Una delle tante aspettative popolari cavalcate dalla classe politica della Seconda Repubblica e, come vizio, disattese dall’ipocrisia della stessa, è quella relativa ad un codice di auto-regolamentazione in merito alle candidature al Parlamento e, più in generale, ai vari livelli istituzionali.

Prima di entrare nel dettaglio dei ragionamenti è d’obbligo una premessa: una candidatura non dovrebbe prescindere dalle qualità del candidato, dal merito e, se non è chiedere troppo, da un cursus honorum adeguato.

Trovandoci in Italia, però, in balìa di una classe politica che mira, come dimostrato da perlomeno un ventennio di nulla progettuale, più alla auto-conservazione che non alla pianificazione del benessere e del futuro del Paese, non c’è da stupirsi di come i requisiti per le candidature, in molti casi, esulino dai requisiti sopra indicati e scadano in equilibrismi figli di necessità ben poco ideali.

Entrando nello specifico delle elezioni va sottolineato come, se nel 1953 una legge elettorale passò alla storia come “legge truffa” per prevedere un premio di govenabilità per la coalizione che superava il 50% dei voti, oggi ci si ritrovi a fare i conti con un sistema elettorale ben peggiore, che potremmo definire semplicemente vergognoso, per la spudoratezza con la quale si spinge a tutelare la classe politica che lo ha concepito e realizzato.

La Legge di oggi prevede soglie di sbarramento per i partiti e per le coalizioni di partiti e garantisce il 54% dei seggi complessivi della Camera alla coalizione che ottiene la semplice maggioranza relativa nazionale; per il Senato, il 55% dei seggi assegnati alla Regione per la coalizione che vi ottiene la semplice maggioranza relativa dei voti. Escluse le preferenze, i candidati possono essere presentati in più circoscrizioni in liste bloccate e saranno gli stessi a scegliere in quale dichiarare l’eventuale elezione (Berlusconi risulta eletto in Molise e Casini in Liguria, ad esempio…). Gli eletti saranno tali semplicemente per la posizione nella quale saranno inseriti nella lista.

Un tanto al chilo, insomma, garantito ai partiti maggiori che si sono accordati in tal senso per eliminare preventivamente la minaccia vi sia una rappresentatività reale del Paese in Parlamento uccidendo, così, il vero spirito della Politica: mediazione e confronto in funzione di proposte il più possibile condivise.

Se da un lato la gogna mediatica si è accanita contro, definiamoli così, i veterani del Parlamento, dal altro ha colpito gli “impresentabili”.

Partiamo dagli “impresentabili”: così sono stati definiti i parlamentari, o aspiranti tali, coinvolti in indagini giudiziarie più o meno gravi. A sgomberare, almeno in parte, il campo ci ha pensato il recente decreto del Governo Monti che ha introdotto il divieto di ricoprire “cariche elettive e di Governo”, impedendo quindi la candidatura, per chi abbia subìto sentenze definitive di condanna per delitti non colposi. Per gli altri casi, compreso il rinvio a giudizio e le condanne in primo grado, è tutto in mano ai partiti che possono decidere in base alla propria convenienza ed opportunità.

Premesso il doveroso riconoscimento che i “chiacchierati” sono innocenti fino a coinvolgimento provato e che ogni imputato è da ritenersi innocente fino a sentenza passata in giudicato, riportiamo qualche nome.

Dopo tormenti e sofferenze, dalle liste PDL hanno fatto un passo indietro o sono stati depennati alcuni pezzi grossi quali Marcello Dell’Utri (rinviato a giudizio nell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia) e Nicola Cosentino (imputato per concorso in associazione mafiosa). A questi va aggiunto Claudio Scajola (coinvolto in vari procedimenti che sono stati però archiviati o dai quali è stato assolto).

In casa PD, dal comitato garanti sono stati depennati i senatori uscenti Vladimiro Crisafulli (rinviato a giudizio per concorso in abuso d’ufficio; archiviata l’indagine per concorso esterno in associazione mafiosa), Antonio Papania (ha patteggiato una condanna per abuso d’ufficio) ed il consigliere regionale campano Nicola Caputo (indagato per truffa e peculato). Si sono ritirati autonomamente, invece, il deputato uscente Antonio Luongo (rinviato a giudizio per corruzione) e l’ex assessore provinciale di Milano Bruna Brembilla (coinvolta nel2008 inun’indagine, finita con un’archiviazione, per presunti contatti con la ‘ndrangheta).

In deroga ai proclami, hanno invece ottenuto un lasciapassare e sono stati candidati dal PDL l’ex Presidente della Lombardia Formigoni (dimessosi per le ripercussioni degli scandali in Lombardia ed indagato per concorso in corruzione nelle inchieste sulla Sanità), il coordinatore Verdini (varie indagini per bancarotta fraudolenta, associazione per delinquere, concorso in corruzione e truffa allo Stato) e l’ex Presidente del Lazio Polverini (dimessasi per le ripercussioni degli scandali in Lazio).

