Viviamo tempi di diffuso pessimismo, in cui sembra si sia persa la cosa più importante, la speranza nel futuro. Globalizzazione e capitalismo sfrenati hanno prodotto un po’ dappertutto guasti che contrastano colle radiose illusioni seguite alla caduta del muro di Berlino e alla fine della Guerra Fredda (ricordate le previsioni di Fukuyama sulla fine della Storia?). E tuttavia  in molte parti del mondo, specie in Asia e in America Latina, ma anche negli Stati Uniti e in molti Paesi europei, si può avvertire una volontà di guardare avanti a sé e una sostanziale fiducia nella possibilità di seguire nel cammino del progresso.

Credo che invece, se si facesse una classifica mondiale del pessimismo, l’Italia sarebbe ai primissimi posti. La “Itala gente dalle molte vite” sembra aver perduto la fede in sé stessa. Perché? Dopotutto siamo uno dei Paesi più ricchi e civili del mondo, abbiamo istituzioni solide e strutture sociali che resistono alla prova, abbiamo risolto i problemi basici dell’esistenza e non ci mancano capacità lavorativa, inventiva e persino genio: quelle capacità che ci permisero di risollevarci dall’abisso della guerra perduta e realizzare un vero miracolo, che ben poté essere definito un secondo Rinascimento italiano. Certo, paghiamo anche noi lo scotto di crisi mondiali che ci superano, ma se lo paghiamo più di altri è dovuto, io credo, a una classe dirigente innanzitutto, ma non soltanto,  politica, che con le dovute eccezioni fornisce esempi di cattiva gestione, mancanza di capacità previsionale, cecità o incuria di fronte ai nodi da sciogliere, piccoli calcoli elettorali, irresponsabilità, menzogna e uso privato delle risorse pubbliche.

Ogni giorno ci porta uno scandalo, che si tratti di mal uso dei fondi assegnati alla politica o di spericolate operazioni finanziarie, che obbligano poi lo Stato, cioè tutti noi, a intervenire pesantemente per tappare buchi aperti dalla criminale insensatezza di pochi. Ciò esiste anche altrove (eccome!) ma da noi ha raggiunto limiti estremi, tanto da generare nei cittadini un misto di schifo e, purtroppo, anche di fatalistica assuefazione. “Le cose sono andate sempre, e continueranno ad andare così, non c’è niente da fare” sembrano dirsi in tanti. Molti reagiscono rifugiandosi nell’astensione, altri rincorrendo pericolosi giustizialismi alla Grillo o Ingroia.  E la classe politica, nelle sue articolazioni principali, invece di rendersi conto della necessità di restituire fiducia alla gente, accentua i propri difetti con una campagna elettorale rancorosa, gridata, stridula in cui, come ha ricordato Barbara Speca su queste colonne, a un serio dibattito su idee e programmi, si è sovrapposta una vociferante girandola di battute, insulti, risse da taverna (in ordine di tempo, quelle a cui ci fanno assistere Ingroia e la Boccassini – dimentichi del maggior dovere di un magistrato, la sobrietà e la discrezione – e la sguaiata Alessandra Mussolini). Complice, ripetiamolo ancora una volta, un sistema di informazione che privilegia questo tipo di contesa, ci si diverte, la ingigantisce, ne fa il centro dell’attenzione e non si rende conto di quanto contribuisce non solo a involgarire il tono della nostra vita pubblica ma anche a deprimere la gente che ne è spettatrice.

Certo, ci sono le Tribune Elettorali, che mettono in scena dibattiti generalmente pacati e abbastanza concreti (e tra l’altro, piuttosto rassicuranti quando si ascoltano le intenzioni e i programmi, nell’insieme ragionevoli, esposti dai partecipanti). Per fortuna esistono (permettetemi di ricordare con un po’ di orgoglio che furono lanciate quando mio padre era Presidente della Giunta di Vigilanza della RAI-TV e Ugo Zatterin direttore del Telegiornale). Ma temo proprio che, nell’indegno frastuono di risse e insulti che quotidianamente ci assorda, vadano in buona parte disperse.

Se all’origine di questo imbarbarimento della contesa politica, come dell’abbassamento di livello della rappresentanza politica, vi è certamente Silvio Berlusconi, e gente come Grillo e Ingroia vi si sono gettati a capofitto, anche persone normalmente serie, Mario Monti compreso, sono praticamente costrette a seguire il gioco, con maggiore o minore efficacia  (la campagna che gli americani chiamano “negativa” non mi sembra tra le specialità del Professore). Peccato! Peccato perché l’Agenda Monti – che riprende tanti dei temi proposti dai Liberali italiani – era ed è una cosa seria e, se veramente realizzata, potrebbe in tempi ragionevoli far riprendere all’Italia il cammino della crescita. Peccato, perché nei programmi anche del PDL e del PD vi sono elementi che meriterebbero almeno di essere discussi con pacatezza e magari approfonditi. Ma di tutto questo, temo, vedremo e udiremo ben poco nelle settimane che ancora ci separano dalle elezioni.

E invece, ora più che mai, dovere delle forze politiche responsabili sarebbe di ridare alla gente  la speranza perduta, non solo indicando soluzioni credibili ma anche accettando quella che sarà comunque una necessità politica, cioè una collaborazione tra varie forze per realizzarle nell’interesse del Paese. Perché, se in campagna elettorale differenziarsi è necessario, è inutile e dannoso precostituire fosse presuntamente invalicabili che poi, a urne chiuse, sarà difficile tornare colmare.

L’invito a ridare così speranza alla gente ci sentiamo di rivolgerlo soprattutto al Centro. La sinistra pare aver perso la vecchia capacità di  progettare l’avvenire e Bersani pare trovarsi a suo agio in un’atmosfera rissosa (quella tremenda frase: “li sbraniamo” basterebbe a condannarlo). Berlusconi è, lo sappiamo da vent’anni, un’illusionista capace solo di creare falsi miraggi. Però attenzione, è forse l’unico ad aver capito che, per sedurre gli ingenui, da noi rischia di essere vincente chi capisce che la gente ha bisogno di essere rassicurata, di sperare in qualcosa, e quindi non si fa scrupolo a promettere facili scorciatoie e “domani che cantano”. Anche se se si tratta, come si è visto in questi anni, di ricette per immancabili disastri.

© Rivoluzione Liberale

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