È scomparso il 1 febbraio all’età di 88 anni Ed Koch, il leggendario Sindaco di New York passato alla storia come colui che ne guidò, anche e soprattutto grazie alla propria personalità, la rinascita negli anni Ottanta riportando la fiducia tra i newyorkesi che si stavano abbandonando ad un futuro di degrado; risanandone il bilancio sul orlo della bancarotta dopo il collasso finanziario degli anni Settanta, evitò si aggravasse il tracollo che la stava progressivamente rendendo una città fuori controllo.

Sindaco della “Grande Mela” per ben tre mandati consecutivi (dal 1977 al 1989), partendo da un contesto sociale di gravi problemi di ordine pubblico per una criminalità che terrorizzava i newyorkesi, di droga, della crisi per il dilagare della Aids in città, con mano ferma Koch cambiò radicalmente, risanandola, New York. La metro, un esempio dei simboli attuali e del degrado di allora, migliorò molto in sicurezza e servizio pubblico; i successi contro la criminalità di strada furono rilevanti grazie ad una durissima azione di contrasto alle numerose gang che dominavano il territorio.

Il bilancio, come già detto a rischio bancarotta, venne ripianato, ma al costo di drastici tagli alla spesa sociale.

Seppur avesse ereditato nel 1978 un deficit comunale prossimo ai 2 miliardi di dollari, presentò al Tesoro degli Stati Uniti un piano di recupero che prevedeva il pareggio di bilancio nel 1983; con il sostegno del Presidente Carter, Koch raggiunse già nel 1982 un surplus di 200 milioni.

Limitò l’aumento della spesa pubblica (rispetto ai parametri del governo federale) ed incentivò, tramite tagli fiscali, il ritorno delle imprese allontanatesi dalla città in quegli anni; a fronte del mezzo milione di posti di lavoro persi nei primi anni Settanta, Koch ne recuperò 100mila solo nel primo anno del suo mandato.

Popolare al punto che dalla sua autobiografia del 1984 venne tratto un musical di Broadway, è morto due giorni dopo la prima di un documentario a lui dedicato.

Vero e costante protagonista della vita e del panorama cittadino fu anche deputato (dal 1969 al 1977), avvocato, docente universitario e commentatore politico.

L’attuale primo cittadino Michael Bloomberg, inoltre, decise di intitolargli nel 2010, scelta particolarmente forte e simbolica perché ad un personaggio ancora in vita, il ponte che connette Manhattan al Queens.

Koch fu secondogenito di una famiglia di immigrati ebrei polacchi insediatisi in New Jersey; origini delle quali è sempre stato fiero al punto che sulla sua tomba dispose, oltre alla incisione della stella di David, un brano di una preghiera ebraica e le ultime parole del giornalista rapito in Pakistan nel 2002 e sgozzato da un gruppo di estremisti islamici: “Mio padre è ebreo. Mia madre è ebrea. Io sono ebreo”.

Democratico anticonformista ed eclettico, il suo successo nel rilanciare New York gli ha fatto guadagnare un apprezzamento trasversale tanto da ottenere nel 1981, per il suo secondo mandato di Sindaco, la nomination sia dai democratici che dai repubblicani. A sua volta, negli anni ha sostenuto il repubblicano Giuliani e l’allora repubblicano Bloomberg alla carica di Sindaco di New York; Al Gore (1988) ed Hillary Clinton (2008) alle primarie democratiche; il repubblicano George W. Bush (rielezione del 2004) ed il democratico Barack Obama alle presidenziali USA.

Una vita da single, Koch non ha mai ammesso pubblicamente di essere omosessuale (il “coming out” era, di fatto, impensabile per il contesto sociale di quegli anni), limitandosi a dichiarare in una recente intervista, e del resto in ogni occasione passata, come la sua sessualità non fosse affare degli altri. Riservatezza mantenuta anche quando, durante le primarie democratiche che lo porteranno alla prima elezione a Sindaco, la propaganda del suo rivale Mario Cuomo raggiunse contro di lui livelli di aggressività tale da diffondere volantini, esplicitamente omofobi, con lo slogan “vote for Cuomo, not the Homo”.

Nonostante questa moderazione nella sfera privata, pubblicamente è sempre stato un fermo difensore dei diritti dei gay. Una volta raggiunta l’elezione del 1978, l’allora 54enne Koch approvò nei primi giorni una legge che metteva al bando la discriminazione in base all’orientamento sessuale aprendo, in sostanza, la strada ai primi diritti per gli omosessuali.

Nonostante la sua amministrazione venga ricordata come una delle più liberal nella storia di New York, Koch, sostenitore della causa irlandese tanto da dichiarare che “gli inglesi dovrebbero andare all’inferno”, coraggiosamente capace di contestare l’atteggiamento del presidente Reagan verso il Sudafrica (allora, nel1985, inpieno regime di apartheid) paragonandolo alla posizione degli Stati Uniti verso la Germania nazista nel 1933, non è invece mai riuscito, in una epoca di infuocate tensioni razziali, a conquistare la comunità afro-americana cittadina per numerosi fattori tra i quali la decisione di chiudere, nel 1980, lo storico ospedale di Harlem ed il mancato sostegno a Jessie Jackson alle primarie democratiche (1984 e 1988) per le Presidenziali USA.

Oltre a questo, la sua attività politica non andò oltre il terzo mandato di Sindaco per l’erosione del consenso a seguito del coinvolgimento di componenti della sua amministrazione in scandali di corruzione che portarono (per tangenti), tra l’altro, al suicidio di uno dei suoi più stretti collaboratori, il Presidente del quartiere di Queens.

Nel agosto 1989, infine, la morte di un giovane afro-americano, linciato da un branco di giovani bianchi nel quartiere italo-americano di Bensonhurst, portò il colpo definitivo: le minoranze etniche, come reazione, alle primarie democratiche votarono compatte per il suo rivale, David Dinkins, che diventerà il primo Sindaco afro-americano della città di New York.

“La nostra città ha perso un’irreprensibile icona, la nostra cheerleader più carismatica”, è il ricordo del attuale Primo Cittadino Michael Bloomberg “nessun Sindaco ha incarnato lo spirito di New York City come ha fatto lui”.

© Rivoluzione Liberale

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