Nelle liste Mpa – Partito dei siciliani alleata del PDL, troviamo, poi, l’ex Presidene della Sicilia Raffaele Lombardo (dimessosi l’estate scorsa a seguito di indagini per concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio).

Per l’Udc il nome di maggior risalto è il segretario Lorenzo Cesa (uscito pulito per prescrizione da una indagine per corruzione e coinvolto, poi, in una indagine, archiviata, per truffa all’Unione Europea ed associazione a delinquere).

In casa Lega non si registrano, salvo questioni apparentemente minori, casi eclatanti per le politiche. Seppur chiamati in causa nella indagine su fondi pubblici e stipendi extra, la consistenza della quale è, a dire il vero, tutta da verificare al netto delle tensioni e della faida che stanno agitando il partito, troviamo ricandidati al Senato in Lombardia gli uscenti Calderoli (capolista) ed il sindaco di Chiari Mazzatorta (un big del gruppo al Senato il quale, più che colpe gravi, pare pagare dazio nella guerra tra correnti perché inserito in posizione che ne complica la rielezione). Candidato in posizione ottimale al Senato anche il sindaco di Adro Lancini coinvolto, negli anni passati, in processi per inquinamento dai quali, tra assoluzioni e prescrizioni, è uscito pulito.

Per le Regionali, invece, nonostante le pulizie di primavera nelle roccaforti Brescia, Bergamo e Varese, le velleità di ricostruire una verginità al partito vengono ofuscate dalla ricandidatura di ben cinque consiglieri uscenti coinvolti nelle rumorose indagini sul caso rimborsi: Dario Bianchi (Como), Giulio De Capitani (Lecco), Fabrizio Cecchetti (Milano), Angelo Ciocca (Pavia) ed Ugo Parolo (Sondrio).

Consiglieri lombardi uscenti coinvolti sono anche i PD candidati al Parlamento Franco Mirabelli, Giuseppe Civati e Francesco Prina; numerosi (non è possibile fornire dettagli maggiori perché i nominativi stanno emergendo proprio nelle ore a ridosso della scrittura di questo articolo – n.d.a.) i coinvolti del centro-sinistra, principalmente PD, ricandidati alle Regionali lombarde.

Passando al caso dei “veterani” del Parlamento, senza citare tutti i casi, tra coloro che più o meno volontariamente hanno rinunciato alla candidatura, i più significativi sono il montiano ex-PDL Pisanu (quasi 39 anni in Parlamento); i PD D’Alema (quasi 26 anni in Parlamento) e Veltroni (quasi 24 anni); i leghisti Castelli e Leoni (entrambi quasi 21 anni).

Al di là delle qualità dei singoli, i sopra menzionati possono anche essere considerati come dei bei capri espiatori contro i quali si sono scagliati i mass media per dare qualche preda in pasto al popolo assetato di sangue, così da distrarne l’attenzione.

Infatti, tra intoccabili, deroghe formali ed equilibrismi interni ai partiti, la lista dei ricandidati con esperienza ventennale è ben più corposa. Possiamo citare i montiani Fini e Casini ed il PDL Matteoli (in Parlamento dal 1983, IX legislatura); il leghista Bossi ela PD Finocchiaro(come D’Alema dal luglio 1987, X legislatura); i leghisti Maroni (che non si ripresenta al Parlamento, ma è candidato alla Presidenza della Regione Lombardia) e Calderoli, il PD e Marini, gli ex-PDL Gasparri e La Russa (dal 1992, XI legislatura);la PD Bindi, l’UDC Buttiglione ed il PDL Berlusconi (dal 1994, XII legislatura).

Al riguardo, se sul fronte PD la maggioranza dei parlamentari è stata scelta tramite le primarie (ora concettualmente tanto esaltate, ma tuttavia concettualmente non immuni da vizi e limiti; ma questo è un altro discorso…), non possono che far sorridere, però, le deroghe e la benevolenza con la quale sono stati trattati i big del partito. Una risata amara, invece, la si può fare riguardo alle liste PDL per le quali le primarie sono state ampiamente annunciate per spirito di democrazia e condivisione, ma annullate solo perché il capo non ha posto il veto.

In un contesto di regole perentorie annacquate da una infinità di interpretazioni, l’unica certezza è che le aspettative degli italiani siano state, ancora una volta, disattese.

In molti casi le deroghe, siano a vantaggio dei “veterani” o degli “impresentabili”, altro non sono che un pretesto per epurazioni e giochi di corrente tramite le quali la classe dirigente di turno mostra i muscoli lasciando le briciole agli avversari interni. Caso eclatante la scimitarra passata in casa leghista sul collo dei “bossiani” la rappresentatività dei quali è stata ridotta ai minimi termini dai “maroniani” piglia-tutto.

