Un po’ di tempo fa un tale – un famoso tale, a dire il vero – se ne uscì dicendo che la Storia era finita, implicando con ciò anche che la “vecchia” concezione che di essa avevamo, in qualche modo, era sorpassata.

A guardare il processo di decolonizzazione che ha interessato i paesi del Sud del Mondo, in specie quelli del vecchio Impero Britannico, si direbbe che il signor Fukuyama non aveva tutti i torti: da che nel ’47 Lord Mountbatten accompagnò l’India – il Diamante dell’Impero – all’indipendenza, è stato tutto un continuo susseguirsi di dichiarazioni di autonomia da parte di territori più o meno piccoli, più o meno rilevanti. E poco importa se rimangono nel Commonwealth: la frattura ideologica c’è stata ed è stata, per molti inglesi, profonda.

Però, direbbe il nostro Machiavelli (che magari non aveva un master ad Harvard ma era un tipo sveglio), vi sono dei corsi e dei ricorsi storici che, a tutta prima, ci danno da pensare e ci fanno credere che la Storia non abbia ancora voglia di finire.

Ai primi di gennaio il Presidente della Repubblica Argentina, la signora Cristina Fernandez de Kirchner, ha detto a chiarissime lettere che a suo avviso le Malvinas – che è come gli argentini chiamano le Isole Falklands – dovrebbero tornare in mano al paese sudamericano e non subire ulteriormente l’occupazione coloniale britannica.

Ora, lasciamo stare che parliamo di un luogo dimenticato da Dio. Lasciamo stare che si tratta di una manciata di scogli battuti dal gelido vento australe dove si vive bene, sì e no, due mesi l’anno. Rimane il fatto che per la seconda volta in trent’anni, tocca a un governo Conservatore gestire la patata bollente di un pezzo di vecchio Impero Britannico che crea più problemi di quanti vantaggi porti.

Se in effetti sia geopoliticamente che strategicamente le Falklands sono scarsamente rilevanti, sono invece estremamente importanti dal punto di vista dell’immagine. Da un lato, c’è la componente vecchio stampo del Partito Conservatore (e non solo) che vede in queste isole il simbolo del ruolo perduto dalla Gran Bretagna dopo il secondo conflitto mondiale; dall’altro lato, c’è la Modernità che imporrebbe un completo distacco rispetto all’iconografia del vecchio leone imperiale che, come dissero alcuni commentatori degli anni ’80, era tornato a ruggire con Maggie Thatcher proprio in occasione della guerra per le isole sperdute nel Mare Australe.

David Cameron, che da anni fa di tutto per assumere un’aria à la page “un po’ Kennedy e un po’ Gesù Cristo” (rubiamo una battuta cinematografica ma è troppo azzeccata), non può per contro nemmeno deludere tutta la schiera di Old Boys e mamme duchesse al seguito che sperano possa essere lui, dopo anni di blairismo, a riportare in alto il vessillo del patriottismo britannico.

Cameron, forse per riflesso incondizionato, appena sentito cosa aveva da dire sull’argomento la signora Presidente, non ha perso tempo e ha dichiarato che le Falklands non si toccano e che il Regno Unito ha dei contingenti sul posto ed altri pronti a partire se vi sarà la necessità di farlo.

A differenza della Lady di Ferro, però, ha mitigato questa posizione invocando il diritto dei Falkland Islanders, cioè degli abitanti delle isole in questione, ad autodeterminarsi con un referendum nel quale esprimeranno la loro volontà o di rimanere nella famiglia britannica o di passare al paese sudamericano. Sempre sottolineando – intenda chi ha orecchi, dice la Bibbia, – che nel caso gli isolani si pronuncino in favore della Gran Bretagna, sarà suo “dovere” mandare sul posto le truppe affinché la sovrana volontà popolare sia rispettata.

Passa il tempo, le mode cambiano, la Storia finisce ma sembra proprio che gli inglesi vogliano ancora credere, per dirla con Conrad, che la mappa del Mondo sia per tre quarti colorata di rosa.

© Rivoluzione Liberale

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2 COMMENTI

  1. Le cose non stanno del tutto così. Certo, c’è molto orgoglio imperiale superstite, nonché corposi interessi economici (non sono le pecore, ma il petrolio abbondante nel mare attorno alla Isole) . Io amo l’Argentina e quando mi capita di passare a Buenos Aires davanti alla lapide degli oltre 600 giovani mandati alla morte dalla dittatura militare argentina di allora in una guerra folle (tantissimi nomi sono italiani) mi commuovo sino alle lacrime (e da Ambasciatore d’Italia ho portato il Presidente Ciampi a deporvi una corona, sapendo che questo avrebbe dispiaciuto agli inglesi). Ma non posso non tener conto di un fatto semplicissimo: tutti i circa 3000 abitanti delle Isole sono inglesi o anglicizzati e non hanno la minima intenzione di diventare argentini. Hanno torto? Hanno ragione? Non lo so. Ma nessuno può negare il loro diritto all’autodeterminazione, un diritto che sta almeno alla pari con quello della decolonizzazione (le Malvinas furono occupate dagli inglesi nel 1830). A marzo si esprimeranno in un referendum, sul cui risultato non ci sono dubbi e la questione, temo, sarà chiusa.

  2. PS Avevo dimenticato una cosa, e me ne scuso. Cameron ha fatto dichiarazioni tonitruanti, in puroi stile Thatcher. Dichiarazioni, tra l’altro, inutili perché un nuovo attacco argentino é del tutto improbabile, col governo democratico di Cristina Kirchner, sicuramente antimilitarista. Peró la posizione britannica non appartiene ai soli conservatori ma a tutto il Paese, liberali compresi (che stanno al governo con Cameron). I laburisti hanno governato per molti anni, tra John Major e David Cameron, e quella posizione non é cambiata di un pollice. E sono certo che Toni Blair, come ha mandato i suoi soldati in Afghanistan e in Irak, non avrebbe esitato un secondo a inviarli nell’Atlantico del Sud in caso di un (ripeto improbabilissimo) attacco argentino.

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