“Benvenuti in un Mondo migliore” ha dichiarato sorridendo il Presidente del Cile Sebastian Pinera accogliendo, venerdì  25 Gennaio a Santiago, il Presidente del  Governo spagnolo, Mariano Rajoy. Questo saluto ironico riassume una realtà bruciante per il Vecchio Continente, che fino a poco tempo conduceva i giochi, perché il Cile e la Spagna simbolizzano perfettamente uno la crescita economica dell’America Latina, l’altro l’ampiezza della crisi dell’Unione Europea.

I 27 Stati membri dell’UE e i 33 Paesi della nuova Comunità di Stati latino-americani e caraibici (Celac) si sono riuniti a Santiago del Cile, mobilitando una quarantina di capi di Stato o di Governo, tra i quali hanno spiccato due donne: la Presidente brasiliana Dilma Rousseff, convinta  predicatrice dell’inclusione sociale attraverso la crescita e la Cancelliera Angela Merkel, imperatrice dell’austerità.  A Cadice nel Novembre scorso, durante il vertice iberico-americano, la Rousseff fustigava la politica economica dell’UE avvertendo che la “fiducia non si costruisce solo con i sacrifici”. L’incontro interregionale si è tenuto nel momento in cui la crisi della zona euro contrasta con l’espansione dell’economia latinoamericana. Da una parte e dall’altra si è fatto appello al rilancio degli investimenti e del commercio. “Se una metà del Mondo è in recessione, l’altra parte non potrà portare avanti la sua crescita”, ha affermato il Presidente Pinera, che ha chiesto un rapporto “meno verticale, più orizzontale, che evolvesse dall’assistenza alla vera cooperazione”. Mentre i sei summit precedenti (il ciclo è cominciato a Rio de Janeiro nel 1999) erano definiti vertici UE-ALC (America Latina e Caraibi), quello di Santiago è il primo della serie UE-Celac. Non cambia niente per quanto riguarda i partecipanti. La sfumatura è politica. Mentre l’ALC non rappresentava che una zona geografica, la Celac, costituita nel Dicembre 2011 a Caracas, è un’istituzione per la consultazione politica ed economica, che dovrebbe parlare con un’unica voce, in nome di tutti i Paesi d’America Latina e dei Caraibi, anche se la cosa, forse, non sarà così semplice. Le divergenze si sono cristallizzate intorno al protezionismo, del quale ci si accusa a vicenda, e alla certezza giuridica. Un fronte di rifiuto è stato abbozzato dall’Argentina e dal Venezuela, con il sostegno della Bolivia, di Cuba e dell’Equador. Così, la garanzia degli investimenti stranieri è stata stemperata in una lunga dichiarazione congiunta e l’appello dell’UE di un rilancio dei negoziati con il Merconsur (l’Unione doganale sudamericana) è stato posticipato alla fine del 2013, per richiesta della Presidente dell’Argentina, Cristina Kirchner. Le misure protezionistiche della Presidente Kirchner disturbano anche i suoi partner principali, i brasiliani. Il Merconsur è minato dalla guerra commerciale tra i due grandi, Brasile e Argentina, indifferenti alla sorte dei piccoli, Uruguay e Paraguay. L’entrata del Venezuela, le cui modalità rimangono ancora da negoziare, rafforza la posizione dell’Argentina. Contrastante con questa elusività, l’Alleanza del Pacifico, formata da Cile, Perù e Messico nel 2012, ha annunciato la formazione di una zona di libero scambio, che coprirà il 90% di prodotti, prima del prossimo 31 Marzo. Il dinamismo di questo nuovo blocco rivolto verso l’Asia del Pacifico risalta sull’immobilismo del Merconsur. Non è un caso che i brasiliani continuino a corteggiare i cileni ricordato loro l’importanza di un asse stradale che leghi l’Atlantico al Pacifico. Gli Europei non hanno dissimulato in alcun modo il loro interesse, arrivando Rajoy a chiedere l’adesione della Spagna all’Alleanza del Pacifico. L’ostruzionismo degli argentini, dei Venezuelani e dei loro alleati non ha suscitato alcuna sorpresa visto che l’UE ha già firmato accordi con il Brasile, il Messico, i Paesi andini e l’America centrale: cioè con quasi tutti gli altri.

Dietro all’unanimità di facciata, l’America Latina e i Caraibi sono divisi, attraversati da tendenze centrifughe e da interessi contraddittori. Lunedì 28 Gennaio, dopo il vertice con l’UE, si è tenuto il primo summit della Celac. In questa occasione, la presidenza a rotazione della nuova entità regionale è passata dal Presidente cileno al suo omologo cubano, il generale Raul Castro. Diverse voci di protesta si sono levate per sottolineare il disagio nel vedere una comunità di Paesi liberi rappresentata da un Capo di Stato la cui legittimità democratica è discutibile. Molti considerano questa scelta come un grave errore, perché dare un tale riconoscimento ad una personalità così controversa vuoterebbe di ogni significato il lungo lavoro per migliorare la libertà e i Diritti dell’Uomo in una Regione a lungo vessata da contrasti sociali. Prova ne è la poco elegante e, soprattutto, molto poco diplomatica dichiarazione del Presidente boliviano Morales che ha assicurato che “il rispetto dei diritti di madre Terra è più importante del rispetto per i Diritti Umani.” Ma c’è un precedente per il suo “malumore”. Morales non ha apprezzato che il vertice UE-Celac si sia tenuto a porte chiuse ed ha addirittura organizzato una conferenza Stampa per rilanciare la disputa con il Paese ospitante, il Cile: “così come gli Stati Uniti hanno restituito il canale di Panama ai panamensi, l’Inghilterra le Falkland agli argentini, il Cile deve rendere il mare alla Bolivia”. La Bolivia, che non ha rapporti diplomatici con il Cile, si sforza da anni trasformare una disputa bilaterale, retaggio della guerra del Pacifico (1879-1884), a qualcosa di più.

Malgrado la crisi, l’Unione Europea è ancora una grande economia mondiale e un partner indispensabile per la comunità internazionale per promuovere la pace, la democrazia il rispetto dei diritti umani, così come lo sviluppo, lo sradicamento della povertà e la protezione dei beni comuni a livello mondiale come il clima. Il Mondo è senz’altro cambiato molto dalla prima edizione di questo vertice, 10 anni fa. La crisi economica del 2008 e la crisi dell’euro, l’ondata d’integrazione regionale in America latina e l’istituzionalizzazione degli affari esteri europei dopo i Trattati di Lisbona lo dimostrano. Anche lo stato d’animo dei leader coinvolti è senz’altro cambiato, c’è maggiore consapevolezza della difficoltà di un tale progetto di cooperazione. Ma il solo fatto che ci sia stata una certa continuità in questi vertici, mostra una volontà di collaborare che va al di là degli interessi dei leader del momento e segnala una interdipendenza non solo economica, ma anche in termini politici, cosa che rafforza la posizione delle due Regioni sulla scena internazionale. Le due Regioni hanno molto in comune nelle loro agende politiche e le possibilità di cooperazione sono vastissime, anche se il Vecchio Continente tende ancora verso un rapporto “paternalistico” nei confronti dei partner sudamericani. In questo senso, il peso di una nuova entità come la Celac, deve servire a riequilibrare i rapporti sia esterni che interregionali.

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