo punto del programma.

Da questa necessità politica, sociale e civile scaturisce la lista “Liberali per l’Italia-PLI” (secondo punto del programma) che, estranea ad ogni forma di leaderismo, vuole essere una valida “alternativa al vuoto nuovismo e al personalismo che stanno caratterizzando sempre più la politica italiana”.

“Credevamo che la lunga transizione italiana volgesse la termine”, affermano i Liberali per l’Italia. “In realtà troviamo contrapposte la stessa destra e la stessa sinistra che si sono confrontate nell’ultimo ventennio, con un modesto centro neo-democristiano diviso in diversi frammenti che si propone come stampella di una sinistra che da sola non sarà in grado di governare. In un simile contesto, la prossima legislatura durerà poco più di un anno”.

Il battibecco continuo tra le diverse parti, esploso negli ultimi giorni, sembra confermare le previsioni dei Liberali per l’Italia; previsioni non rosee per la stabilità del Paese. L’impressione dettata dal duello serrato tra leader è una precarietà diffusa, trasversale ai diversi schieramenti, che alimenta l’asperità di certi toni ed è destinata a proiettarsi sulla prossima esperienza di governo, di qualunque colore essa sia. “Ho l’impressione che non durerà mica tanto”, afferma il leader dell’Udc.

I personalismi e le manie da leader sono, anche in questa campagna elettorale, le armi preferite dai diversi competitor che, in questo modo, tentano e sperano di celare (come al solito) le profonde incertezze sul futuro. Un futuro che si prospetta più problematico del presente e più contorto del passato.

La distanza tra riformisti e conservatori si rivelerà sempre più marcata perché in ogni partito si annidano principi di conservatorismo difficili da debellare. Le resistenze al cambiamento sono trasversali e, in verità, ognuno è ‘interessato’ a difendere i propri privilegi, da leader.

© Rivoluzione Liberale

CONDIVIDI