Parzialmente diversa la valutazione in casa PD dove, seppur con proporzioni che fanno capire chi comanda, pare essere stato raggiunto un equilibrio condiviso tra “bersaniani” e “renziani”. A testimonianza di questo il buonismo con il quale Renzi, dopo l’euforia e gli strali delle primarie, ha ricondotto a miti consigli la propria iniziativa critica e posto il silenziatore sulla polemica, ad esempio, contro la vecchia classe dirigente.

Discorso analogo per il PDL dove, al di là delle dichiarazioni di facciata e distinguo che hanno portato a tanto abbaiare, mini-scissioni ed ad un universo di listarelle, alla fine della storia risulta siano tutti, ancora una volta, allineati e coperti a sostegno del capo indiscusso; sostanzialmente in linea con il piano di circa un anno fa che prevedeva una molteplicità di liste, allora definite civiche, così da differenziare il messaggio per intercettare il maggior numero di elettori possibile.

L’aspetto sul quale riflettere, però, è come, troppo spesso, al momento delle scelte venga invocato il “criterio dell’opportunità” e non una chiara presa di distanza da situazioni e persone verso le quali l’iniziativa dell’esclusione viene intrapresa timidamente e quasi scusandosi. Ciò fa, perlomeno, dubitare della reale volontà dei partiti di ricondurre ad una dimensione etica la propria azione e di ripulirsi dalle infiltrazioni mafiose che ai partiti portano sì qualche imbarazzo, ma, spesso e volentieri, anche una consistente dote di voti e soldi.

“Non vorrei scoprire che per qualcuno i voti raccolti qui … prima profumavano e ora puzzano” ha dichiarato uno degli “impresentabili” esclusi riguardo ai voti che ha raccolto per il suo partito. Questo rende l’idea di come i partiti raccolgano senza porsi tanti problemi sulla provenienza dei voti per scaricarne i portatori solo se costretti da una particolare attenzione dei media a loro volta aizzati e spinti dall’opinione pubblica.

Infine, una serie di riflessioni, anche provocatorie, che non possiamo evitarci.

Premesso che non si può fare di ogni erba un fascio, è legittimo chiedersi, però, che cosa abbiano fatto per il bene dell’Italia e dov’erano quando la barca cominciava ad affondare i vari “veterani” del Parlamento espressione della classe politica che ci ha governato finora.

Che merito, quali capacità e lungimiranza abbia dimostrato chi, alternativamente in maggioranza ed opposizione, ha gestito il Paese per un così lungo periodo traghettandoci in questa crisi economico-finanziaria, oltre che di valori.

Ma soprattutto, chiediamoci come possano ergersi, ora, a salvatori della Patria, i rappresentanti di una classe politica dirigente che si sveglia solo ora, incapace di assumersi responsabilità tanto da necessitare una parentesi di Governo tecnico al quale addossare la colpa di riforme impopolari, una classe politica dirigente dimostratasi inefficace quando era in maggioranza così come quando era in minoranza nella sua azione di controllo, di condanna quando necessario, oltre che di capacità di elaborare proposte alternative.

La risposta non può che essere ricercata in un’alternativa nella scheda elettorale sostenendo la nuova realtà del Partito Liberale Italiano capace di presentarsi, con i suoi giovani, donne e volontari di ogni classe sociale, senza intrallazzi e compromessi al ribasso, grazie ad un impegno con forti connotazioni valoriali ed un codice etico assoluto garante dell’onestà intellettuale dei propri candidati, per dimostrare come sia possibile un modo diverso di fare politica, attento agli interessi del Paese.

Il sostegno al PLI (oggi per il voto a “Liberali per l’Italia-PLI” e domani per un maggiore radicamento sul territorio) significa anche una contrapposizione alla politica che ha visto tutti gli schieramenti, negli anni nefasti della Seconda Repubblica, dimostrare di non essere in grado di garantire alcuna delle riforme necessarie per rendere il Paese una moderna democrazia laico liberale.

Ispirandoci al insegnamento di Benedetto Croce, possiamo affermare come il sostegno al PLI sia un posizionamento che vada oltre (oggi diremmo alternativo) alla destra così come alla sinistra perché più che fossilizzarci sulla questione destra o sinistra, etichette utili solo per creare divisioni, dobbiamo impegnarci, da Liberali, per una politica responsabile, che premi il merito, che raggiunga risultati e mantenga gli impegni, che generi sviluppo, benessere e sicurezza per i cittadini.

© Rivoluzione Liberale

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1 COMMENTO

  1. Aggiungo solo una piccola cosa che riguarda la mia regione. In Emilia Romagna il capolista della Lega Nord Gianluca Pini è indagato per millantato credito ed evasione fiscale…forse una piccola cosa (anche se l’evasione sarebbe per cifre a sei zeri), ma non tanto.

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